Area Megalitica di Saint Martin de Corléans

Un paesaggio lunare, una scoperta casuale fatta da due umarell d’eccezione nell’anno dell’allunaggio, il 1969, decenni di scavi e una lunga e contrastata opera di musealizzazione poco apprezzata, in primis, dagli abitanti di questo quartiere di Aosta. L’Area Megalitica di Saint Martin de Corléans non è semplicemente un’area archeologica divenuta spazio museale, ma è un luogo di acceso dibattito sui temi della comunicazione dell’archeologia.

Area megalitica di Saint Martin de Corléans: la scoperta

Corre l’anno 1969. L’uomo arriva sulla Luna e intanto a Saint Martin de Corléans, poco fuori Aosta, si scava accanto alla pieve romanica per costruire un palazzo. Alla finestra di una casa vicina due abitanti osservano le ruspe in azione nel sottosuolo. Non sono due umarell qualunque: sono i due archeologi aostani Rosanna Mollo e Franco Mezzena, i quali si rendono subito conto che i mezzi meccanici non stanno semplicemente asportando rocce, ma vere e proprie lastre lavorate da mano umana.

L’Area Megalitica di Saint Martin de Corléans in corso di scavo. Un sito pluristratificato e complicatissimo – immagine tratta da pannello

Prendono il via così lunghe indagini archeologiche che portano in luce un sito pluristratificato dell’ampiezza di 10.000 mq che dalla fine del V millennio a.C. ha continuità di vita fino all’età romana. Un’area fondamentale per l’archeologia della Valle d’Aosta.

La storia del sito

In principio furono arature rituali

La prima fase del sito risale alla fine del V millennio a.C. Sono state individuate su tutta l’area creste durissime nel terreno di matrice limosa che hanno fatto propendere per una serie di arature rituali: il banco limoso di origine glaciale sembra come pettinato, solcato com’è da solchi paralleli, tutti profondi allo stesso modo, larghi allo stesso modo ed equidistanti. Queste arature sono documentate su larga parte dell’area megalitica, e hanno posto il problema del come furono realizzate: i segni regolari farebbero propendere per l’uso di un aratro in legno condotto a trazione animale (sarebbe stata individuata persino la traccia di uno zoccolo di bovino!), ma se così fosse saremmo in presenza di una delle più antiche arature mai documentate in Europa! La problematica non è di poco conto: finora infatti l’uso dell’aratro in associazione con la trazione animale è documentato per l’età del Rame, dunque dalla metà del IV millennio a.C. Le arature di Saint Martin de Corléans sposterebbero dunque molto più indietro l’asticella. Il dibattito è naturalmente aperto.

Arature propiziatorie: la prima fase di frequentazione del sito di Saint Martin de Corléans

In ogni caso le arature di Saint Martin de Corléans sono state interpretate come propiziatorie, realizzate probabilmente per rituali con finalità agricole. Si delinea fin d’ora il carattere santuariale di questo luogo.

Nella musealizzazione dell’area megalitica le arature sono state lasciate a vista in due punti, uno al centro dell’area, lontano da chi guarda, l’altra letteralmente sotto i piedi del visitatore che può così osservare da vicino questo curioso primo intervento umano nell’area.

Pozzi votivi e buche di palo allineate

Pozzi votivi

La fase successiva, che risale al IV millennio a.C., vede la comparsa di 15 pozzi votivi realizzati nel banco limoso – spesso intaccando le arature precedenti – e sul cui fondo furono depositati semi di cereali e di leguminose combusti insieme a piccole macine: l’intento rituale di offerta alle divinità a fini agricoli appare evidente.

L’analisi delle sementi rinvenute ha permesso di ricostruire il paesaggio agrario del territorio aostano tra la fine del V e la metà del IV millennio a.C.: tra le leguminose sono state individuate la cicerchia e il pisello (un solo esemplare!), mentre tra i cereali è stato identificato il farricello, il farro e il frumento. Interessante anche il carbone rinvenuto: legno di quercia e, in misura minore, di pino.

