“Colosseo. Un’icona”: la mostra sul Colosseo al Colosseo

C’è poco da fare: il Colosseo è un’icona. Non occorre che ve lo dica io: è sinonimo di Italia, di Roma, di archeologia, di Antichi Romani. Questa è l’idea nell’immaginario collettivo. Poi c’è il Colosseo per gli archeologi: un monumento antico di cui studiare l’architettura, il contesto storico, le funzioni, le fasi di vita e di utilizzo. Due modi di intendere e di vivere il monumento abbastanza discordanti. Eppure il modo per far convivere le due anime del Colosseo c’è. Anche perché, parliamoci chiaro, pure per gli archeologi il Colosseo è un Icona.

Il Colosseo in un normalissimo giorno di apertura. E’ il luogo della cultura in assoluto più visitato d’Italia

“Colosseo. Un’icona” è una mostra sulla seconda storia dell’anfiteatro, ovvero su quella storia che nessuno mai racconta né vede fisicamente quando visita il monumento.

Se c’è un filone di studi affascinante, e che negli ultimi anni ha preso molto piede, è cercare di scoprire cosa capitò ai monumenti antichi nel momento in cui, venuto meno l’impero romano, decadde anche la funzione cui erano destinati. Nel caso di molti monumenti antichi questa fase comportò il loro lento inesorabile declino, degrado, distruzione e infine oblìo. Per il Colosseo, invece non è andata così. Tra i monumenti della Roma imperiale è anzi quello che si è conservato meglio rispetto, soprattutto, ai Palazzi imperiali. È buffo pensare che un edificio da spettacolo sia stato preservato dal tempo, rispetto ai luoghi del potere.

La mostra “Colosseo. Un’icona” è un omaggio al monumento non solo più importante di Roma, ma più noto al mondo! Io credo che se la giochi con le piramidi quanto a popolarità universale. Questa mostra non solo celebra, ma spiega le ragioni di questa fama. Inizialmente fa un percorso a ritroso, ovvero parte dalle citazioni nel cinema (trasmesse su una volta di una sostruzione della cavea del II livello dell’anfiteatro) e dagli studi ricostruttivi che su di esso fecero, nel XIX secolo gli studenti di architettura del Prix de Rome (istituito nel Seicento da Colbert per giovani architetti francesi). La ricostruzione presentata, in legno, di Carlo Lucangeli (1790-1812) è un capolavoro di finezza interpretativa e ricostruttiva, nell’utilizzo di legni e materiali differenti e nella restituzione dell’aspetto che aveva il Colosseo al debutto del XIX secolo.

Il modellino in scala 1:60 del Colosseo fatto da Carlo Lucangeli

Il percorso espositivo poi, con un  brusco flashback, ci riporta indietro nel tempo, a quel 443 d.C. quando il Colosseo, come tutta Roma, fu pesantemente danneggiato da un terremoto, e all’iscrizione inaugurale dell’edificio restituito, riscritta sulla stessa epigrafe che aveva sancito l’inaugurazione vera dell’anfiteatro, nell’80 d.C.

Iscrizione inaugurale del Colosseo. Inaugura i restauri post 443 d.C. ma riutilizza l’iscrizione inaugurale dell’80 d.C.
Roma, Frères Limbourg, Les très riches heures du Duc de Berry

Nel medioevo il Colosseo è immerso negli orti, eppure sovrani stranieri come Federico Barbarossa e Ludovico il Bavaro lo fanno effigiare nelle loro bolle imperiali. Queste immagini influenzano senz’altro i fratelli de Limbourg che per il Duc de Berry (sì, proprio quello delle Très riches heures du Duc de Berry) realizzano una veduta di Roma in cui il Colosseo campeggia. Stessa cosa avviene con Taddeo di Bartolo, che in una raffigurazione di Roma nel Palazzo Pubblico di Siena lo raffigura nel bel mezzo della città (accanto, riconoscibile, c’è sempre la statua equestre di Marco Aurelio).

In anni recenti, l’Università di RomaTre ha condotto degli scavi archeologici all’interno del Colosseo per scoprirne la storia durante l’Alto Medioevo. Per restituire cioè all’anfiteatro una storia che nessuno può conoscere, visto che non si hanno testimonianze documentarie. Ebbene, gli scavi hanno permesso di capire che il Colosseo fu dismesso, come edificio da spettacolo, nel VI secolo a.C., ma non fu mai abbandonato. Dall’XI secolo si registra la presenza di cryptae, confermate dagli scavi, ovvero di strutture funzionali ricavate negli ambienti sotto la cavea, e adibite a stalle e magazzini. Questa situazione perdura fino al XIV secolo, quando le spoliazioni e le demolizioni documentano la fine di questa sistemazione. Nella vetrina dedicata alla vita nel corso del medioevo, il racconto è affidato alla ceramica, da sempre considerato a ragione il fossile-guida per l’archeologo: si parte dalla “Forum ware”, ceramica a vetrina pesante che per la prima volta fu individuata negli scavi del Foro, la cui produzione si pone tra il V-VI secolo e il IX a.C., si passa poi alla ceramica laziale, fino ad arrivare alle graffite arcaiche tirreniche e alle maioliche arcaiche del XIII secolo. Tutta l’evoluzione delle produzioni di ceramica medievale è passata di lì, da quei magazzini, da quelle abitazioni.

