I Fori dopo i Fori: il racconto ai Mercati di Traiano

Ultimamente Roma sta rivolgendo la sua attenzione ad un tema che solo 20 anni fa sarebbe stato inconcepibile: parlare della Roma dopo Roma, ovvero di ciò che accadde alla città dalla fine dell’Impero d’Occidente in avanti, lungo tutto il medioevo e fino a noi. Invece oggi, nel 2017, ben due mostre in contemporanea si occupano della Roma postantica: una è Colosseo. Un’icona, che racconta il monumento più importante del mondo dal punto di vista della percezione di esso attraverso i secoli, con tutta una serie di letture di cui quella archeologica è solo una tra le tante. La mostra ai Mercati di Traiano, invece, I fori dopo i fori, è prettamente archeologica.

i fori dopo i fori
Ceramiche tardomedievali dagli scavi del foro di

L’ambientazione sempre suggestiva dei Mercati di Traiano è concepita su due livelli, corrispondenti a due grandi aree tematiche ed espositive. Al piano terra, nelle sale in laterizio sul lato sinistro, si interseca con la narrazione dell’esposizione permanente, dedicata ai Fori Imperiali, aggiungendo le ricostruzioni per i periodi postclassici: nell’Alto Medioevo i grandi spazi pubblici sono defunzionalizzati, anche se continuano ad essere frequentati. Ogni foro, pur nel ristretto spazio topografico, ha uno sviluppo a sé stante, anche se in linea di massima il destino finale sarà poi analogo: l’abbandono nell’XI secolo per un progressivo impaludamento dell’area.

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Un tesoretto di monete

Uno dopo l’altro i fori di Traiano, Nerva, Augusto e Cesare ci rivelano la loro mutazione attraverso il tempo. Difficile parlare di abbandono assoluto: piuttosto, si tratta di una transizione, del decadimento di grandi edifici pubblici che vengono ora occupati (siamo tra il V-VI e l’XI secolo) da case private e orti. Le ricostruzioni che vengono fornite per ogni Foro ci mostrano una realtà frammentata, quartieri abitativi che si installano laddove un tempo c’erano piazze, templi e basiliche. Il foro di Cesare, che era stato restaurato da Diocleziano nel 285 d.C. dopo un incendio nel 283, è abbandonato nel VI secolo, poi spoliato delle lastre pavimentali della piazza, nell’IX secolo è sistemato a orti e case povere, realizzate in materiali di recupero e argilla: le domus terrine. Nel foro di Nerva, che torna ad essere una via di passaggio come era stata fino alla fine del I secolo d.C., l’Argiletum, si installa una casa con tanto di portico, dunque per nulla povera; il tempio di Minerva sopravvive fino al 1609 quando il papa Paolo V ne fa smantellare i marmi per realizzare la fontana dell’Acqua Paola sul Gianicolo. Nel foro di Traiano nell’XIII secolo si installa il monastero di Sant’Urbano e in seguito il Quartiere Alessandrino (che sarà raso al suolo dagli sventramenti fascisti). Nel foro di Augusto invece, il tempio è occupato dal monastero di San Basilio che nel 1568 verrà ridedicato alla SS. Annunziata.

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Un tesoretto di monete

La mostra al livello superiore va a completare la narrazione archeologica mostrando i reperti emersi nel corso degli scavi dal 1998 in avanti: cosa meglio degli oggetti, infatti, può raccontare la storia dei luoghi? Tante le ceramiche medievali e poi rinascimentali esposte, alcune delle quali prodotte proprio in tre officine di maioliche attive nel quartiere di Sant’Urbano (foro di Traiano) tra il 1480 e il 1520, di proprietà del vasaio Giovanni Boni. Emerse nel corso degli scavi degli anni 1998-2000 hanno restituito il forno e gli scarti di produzione, fondamentali per gli archeologi per ricostruire i processi produttivi e tecnologici.

Ciò che però colpisce di più l’attenzione sono forse i tesoretti (ne sono esposti due) e gli elementi di un pozzo del XVI secolo, consistenti in una carrucola e il suo secchio, tutto rigorosamente in legno, il che dà a questi oggetti un valore documentario in più.

il secchio rinvenuto dentro a un pozzo nel quartiere di Sant’Urbano (Foro di Traiano) XVI secolo

La narrazione si spinge ben oltre al medioevo, andando a guardare al Quartiere Alessandrino, agli abitanti illustri di queste zone, come Michelangelo, che per un certo periodo abitò nell’area dei fori, fino a lambire gli sventramenti fascisti: alcune foto d’epoca mostrano alcune delle case che un tempo erano qui installate nei giorni dello sgombero. Il Quartiere Alessandrino, nel XVI secolo, si deve all’iniziativa di Michele Bonelli, Gran Priore dell’Ordine di Malta (che tutt’oggi ha sede sul retro del foro di Augusto). Fu un momento, questo, di grande attività edilizia nell’area del foro, che diede nuovo lustro a quest’area della città dopo i “pantani” dei secoli precedenti.

In epoca fascista, invece, il “piccone demolitore” che voleva riportare fuori terra il glorioso passato imperiale distrusse il quartiere alessandrino, le sue case e la sua storia, e creò Via dei Fori Imperiali.

Il quartiere alessandrino poco prima delle demolizioni. Una famiglia sta lasciando l’abitazione sul carretto. 1932. Archivio Fotografico Palazzo Braschi (foto esposta in mostra)

La mostra non è di immediata né facile comprensione: risulta difficile capire le trasformazioni urbane così importanti di quest’area nevralgica della città durante i secoli (2 millenni, per la precisione). Ci vuole uno sforzo di immaginazione notevole. Mi vengono in mente quei librini stupidini e però utili con le pagine semitrasparenti, sfogliando i quali si risale alle varie fasi di un edificio o di un quartiere o di un’intera città. Bene l’idea della mostra, bene che si affronti un lungo periodo instillando nel pubblico il dubbio che forse quelle rovine non sono sempre state alla vista. Ma secondo me da soli i reperti non bastano a rendere l’idea della complessità dell’area. Con che idea escono i visitatori dalla mostra? Hanno realmente capito tutte le vicissitudini di questo enorme quartiere? Encomiabile, comunque, lo sforzo. Encomiabile il fatto che se ne parli. Importante trasmettere il messaggio che niente è eterno e che ciò che vediamo oggi è frutto delle scelte degli anni ’30 (e poi del ’98-2000).

La location dei Mercati di Traiano è sempre stupenda, con la sua via Biberatica che risale lungo le botteghe, che arriva presso la Torre delle Milizie, affaccia prima sulla grande esedra del Foro di Traiano, guarda al Foro di Cesare e al Vittoriano, poi si volta verso il foro di Augusto e la sede dell’Ordine dei Cavalieri di Malta e ancora, oltre, alla torre del palazzo del Marchese del Grillo, che non ha bisogno di giustificazioni. Questo è un luogo ancora intatto di storia millenaria. E mette un po’ di soggezione calcarne i basoli.

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