Sementi e macine rinvenuti sul fondo dei pozzi votivi

Ma i resti vegetali sono stati utili anche per risalire ad una datazione della realizzazione e utilizzo dei pozzi: tra il 4300 e il 3950 a.C. secondo le datazioni condotte al C14 sui resti di cereali.

I pozzi, poi, sono orientati in senso NE/SO; quest’orientamento sarà mantenuto anche nella fase successiva, dove un allineamento di buche di palo – che presumibilmente sostenevano una struttura lignea con intento votivo – vede nuovamente sul fondo di ciascuna buca l’apposizione di semi combusti di leguminose e cereali. Questi resti organici sono senza dubbio utili per ricostruire l’alimentazione degli uomini che convergevano in questa piccola valle per ingraziarsi le divinità. L’area sacra – ancora in questa fase non si può parlare di area megalitica – doveva essere un luogo di ritrovo per più clan che abitavano questa zona. Il sito non ha restituito infatti alcuna traccia di abitato.

Stele antropomorfe

Finalmente ci siamo: alla metà del IV millennio iniziano ad apparire le prime lastre infisse nel terreno. Le prime ad apparire sono semplici menhir, ovvero blocchi di forma allungata, più simili ad un parallelepipedo, sbozzati sommariamente; seguono poi delle lastre a forma poligonale, non decorate, ma caratterizzate da un foro passante usato, forse, per poterle meglio trasportare.

Menhir e stele poligonale con foro passante

Infine, il terzo tipo di stele è finalmente compiutamente antropomorfo. Le stele hanno forma vagamente trapezoidale, con raffigurazione umana riconoscibile nella sagoma frontale. A seconda delle loro caratteristiche tecniche si distinguono due stili: il I Stile vede la presenza di tratti antropomorfi essenziali; il II stile vede già una raffigurazione dettagliata di alcune parti del corpo, come il volto, le braccia, le spalle, le mani, e un’attenta descrizione degli abiti e degli ornamenti, a partire dalle armi.

La Stele 3 Sud

La Stele 3 Sud

Tra tutte le stele del II stile, quella più interessante è la Stele 3 Sud, evoluta con spalle e testa ben distinguibili (testa a “cappello di carabiniere” e volto con schema a T per indicare arcata sopraciliare e naso) e con l’abbigliamento magistralmente descritto: un diadema intorno al collo, un corpetto decorato a file parallele di triangoli e losanghe. Ha le braccia disposte ad angolo retto e le mani ben descritte dalle 5 dita; al di sotto indossa una cintura e nuovamente una veste decorata a losanghe. Non è possibile capire per questa stele se si tratti di figura femminile o maschile: non indossa armi, attributo maschile, ma non ha neanche una vaga indicazione di seni o altri attributi tipicamente femminili. Per nessuna delle stele antropomorfe di Saint Martin de Corléans, eccetto quelle con rappresentazione di armi, si può indicare con assoluta sicurezza il sesso.

La Stele 30

La Stele 30

La Stele 30 invece ha non solo il pugnale, ma tutta l’armatura: ascia, arco, faretra, cintura, borsello, pugnale inserito nel suo fodero di cuoio con frange. Anche la Stele 30 ha testa a “cappello di carabiniere” e volto con schema a T. Anche in questa stele le braccia sono disposte ad angolo retto con le mani affrontate come nella Stele 3. Ma l’abbigliamento e gli attributi sono molto più elaborati: il torso del personaggio è vestito da un abito – o forse una corazza – decorato con motivo a scacchiera che ricorre anche nella cintura. L’ascia, l’arco con due frecce, due pugnali col fodero qualificano la figura come un personaggio maschile, probabilmente un guerriero. Non è chiaro però chi fossero i personaggi raffigurati, se antenati o eroi. Sicuramente non defunti, perché ancora l’area, in questa fase non ha carattere funerario, ma santuariale.

Le cose, però, stanno per cambiare drasticamente.

L’età dei dolmen

Le stele antropomorfe si sviluppano tra la fine del IV millennio e il III millennio a.C. Poi c’è una cesura. Si perde il valore sacrale dell’area, si perde il significato di quelle figure antropomorfe che non vengono più riconosciute in quanto tali. Il sito nell’età del Bronzo diventa un’area sepolcrale caratterizzata da dolmen che spesso, nella loro costruzione, impiegano quelle stele antropomorfe quali pareti dei monumenti funerari.

