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Dieci capolavori della Collezione Torlonia (per cui bisogna visitare la mostra ai Capitolini)

La mostra “I Marmi Torlonia. Collezionare capolavori” è stata attesa a lungo dagli addetti ai lavori e dagli appassionati di arte antica. Il primo lockdown del 2020 ha allontanato la data dell’inaugurazione, che è avvenuta soltanto a metà ottobre. La mostra, poi, ha chiuso i battenti dopo appena 20 giorni – neanche – di apertura.

Per fortuna in quei 20 giorni sono riuscita a visitare la mostra non una ma due volte: la prima in anteprima, grazie a Electa. La seconda in compagnia di Stefania Berutti del blog Memorie dal Mediterraneo, della quale è sempre interessante cogliere le riflessioni e i rimandi puntuali al mito e alla cultura classica.

Io, lo ammetto candidamente, volevo visitare subito, immediatamente, ai blocchi di partenza questa mostra per vedere finalmente esposto uno dei grandi capolavori collezionati dai Torlonia: il Rilievo di Portus, rinvenuto in quella che era la Tenuta dei Torlonia a Porto, oggi Fiumicino, dove sorgeva Portus, il grande porto di Roma imperiale. Finora l’avevo visto infatti soltanto nel calco che sarà esposto nel Museo delle Navi di Fiumicino (apertura prevista estate 2021), ma vi assicuro che non è la stessa cosa. E infatti questo straordinario rilievo, dopo averlo ammirato dal vivo rimane per me tra le opere più belle della collezione (e ne parlo a breve).

Ma chiaramente visitando la mostra ho scoperto altre opere della Collezione Torlonia degne di nota. In questo post prendo in considerazione solo 10 opere delle 92 esposte su 620 dell’ammontare totale della Collezione Torlonia. Una collezione che si è formata nel corso dei secoli, prima tramite acquisti sul mercato antiquario (nel Cinque-Seicento) poi tramite acquisizioni di intere collezioni, infine tramite scavi condotti nelle proprietà Torlonia a Porto, lungo l’Appia, lungo la via Latina (ecc. ecc.).

La mostra segue uno svolgimento cronologico al contrario, ovvero parte dalla fine, cioè dal Museo Torlonia, fondato nel 1875, dagli scavi ottocenteschi a Porto (1864) e ai Colli Albani, fino a risalire al Cinquecento, epoca delle prime acquisizioni.

Le due Venere di Doidalsas: una è un originale di età romana, l’altra una copia moderna

Il percorso si sviluppa all’interno di Palazzo Caffarelli, in sale spesso strette e volutamente rese anguste: una scelta che se può essere efficace dal punto di vista dell’effetto sorpresa in talune situazioni, si è rivelata particolarmente inadeguata alla pandemia, soprattutto nella gestione dei flussi di pubblico da parte del paziente personale di vigilanza. Le istanze di un allestimento già progettato e (presumibilmente) pagato si scontrano con le istanze di distanziamento che la pandemia impone.

Marmi Torlonia: Capolavoro n. 1: il Rilievo di Porto

Come dicevo in apertura, questo è senza dubbio il grande capolavoro della Collezione Torlonia: il rilievo rappresenta, tra reale e fantastico, l’ingresso nel porto di Roma Imperiale, Portus: è raffigurato il grande faro, che la tradizione letteraria vuole fosse stato costruito usando come base la nave di Caligola (quella che aveva trasportato a Roma l’Obelisco Vaticano) affondata per l’occasione; la fiamma che rosseggia su di lui porta ancora effettivamente sfumature di colore rosso, il che lo rende immediatamente vivo.

