La Chimera ad Opening the Past 2014

Venerdì 23 maggio ho partecipato a Pisa a Opening the Past 2014, giornata organizzata da Mappa Project e dedicata quest’anno all’Immersive Archaeology. Francesco Cioschi Ripanti ha realizzato un ottimo resoconto, per cui rimando al suo post per il racconto della giornata.

Per quanto mi riguarda, invece, diciamo subito che ho imparato – e cominciato ad usare – una parola nuova: immersivo. Che non ho mai usato prima, ma che però rende l’idea di come dovrebbe essere fatta la comunicazione archeologica: in modo immersivo, coinvolgente, totale; il racconto deve (cito direttamente dalla presentazione di Opening the Past 2014) “catturare l’attenzione, restituire alla cittadinanza il proprio passato, renderla consapevole ed educarla alla tutela. Il racconto deve necessariamente essere al centro di ciò che oggi definiamo archeologia pubblica”.

Come vi avevo annunciato nello scorso post, sono intervenuta anch’io, raccontando della mia esperienza di blogger, archeoblogger e infine museumblogger. Per farlo, mi sono avvalsa dell’aiuto e della preziosa collaborazione di un personaggio un po’ particolare: la Chimera di Arezzo. Scelta bizzarra? Frivola? Poco seria? Tutt’altro. Ho portato con me la Chimera perché senza di lei tanta parte della comunicazione di Archeotoscana, blog e social network della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, non avrebbe luogo e non funzionerebbe. Perché ogni racconto che si rispetti ha un protagonista o una voce narrante, e io allora ho sfruttato la sua immagine facendola partecipare al livetwitting dell’evento, le ho fatto fare da portavoce della mia presentazione, l’ho tirata in ballo nel mio discorso, l’ho fatta stare sul banchino con me mentre intervenivano gli altri relatori. E ora, racconto attraverso di lei come si è svolta la giornata.

Quando la mia gattara mi ha detto che mi avrebbe portato a fare un giretto a Pisa ero molto curiosa: io alla fine della Toscana non conosco molto, perché anche se sono andata in tournée spesso e volentieri (in mostra a Parigi, Venezia, financo Malibu), qui vicino casa mi sono mossa giusto da Arezzo a Firenze ormai 5 secoli fa. E tra l’altro non avevo mai preso il treno! Si preannunciava sin dall’inizio una giornata densa di novità!1400825167522

A Pisa abbiamo trovato alcuni vecchi amici, compagni di avventure archeobloggeresche: segno che sta crescendo e si sta cementando sempre più una rete di archeologi blogger che non si vengono mai a noia e che finalmente stanno trovando la strada per perseguire obiettivi comuni. Il racconto archeologico, la comunicazione è uno di quelli, se non il principale. E infatti proprio di comunicazione si sarebbe parlato di lì a breve.

Cosa dovesse essere Opening the Past 2014 l’ha chiarito fin dalle prime battute Maria Letizia Gualandi: una panoramica sugli strumenti di comunicazione che la tecnologia mette a disposizione degli archeologi. Per questo si è parlato di blog, di video, di videogames, di realtà aumentata e di dati aperti. Questo perché il denominatore comune era lo storytelling, la capacità di raccontare e il metodo per farlo.

1400843570761Dal mio banchino prendevo appunti follemente mentre la mia gattara twittava. E capirai: con tre teste e 4 zampe ascoltavo, guadavo, leggevo, scrivevo e twittavo (e ricaricavo lo smartphone alla mia gattara). Sul tweetwally scorrevano i tweet di tutti coloro che, in sala, intervenivano: e devo dire che erano in parecchi. Bene, bene, molto bene! Mi sarei aspettata, però, la partecipazione tra il pubblico di più giovani, di più studenti: in fondo è a loro che è affidato il futuro dell’archeologia, per cui è giusto che conoscano le problematiche insite nella loro disciplina. Perché archeologia non è solo scavo, non è solo studio, non è solo ricerca. E’ lo studio del passato delle società attuali, ma se il passato non viene restituito alle legittime proprietarie, non serve proprio a niente che si sia studiato: a che serve lo studio fine a se stesso? L’archeologia è una disciplina a vocazione sociale, perché il passato appartiene alla gente, non a quei pochi che lo studiano. E dovere dell’archeologia è raccontare se stessa alla società, al pubblico dei musei. Non serve a niente che io me ne stia muta nel mio antro oscuro in museo, a farmi vedere nella penombra, se non c’è nessuno in grado di raccontarmi. Per questo sono qui a Pisa, oggi. Per imparare a raccontarmi.