La Tomba II

Tra le strutture funerarie rinvenute, la Tomba II è quella che riveste il maggior interesse. Innanzitutto è monumentale, è costituita da un dolmen, ampia camera megalitica, eretto su una piattaforma triangolare. Le pareti sono realizzate con grandi lastre. La tomba è stata in uso per più generazioni per sepolture collettive: tra la metà del III millennio a.C. e i primi secoli dei II millennio a.C. infatti ospita almeno 39 sepolture appartenenti, probabilmente, ad uno stesso clan.

La Tomba II è la tomba meglio conservata e musealizzata all’interno dell’Area Megalitica di Saint Martin de Corléans

Interessanti gli oggetti rinvenuti a corredo delle sepolture, anche se è impossibile attribuire al singolo individuo gli oggetti: un rasoio lunato in bronzo, spilloni in bronzo. vaghi di collana in lamina di rame, e ancora elementi in osso e vasi in ceramica sono gli oggetti che accompagnano i defunti.

Rasoio lunato dalla Tomba II

Tra gli individui sono interessanti i 3 crani che presentano tracce di operazioni chirurgiche di trapanazione. Uno dei crani dimostra che l’individuo riuscì a sopravvivere all’intervento, come mostrano le pareti dell’osso, morendo poi diverso tempo dopo per cause non necessariamente collegabili all’operazione al cervello; un altro dei crani subì due interventi: al primo sopravvisse, come dimostrano le pareti del foro, calcificate, mentre al secondo probabilmente no, dato che il tessuto connettivo dell’osso non ebbe il tempo di riformarsi; il terzo individuo, infine, parrebbe essere morto “sotto i ferri”* in quanto le ossa del cranio sono rotte senza alcun segnale di ripresa.

* “sotto i ferri” è espressione impropria, visto che siamo ancora nell’età del Bronzo!

I crani trapanati dalla Tomba II

In questo video potete vedere il mio racconto in diretta della Tomba II di Saint Martin de Corléans:

La Tomba II dell’Area Megalitica di Saint Martin de Corléan

Questo, fin qui, è il racconto dell’Area Megalitica di Saint Martin de Corléans esposto finora presso lo spazio espositivo che incorpora, racchiude e allo stesso tempo espone il sito.

In realtà la storia dell’area prosegue in età del Ferro e romana come area di necropoli; in età romana nell’area si installa anche una villa rustica. Poi in età medievale la pieve romanica riporterà sacralità a questo luogo. Ma la storia “più recente” del sito ancora dev’essere musealizzata.

L’Area archeologica di Saint Martin de Corléans. Note sulla musealizzazione e sulla comunicazione

Ce l’avevano detto, eravamo avvertite. Tuttavia, sentirsi dire da un abitante di Aosta (poi due, poi tre) che “quel museo” è brutto, uno spreco di soldi ecc. ecc. fa un certo effetto. La critica che viene mossa è che la struttura non c’entra niente col circondario, sembra un’astronave calata lì dal nulla. Mi aspettavo, perciò, un luogo pressoché disabitato, aperta campagna con una “cattedrale nel deserto” futuristica. Invece no: la struttura che musealizza l’area megalitica di Saint Martin de Corléans è senz’altro moderna, senz’altro di impatto, ma non così terribile a vedersi. Anzi.

La resistenza degli abitanti del quartiere e di Aosta si spiega allora con una sola causa-effetto: mancanza di comunicazione, mancanza di coinvolgimento. Non sono io a dirlo, ma anche le persone di Aosta, anche addette ai lavori, che mi accompagnano nella visita.

Eppure la struttura è un prodotto architettonico egregio, studiato apposta per valorizzare e insieme conservare il suo contenuto, ovvero l’area megalitica e le stele antropomorfe.

L’allestimento

L’area archeologica – museo – ha aperto al pubblico relativamente da poco tempo, dal 2016. Rispetto al piano di campagna, il sito megalitico si trova a -6 metri. Per raggiungere il livello, una Rampa del Tempo ci conduce dall’hic et nunc, l’oggi al piano terra, indietro nei decenni, nei secoli e nei millenni.