Collezione Torlonia: il Rilievo di Porto

Il rilievo in sé è densissimo di informazioni – ancora del tutto da districare effettivamente nella loro complessità – e di dettagli. La grande nave oneraria con le vele spiegate, sulle quali è raffigurata la Lupa con i Gemelli ci fa immediatamente capire che i naviganti sono di Roma e, a giudicare da quanto avviene in coperta, stanno offrendo un sacrificio agli Dei per la buona riuscita della navigazione. La nave, di cui è ben evidente il grande timone, è condotto in porto da una horeia, ovvero una pilotina, una di quelle barchette che, come avviene oggi nei grandi porti, conducono le grandi navi fuori oltre il molo, in mare aperto, e viceversa. Il dio Nettuno col tridente fa da spartizione tra questa scena e l’altra: un’altra nave infatti ha già attraccato alla banchina, ed un saccarius, uno scaricatore di porto, è già intento a trasbordare il carico di anfore. Il tutto avviene sotto lo sguardo immortale degli dei mentre, in mare, i pesci fluttuano tra le onde. Proprio gli dei sono interessanti: Nettuno, ritratto in un tipo statuario noto che ricorre anche in un mosaico ostiense con il faro del Porto fa pensare alla presenza di una statua o di un luogo di culto esistenti a Portus; la presenza di Bacco, raffigurato con l’attributo della pantera, raffigurazioni di Vittorie alate e un oscillum parlano di un rilievo sul quale troviamo una commistione di elementi realistici e simbolici/divini.

Il rilievo si data all’età severiana (inizi III secolo d.C.). Non si conosce con esattezza il luogo del ritrovamento: non pare essere il Palazzo Imperiale (oggi all’interno dell’area archeologica demaniale statale aperta al pubblico dei Porti imperiali di Claudio e di Traiano, parte del Parco archeologico di Ostia antica), quanto piuttosto il tempio a Liber Pater/Bacchus che sorgeva sul lato del bacino esagonale di Portus opposto al suo ingresso: esso infatti viene interpretato, per via della scena di sacrificio compiuta sulla nave, come un ex-voto al dio.

Il rilievo di Porto si trova nella Sala 2 – Sezione II: scavi Torlonia (secolo XIX)

Marmi Torlonia: Capolavoro n.2: Ulisse sotto il montone

Mi scuserete se ammetto che non mi era mai capitato di incontrare una simile iconografia: Ulisse legato sotto la pancia di un montone, ad evocare la scena della fuga dall’antro di Polifemo, uno tra gli episodi dell’Odissea più noti. Qui non abbiamo il momento dell’accecamento del Ciclope – iconografia che ben conosciamo grazie alla stupefacente scultura ellenistica che decorava la villa di Tiberio a Sperlonga – ma il momento immediatamente successivo, quello della fuga di Ulisse e compagni.

Collezione Torlonia: Ulisse e il caprone

In effetti questa statua decorava Villa Albani: in particolare era stato ricostruito un antrum cyclopis nel quale era collocata anche una statua di Polifemo, moderna. Una fotografia dell’Archivio Fotografico dei Musei Vaticani è una preziosa documentazione in tal senso (v. catalogo mostra).

Osservando la statua, essa si data ad età flavia, anche se la testa del montone è un’integrazione moderna. Il volto di Ulisse è caratterizzato da quei tratti così marcati della bocca socchiusa, gli occhi infossati e la fronte corrucciata che sono tipici dell’iconografia dell’eroe dall’età ellenistica in avanti.

La statua di Ulisse sotto il montone si trova nella Sala 5 – Sezione III: villa Albani e lo Studio Cavaceppi (secolo XVIII)

Marmi Torlonia: Capolavoro n.3: il Caprone restaurato da Bernini

Questo, signore e signori, è un pastiche d’autore. Ovvero è un’opera d’arte romana, il corpo del caprone, sul quale un giovanissimo Gian Lorenzo Bernini si è divertito a realizzare una testa caprina dall’espressione umana: sardonica, un cartone animato ante litteram. Eppure, nonostante l’espressione del volto – non possiamo parlare di muso – non appare ridicolo, ma anzi, decisamente bello.

Collezione Torlonia: il Caprone Bernini

Originariamente la statua, datata alla I metà del II secolo, doveva decorare il giardino di una villa, come dimostrerebbe il vello piuttosto dilavato e consunto. La statua apparteneva alla collezione Giustiniani. Pietro Ercole Visconti nel Catalogo del Museo Torlonia del 1876 per primo dice che la testa fu restaurata “dal Bernino” ovvero da un giovanissimo Gian Lorenzo Bernini nel 1620. Il padre dello scultore, Pietro Bernini, a sua volta scultore, lavorava a Palazzo Giustiniani e certo Gian Lorenzo frequentò il palazzo e fece da apprendista al padre. Tomaso Montanari nel catalogo della mostra pubblica un saggio piuttosto esaustivo sull’attribuzione del restauro, e in particolare sulla realizzazione della testa del caprone, al giovane Gian Lorenzo Bernini.