Christoffer Wilhelm Eckersberg, Veduta dall’interno del Colosseo, 1813-1816: si nota la cappella e le stazioni della Via Crucis

Dall’XI secolo il Colosseo è proprietà di grandi enti ecclesiastici, ma nel XII secolo vi si insedia la nobile famiglia dei Frangipane, che realizzano un complesso fortificato in appoggio al Colosseo. Numerose chiese sorgono poi nei pressi, tutte contraddistinte dall’indicazione toponomastica “de Coliseo“. Un progetto di crearvi una chiesa all’interno c’è a un certo punto, quando l’antico monumento viene consacrato dalla Chiesa, in piena Controriforma. Rimane solo un progetto, mentre nell’anfiteatro sono inserite 14 stazioni della Via Crucis, finché Napoleone non le fa asportare. Non è un caso se oggi il Papa percorre la Via Crucis il Venerdì Santo all’interno del Colosseo.

Arriviamo al momento in cui l’Anfiteatro, perse ormai da secoli le sue funzioni, divenuto nel frattempo ricovero per stalle e magazzini, spalla d’appoggio per una casa-fortezza, luogo di erezione di chiesette e oratori e punto di riferimento topografico fondamentale della città, diventa soggetto pittorico e artistico, oltre che architettonico. Molti sono i pittori che si cimentano con il Colosseo, o che si ispirano ad esso per le proprie realizzazioni. Possiamo distinguere due o tre filoni: uno magico-fantastico, nel quale il Colosseo è scelto come modello per la Torre di Babele, ad esempio, ed è il caso di Peter Bruegel il Vecchio; uno che si ispira alla visione del Colosseo come orto botanico, per via della grandissima varietà di piante che crescono e avvolgono le rovine, ispirando la redazione di trattati di botanica esclusivamente dedicati alla flora del Colosseo (il primo nel 1643); uno che sulla scia del Grand Tour che dal Settecento prende piede, lo inserisce in vedute reali o fantastiche, all’interno delle quali ha l’assoluto ruolo del protagonista: in questa corrente si inserisce Gaspar Van Wittel, il più famoso tra i pittori ruinisti, che ci lascia del Colosseo una delle immagini più poetiche e realistiche della sua epoca.

Una delle vedute del Colosseo di Gaspar Van Wittel, detto Vanvitelli

Nell’800 avviene la riscoperta archeologica del Colosseo; in età fascista diviene simbolo dell’ideologia del nuovo impero: il Colosseo Quadrato all’EUR è uno tra i tanti esempi che testimoniano il clima culturale di quegli anni. La beffa più grande, per il sogno di Mussolini infranto, è l’immagine dei mezzi corazzati americani che nel giugno del 1944 sfilano sotto il Colosseo tra la folla festante.

Superstudio, Movimento continuo Grand Hotel Colosseo, 1969

Infine arriva la parte che preferisco: la reinterpretazione artistica del monumento. Al tema della reinterpretazione è dedicato il bel catalogo “The Colosseum Book” in copertina gialla o viola che strizza l’occhio a Warhol, che offre tantissime opere di artisti dall’800 (Lawrence Alma-Tadema e Jean-Léon Jêrome, per esempio) ad oggi. Chi l’ha sfruttato come sfondo per le sue ambientazioni d’epoca (ed è il caso proprio di Alma-Tadema e Jêrome), chi l’ha volutamente dissacrato (come Monumento continuo Grand Hotel Colosseo, 1969, di Superstudio), chi l’ha fatto soggetto assoluto delle sue fotografie capace di raccontare, col suo sguardo, la visione di una generazione.

Colosseo Icona è questo in fondo: è come noi vediamo e riconosciamo il Colosseo. Questa mostra ci racconta come e perché è diventato un simbolo. Lo fa attraverso la sua stessa storia, attraverso il dato archeologico e archivistico, il quale attraverso se stesso ci racconta il comune sentire attraverso i secoli. Sorgono tante riflessioni sul valore che questo monumento ha assunto nel tempo. Quando fu creato era un edificio di spettacolo. Grandioso, certo, ma non era costruito per celebrare se stesso, quanto l’imperatore che in esso mostrava la sua magnificenza nei confronti del pubblico offrendo spettacoli per giorni e giorni. Poi le cose cambiarono, e la percezione del monumento fu sempre mediata dall’impressione o dalle esperienze che ne ricavavano chi vi viveva dentro o intorno. La storia del monumento ci viene raccontata attraverso le persone che furono, ed emerge così un racconto corale e personale davvero vivace. Un racconto epocale che assume i toni di una vera e propria epopea.

“Colosseo. Un’icona” è in mostra al Colosseo fino al 7/01/2018. Il biglietto è compreso nell’ingresso al Colosseo. Ah, un suggerimento, per quello che ho potuto vedere: se fate la fila senza aver acquistato il biglietto preventivamente passate prima che con la prenotazione. Io ve lo dico 😉 

2 pensieri su ““Colosseo. Un’icona”: la mostra sul Colosseo al Colosseo

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