1400837562588Sono una statua ferma, immobile, di bronzo. Le mie fauci sono cave e vuote. Sono muta, se nessuno mi mette in condizioni di parlare. Strumenti a disposizione ce ne sono, dai più semplici ai più complessi, da quelli che qualunque archeologo dotato di buon senso, buona volontà, e di una buona capacità narrativa può mettere in atto, a quelli per cui ci vuole una squadra interdisciplinare, dove le diverse competenze, provenienti anche da mondi diversi, si compenetrano per creare un racconto nuovo, innovativo, geniale. Come le tre teste di una Chimera: chi lo dice che le cose con più identità sono necessariamente mostruose e destinate a far danno?

Molti dei casi che sono stati presentati hanno in sé il fattore genio e creatività, ma anche la multidisciplinarietà: i videogames, ad esempio, aprono incredibili prospettive! L’esperienza del museo è maldisegnata, mi dicono, e allora bisogna trovare nuovi modi di disegnarla! Ecco che allora ci sono dei musei, come la Tate Gallery a Londra, che si sono inventati un gioco che funziona come app sullo smartphone che, per salire di livello, ti costringe a tornare periodicamente in museo! Quelli che sembrerebbero solo giochini e passatempi in realtà nascondono dietro un grandissimo studio delle tecniche cognitive e della sfera emozionale dell’individuo. L’influenza degli studi di neuroscienze è molto più vicino all’archeologia di quanto non pensassimo. E la cosa mi ha semplicemente entusiasmato. Anche l’esperienza delle mappe di Palazzo Branciforte è molto interessante: valli a raccontare 5000 vasi greci di una collezione museale: penso che a fare un’esposizione o un apparato didattico “normale” (che comunque tante volte sarebbe meglio di niente) si annoierebbe anche chi lo cura! Invece in questo modo è bello e utile non soltanto il risultato finale, ma anche e soprattutto il lavoro che c’è dietro: è bene che gli archeologi esplorino tutte le potenzialità offerte dalla tecnologia ai fini della comunicazione archeologica. Purché la tecnologia rimanga un mezzo e non il fine. Perché il rischio di confusione c’è. E l’uso della tecnologia fine a se stessa è inutile, se non addirittura dannoso.

1400851427763 (1)Il dibattito che si è sviluppato nel pomeriggio, tra le varie tematiche che ha tirato in ballo, ha toccato un tasto dolente, che però è una problematica vecchia quanto me: le didascalie. La didascalia è il primo livello della presentazione di un oggetto esposto in museo. E’ il biglietto da visita dell’oggetto e del museo stesso. E’ davanti alla didascalia che si consuma spesso e volentieri il dramma della (mancata) comunicazione tra l’oggetto e il visitatore. Scene di questo tipo ne vedo di continuo ed è un peccato. Ogni didascalia sbagliata o mancata è un’occasione persa. E saper scrivere una didascalia dovrebbe essere l’ABC di ogni curatore museale. Parlare di didascalie in un evento dedicato alla comunicazione con le “nuove” tecnologie, tra l’altro, fa capire quanto ci sia ancora da lavorare…

Al ritorno discutevo di questi temi proprio con la mia gattara, che si trova spesso nella situazione di curare la comunicazione “social”, quindi più aperta al nuovo, impegnandoci tempo ed energie perché ci crede fortemente, ma di vedere costantemente disattesi nel museo reale i suoi sforzi. Allora insieme ci chiediamo: ha senso comunicare il museo, le sue opere e le sue collezioni, usando le “nuove” tecnologie e i “nuovi” canali, se poi all’atto pratico manca fin dall’inizio l’intenzione di cambiare lo stato attuale delle cose? La comunicazione è parte fondante della costituzione di un museo, non può essere lasciata in un angolo né rimandata. Allestire un museo vuol dire saperlo comunicare, ogni attività del museo dev’essere inserita all’interno di un unico grande progetto. Museo reale e museo social dovrebbero funzionare alla stessa maniera. Ma temo, ahimé, che questa resterà a lungo soltanto una chimera…

2 pensieri su “La Chimera ad Opening the Past 2014

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