La statua del Caprone restaurato da Bernini si trova nella Sala VII – Sezione IV: la collezione di antichità di Vincenzo Giustiniani (secolo XVII)

Marmi Torlonia: Capolavoro n.4: il sarcofago strigilato con leoni

Colpisce per la sua imponenza, questo sarcofago a tinozza. Colpisce per l’espressione dei due leoni posti sui due lati del grande sarcofago strigilato. Ma la cosa che più mi colpisce è la presenza dei due personaggi alle spalle dei leoni. Proprio questo aspetto mi piace indagare, perché è alquanto bizzarro. O forse no.

Collezione Torlonia: il sarcofago strigilato con leoni. Dettaglio del mansuetarius col leone

Innanzitutto va detto che il sarcofago è ricomposto da più pezzi; ad esempio la porzione sinistra in corrispondenza del ventre del leone è un’integrazione moderna, così come la testa dell’ariete e parte del corpo del leone sul lato destro.

Il sarcofago è strigilato sul lato lungo; nel centro è raffigurata un’anforetta con l’iscrizione moderna TD. Su ciascun fianco del sarcofago vi è un mansuetarius (non c’è bisogno di traduzione, vero?), vestito di tunica e mantello, e un leone bardato e muscoloso, che ha immobilizzato sotto le fiere zampe una preda: da un lato un’antilope, dall’altro l’ariete di restauro. Le teste dei due leoni sono fortemente aggettanti ed espressive, le criniere fortemente separate e chiaroscurate da profondi e lunghi fori di trapano. I due mansuetarii non si somigliano: su un lato è un uomo maturo, con la barba, nell’iconografia simile ad un filosofo, sull’altro invece è un giovane.

Collezione Torlonia: il sarcofago strigilato

Il sarcofago si data al 260-270 d.C. La presenza dei due mansuetarii si può spiegare in due modi: come allusione simbolica al trionfo sulla morte e allo stesso tempo alla sua ineluttabilità; oppure, molto più prosaicamente, ma forse più verosimilmente, si tratta di un riferimento allo status del defunto, che poteva essere stato un magistrato incaricato di organizzare venationes. Si spiegherebbe così il gruppo mansuetarius+leone+antilope catturata: le venationes erano spettacoli amati dal pubblico e spesso organizzati negli anfiteatri. Il mercato di belve feroci e di animali esotici provenienti dall’Africa era piuttosto sviluppato come dimostra, tra gli altri, uno dei mosaici del Piazzale delle Corporazioni di Ostia. Le belve che andavano a riempire gli anfiteatri di Roma passavano necessariamente per Portus-Ostia.

Il sarcofago strigilato con leoni si trova nella Sala X – Sezione V: le collezioni di antichità dei secoli XV-XVI

Marmi Torlonia: Capolavoro n.5: il Vecchio da Otricoli

Questo è un ritratto tardorepubblicano in piena regola: rappresenta un uomo anziano segnato da numerose e profonde rughe sul volto e sulla fronte, da ampie borse sotto gli occhi, da zigomi scavati, pelle delle guance cadente; aggiungiamoci la forma non proprio regolare dell’ovale della testa, le orecchie vagamente a sventola, il naso adunco e abbiamo un ritratto decisamente realistico, tipico di quella tendenza al verismo spietato che ebbe successo nella ritrattistica tardorepubblicana. Essa, com’è noto dalla manualistica in materia di arte romana, trae ispirazione dai ritratti in cera degli antenati, ovvero dalla maschera di cera con la quale si prendeva il calco sul volto del defunto: una prassi patrizia, attraverso la quale si esprimeva la dignitas del defunto e della sua intera progenie.