Quando ci si para davanti, l’area megalitica di Saint Martin de Corléans colpisce per la sua assoluta ieraticità. Sembra il set dell’introduzione di Duemilauno Odissea nello Spazio, per capirci. Davanti a noi si para la spianata su cui si erge il dolmen della Tomba II.

In questa prima fase possiamo soltanto osservare e contemplare: vediamo il dolmen, vediamo il testimone lasciato con le arature propiziatorie di fine V millennio. Al momento la percezione che abbiamo, a meno di non essere accompagnati da una guida più che preparata, è semplicemente affidata all’emotività, non abbiamo altro modo di comprendere ciò che abbiamo davanti. Solo da un certo punto in avanti, finalmente, arrivano le spiegazioni. Chiare, puntuali, affidate a pannelli che con poche semplici informazioni riescono a fornire tutte le indicazioni di cui abbiamo bisogno per capire dove ci troviamo e cosa abbiamo davanti. Ripercorriamo così dall’inizio la storia del sito, così come ve l’ho raccontata più sopra, arricchita da ricostruzioni e dalle vetrine che contengono, ad esempio a proposito dei pozzi votivi, le macine e alcuni dei semi combusti rinvenuti.

Le stele antropomorfe non si trovano in situ, anche perché spesso furono rinvenute, come nel caso della Stele 3 Sud, reimpiegate a faccia in giù come meri elementi edilizi. Ad esse, che però costituiscono l’elemento più succoso del sito – perdonatemi – è dedicata un’intera sezione di questo spazio museale.

Comunicare l’Area Megalitica di Saint Martin de Corléans

Appurato che oggettivamente non siamo in presenza di un museo muto, ma al contrario di uno spazio espositivo che, al netto delle migliorie che senza dubbio si possono apportare, come ad esempio la realizzazione di un’audioguida che accompagni il visitatore, raggiunge il suo scopo, l’Area archeologica di Saint Martin de Corléans pone delle riflessioni che sono al centro di dibattito e di sfide per il futuro.

Innanzitutto non va tralasciato il fatto che la struttura è invisa agli stessi abitanti del luogo! Il primo passo da fare è dunque far accettare agli abitanti la presenza di questo spazio allo stesso modo in cui accettano la costruzione di un nuovo supermercato o centro commerciale in un’area “vergine”. Il gioco sta nel rendere il sito un luogo attrattivo. La mostra “Dinosauri in carne e ossa” che si svolge in questi mesi (fino a marzo 2020) all’interno dello spazio espositivo sta attraendo tantissime famiglie con bambini. Questo è sicuramente un primo passo nella direzione dell’accettazione da parte degli abitanti di questo luogo. Perché è inutile cercare di attrarre il grande pubblico (che poi va definito in quanto tale) tralasciando il locale. Partire dalla comunità locale è fondamentale per poter costruire un dialogo e per far sì che gli stessi abitanti diventino ambassador di quelle che fino a un mese fa chiamavano “quattro pietre”.

Tutte queste belle ricette che scrivo non le ho tirate fuori dal cilindro così per dire, ma chiacchierandone con le colleghe archeologhe Stella Bertarione e Cinzia Joris che ci hanno accompagnato nella visita e che per prime ci hanno messo a parte delle loro perplessità e delle problematiche da affrontare.

La visita all’area megalitica di Saint Martin de Corléans è stata non soltanto l’occasione di conoscenza di un nuovo capitolo dell’archeologia italiana, ma anche di come sia difficile comunicare una scoperta archeologica di cui noi archeologi siamo pienamente coscienti alle persone che vivono la quotidianità dei luoghi in cui quella scoperta è avvenuta. Il tema è quantomai attuale, e mi piacerebbe conoscere la vostra opinione in proposito: siete di Aosta? Avete visitato l’area megalitica di Saint Martin de Corléans? Qual è la vostra opinione? Cosa occorrerebbe fare per riconnettere le persone di oggi con quei nostri antenati del V – IV – III millennio a.C.?

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