Collezione Torlonia: il Vecchio da Otricoli

Poter osservare da vicino ogni ruga del Vecchio da Otricoli dà la possibilità davvero di poter vedere la straordinaria aderenza al vero di un ritratto del genere: di profilo si nota anche il labbro inferiore sporgente, il mento prominente, tutti dettagli che concorrono a fare di questo volto un capolavoro della ritrattistica romana repubblicana. Si data alla metà del I secolo d.C. La denominazione “Vecchio da Otricoli”, è data da Visconti nel Catalogo, ma la provenienza da questo centro romano in Umbria, non è certa né suffragata da prove.

Il Vecchio da Otricoli si trova nella Sala I – sezione dedicata al Museo Torlonia.

Marmi Torlonia: Capolavoro n.6: il ritratto di Caracalla

Collezione Torlonia: il ritratto di Caracalla

Sarà che l’esposizione fa sì che Caracalla sia l’unico imperatore voltato verso sinistra, mentre gli altri sono tutti voltati dall’altra parte. Ma la sua espressione truce, profonda, indagatrice, colpisce per quanto è vera. Resterei ore ad indagare questo sguardo così espressivo, o a farmi sedurre. Abbiamo davanti un uomo, un imperatore, che di fatto mutò le sorti dell’impero, che non si fece scrupoli a far uccidere il fratello Geta e che non esitò a concedere la cittadinanza romana a tutti i sudditi dell’Impero. Un uomo senza dubbio complesso, la cui complessità questo ritratto rivela appieno.

Questi caratteri in effetti sono propri di ogni ritratto di Caracalla che sia noto. L’imperatore, figlio di Settimio Severo e suo successore nel 211 d.C. è dipinto nelle fonti antiche come un animo inqueto e perennemente agitato, ispirato dalla personalità di Alessandro Magno. Ma di certo nel ritratto di Caracalla non vi è nulla che richiami il condottiero macedone, quanto piuttosto anticipa la ritrattistica imperiale tipica del III secolo, quando gli imperatori sono militari e dal ritratto deve emergere forza d’animo, concretezza e anche una certa brutalità.

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Collezione Torlonia: il ritratto di Caracalla

Nel Caracalla Torlonia è impressionante la delicatezza naturalistica con cui sono rese le ciocche di capelli ricci che confluiscono nella barba: un’esecuzione di elevata qualità e grande sensibilità. Il busto su cui è impiantata la testa, pur essendo antico, non è pertinente, ma la critica pare concorde nell’affermare che esso appartenesse ugualmente ad un busto dell’imperatore Caracalla, ritratto però in una posa differente.

Il busto di Caracalla, già Collezione Albani, si trova nella Sala I – Sezione dedicata al Museo Torlonia

Marmi Torlonia: Capolavoro n.7: la Atena tipo Giustiniani (Atena Varese-Torlonia)

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Collezione Torlonia: Atena tipo Giustiniani (Atena Varese-Torlonia)

Insieme alla selva di ritratti che caratterizza la prima sala su fondo rosso, questo è l’altro allestimento notevole perché portatore di significato: su un fondo verde olivo si staglia la statua marmorea di Atena. Sulla sua spalla una civetta molto espressiva ci rivela l’animale sacro alla dea, mentre foglie di olivo richiamano immediatamente il mito per il quale Atena è divinità patrona di Atene: il dono dell’olivo alla città, che la fece preferire rispetto a Poseidone, il quale aveva donato una sorgente d’acqua. Questo mito, che è narrato sul frontone Ovest del Partenone, è riassunto qui su una spalla della dea. E sullo sfondo che richiama il colore dell’albero a lei sacro. Coincidenze? Io non credo.

Per approfondire: I frontoni del Partenone

Nella statua, va detto subito, alcune parti importanti sono in realtà di restauro: la civetta e l’olivo, per esempio, sono frutto di interventi ottocenteschi. La Atena in sé, però, è una figura notevole: è vestita di chitone e hymation, il grande mantello che la avvolge e le ricade sul braccio sinistro, l’egida sul petto col gorgoneion – la testa di Gorgone – nel mezzo e piccoli serpentelli a decorare l’orlo; calza sandali infradito. Il braccio destro, che nell’integrazione moderna sembra riferirsi all’olivo retrostante, in antico teneva in mano la lancia, attributo della dea guerriera, mentre col braccio sinistro imbraccia lo scudo sul quale nuovamente campeggia un gorgoneion. La testa è di restauro, ma è una copia della testa della Atena Giustiniani rinvenuta a Roma nell’area della chiesa di Santa Maria sopra Minerva (a pochi passi dal Pantheon).

La Atena Torlonia (già a Palazzo Varese, e perciò nota anche come Atena Varese-Torlonia) è una variante iconografica della più nota Atena Giustiniani. Di diverso rispetto al modello ha il tronco d’albero, sulla destra, al quale si avviluppa il serpente Erittonio. La datazione dovrebbe essere per entrambe l’età antoniniana (fine II secolo d.C.).

La Atena Varese-Torlonia si trova nella Sala XI – Sezione V: le collezioni di antichità dei secoli XV-XVI

Marmi Torlonia: Capolavoro n.8: la Tazza Cesi (o Vaso Torlonia)

Chiamarla tazza è riduttivo: ma su di essa ricorrono scene afferenti al mondo dionisiaco e dell’ebbrezza, per cui difficilmente si potrebbe pensare che essa sia stata una fontana per l’acqua, quanto piuttosto un enorme cratere per il vino. Tra le scene rappresentate, quella che più mi affascina, lo ammetto senza vergogna, è la scena in cui un satiro regge il cratere in cui un altro sileno sta vomitando: l’ebrezza portata alle sue estreme conseguenze. Lo trovo magnifico.

Collezione Torlonia. Tazza Cesi: dettaglio del satiro ubriaco

Il grande cratere in marmo, il cui diametro supera il metro, è sostenuto da tre zampe leonine. Sul fregio è raffigurato un simposio bacchico attraverso una serie di scene che alludono all’erotismo e all’ebbrezza: troviamo un ermafrodito addormentato, una scena erotica tra un satiro e una menade, Pan che afferra Dafni e un gruppo con Dioniso, ninfe e satiri: è a questa scena che appartiene l’ubriaco che vomita nel cratere. Il cratere è un’opera notevole per sensibilità e cura nella resa sia del modellato che della vivacità delle singole figure. Si data ad età tardorepubblicana e potrebbe essere il prodotto di un’officina neoattica attiva a Roma.

Questa “tazza” alla fine del Quattrocento si trovava in Santa Cecilia in Trastevere: buffo, considerati i rilievi dionisiaci (alcuni dei quali a sfondo erotico) che ne decorano il fregio. Comunque sia passò dapprima nel giardino Cesi in Borgo dove fu utilizzato effettivamente come fontana, e da qui passò poi nel giardino di villa Albani insieme ad una statua di Sileno con l’otre, anch’esso esposto in mostra. Qui, nel 1760, Winkelmann vede e registra la “Tazza Cesi”. Questa è la sua consacrazione.

La Tazza Cesi si trova nella Sala X – Sezione V: le collezioni di antichità dei secoli XV-XVI

Marmi Torlonia: Capolavoro n.9: Apollo e Marsia

Questo gruppo scultoreo, di dimensioni minori del vero, mi ha fatto impressione. Da una parte abbiamo Apollo, se vogliamo pure piuttosto insulso, che tiene in mano la pelle scuoiata del satiro, volto barbuto compreso, che aveva osato sfidarlo in una gara di musica. Dall’altra abbiamo Marsia. Ma non è l’iconografia consueta, cui siamo abituati, quella cioè in cui il Satiro è appeso, ancora però ben riconoscibile nei suoi tratti, come avviene ad esempio nel Marsia della Centrale Montemartini. Qui invece il fatto è tutto compiuto e Marsia, pur sempre attaccato all’albero, sembra piuttosto un automa: la testa calva, i muscoli perfettamente torniti a testimoniare la muscolatura viva sotto la pelle strappata via; eppure è ancora vivo, e con la sua espressività ci sembra decisamente moderno. Ma c’è un perché.

Collezione Tolronia: Gruppo scultoreo di Apollo e Marsia – Apollo con la pelle di Marsia

Analizzando più da vicino la statua di Apollo, si osserva che essa è il risultato di un assemblaggio di frammenti antichi di varia origine. Di fatto il nostro dio è un pastiche: busto, testa, piedi con la base appartengono tutti a sculture di diversa provenienza ed epoca. La testa, per esempio, doveva appartenere ad una statua di età imperiale di Apollo Citaredo. La testa scuoiata di Marsia, che Apollo solleva col braccio sinistro, ispirò sicuramente alcuni artisti tra cui Caravaggio, nientemeno.

Collezione Torlonia: Gruppo Scultoreo di Apollo e Marsia

Le sorprese arrivano analizzando il Marsia: solo il busto, infatti, è antico, appositamente segnato nelle superfici per meglio evidenziare la muscolatura scuoiata. Anche in origine, però, doveva appartenere ad un satiro, data la presenza della coda. Il resto del corpo invece, testa compresa, sono da attribuire ad un restauro tardo-cinquecentesco. Anche il Marsia, dunque, è un pastiche; la sua figura sembra trarre ispirazione dagli studi di anatomia e a questo si dovrebbe la testa calva così asciutta. Del resto, un modello per questo Marsia sembra essere un Marsia, perduto, appartenuto a Lorenzo il Magnifico a Firenze, anch’esso scuoiato, anch’esso col braccio destro alzato.

Il gruppo scultoreo di Apollo e Marsia si trova nella Sala VI – Sezione IV: la collezione di antichità di Vincenzo Giustiniani (secolo XVII)

Marmi Torlonia: Capolavoro n.10: il Catalogo di Carlo Ludovico Visconti

I bibliofili impazziranno. Il Catalogo della Collezione Torlonia è una vera pietra miliare. Visconti infatti ebbe la possibilità di studiare e catalogare l’immenso patrimonio della famiglia Torlonia. Il catalogo fu pubblicato nel 1884 col titolo “I monumenti del Museo Torlonia di sculture antiche riprodotti con la fototipia“.

Si tratta del catalogo dei cataloghi: un’opera in grande formato – anche se poi edizioni successive (come quella del 1883) sono già in piccolo formato – arricchita da fototipie, ovvero stampe fotografiche prese da negativi su lastra di cristallo alla gelatina bicromata. Nel catalogo Visconti riporta la descrizione, l’interpretazione e la provenienza delle opere, talvolta sbagliando (come nel caso della Atena tipo Giustiniani, della quale dà la provenienza da Porto), talvolta dando nuovi spunti alle ricerche (come nel caso del Caprone Bernini: è lui il primo ad attribuirgli il restauro). Un catalogo in piena regola come tanti ne apparivano, di livello antiquario ma scientifico insieme, all’epoca. Le fotografie sono straordinarie.

Catalogo Museo Torlonia 1876 – le fototipie

Peccato che solo 92 delle 620 opere di scultura in marmo siano esposte. Una collezione così non merita di essere chiusa in una tenuta privata, ma per questo si stanno muovendo (finalmente) forze (pubbliche) per realizzare un grande Museo Torlonia (collezione privata). I lavori sono appena all’inizio, però questa prima mostra è stata un primo passo verso un’apertura di questa importante collezione privata, rimasta per troppo tempo inaccessibile, al pubblico.

La mostra è stata curata da Salvatore Settis, Carlo Gasparri e dall’architetto David Chipperfield, che già aveva collaborato con Settis in occasione di un’altra importante mostra, “Serial Classic” presso la Fondazione Prada di Milano nel 2015.

Per redigere questo articolo, come gli altri che seguiranno, è stato fondamentale il bel catalogo della mostra a cura di Electa, completo di saggi e di schede di catalogo redatte da importanti studiosi ed esperti in materia di arte antica e di collezionismo.

E mo’ aspettiamo solo che la mostra riapra!

Per approfondire: I Marmi Torlonia: perché visitare la mostra sulla Collezione Torlonia ai Musei Capitolini

3 pensieri su “Dieci capolavori della Collezione Torlonia (per cui bisogna visitare la mostra ai Capitolini)

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