Il Museo Archeologico di Olbia

Il Museo archeologico della città di Olbia è una tappa imprescindibile per conoscere l’archeologia sarda. Un’archeologia che non è solo fatta di civiltà nuragica, o dei grandi siti archeologici grandi attrattori come Tharros o Nora. L’ho visitato recentemente, e ne sono rimasta colpita. Soprattutto per un fattore: è gratuito, nonostante i servizi che offre.

Il Museo archeologico di Olbia ha sede in un bell’edificio moderno affacciato sul porto di Olbia, di fronte alla ruota panoramica, a un passo dal corso che immette nel centro storico. La posizione più facilmente raggiungibile per chi si trova in città a passare almeno una giornata. Il problema di Olbia però è proprio questo, mi spiega Daniele Pipitone, blogger di Un sardo in giro: la gente arriva a Olbia per partire immediatamente, non per fermarsi. Io stessa trascorro ad Olbia soltanto un pomeriggio. Ma non ho dubbi che spenderò il mio pomeriggio al museo archeologico.

Il Museo archeologico di Olbia: un museo gratuito

La prima sorpresa del Museo archeologico di Olbia è che è incredibilmente gratuito. Dico “incredibilmente” perché per i servizi che offre dovrebbe prevedere il biglietto a pagamento.

Il museo infatti offre un servizio di audioguida, necessaria per poter seguire la visita, in quanto illustra tutto il percorso museale sala per sala, vetrina per vetrina. Non solo, ma la prima sala, che ospita le navi romane di Olbia, è climatizzata e già solo questo implica uno sforzo di conservazione che a mio parere dovrebbe essere ripagato.

Le navi romane di Olbia: affondate dai Vandali

I Vandali sono la popolazione barbara che assaltò Olbia nel 455 d.C. e che per costringere la città alla resa diede fuoco alle navi attraccate in porto. Più di 40 navi andarono in fiamme e affondarono. Il fasciame mezzo bruciato rimase adagiato sul fondale insieme al carico che trasportava per 1500 anni e più. Dopodiché nel corso di scavi di archeologia subacquea vennero in luce, uno dopo l’altro, gli scafi affondati. E il capitolo più buio della storia di Olbia si tinse di una nuova luce.

Una delle navi romane di Olbia e uno dei timoni, esempio più unico che raro conservatosi

Sì, perché storicamente si sapeva che l’invasione vandala aveva segnato la fine della prosperità della città – porto da sempre vocato al commercio sul mar Tirreno – e ne aveva decretato la terribile contrazione a poco più che paesello. Ma non si conoscevano del tutto le dinamiche. Dinamiche che sono venute in luce man mano che il fasciame delle navi semicombusto veniva in luce nel porto di Olbia. Delle 16 navi indagate e recuperate, in questo momento due sono state restaurate, stabilizzate, ricostruite trave per trave a costituire il fasciame della chiglia e infine musealizzate.

Una delle navi romane di Olbia

Entrare nella sala delle navi romane di Olbia procura un vero shock. Uno shock perché per quanto tu già sappia cosa troverai, vederti dei legni perfettamente conservati (e stabilizzati) e rimontati a costruire una chiglia che, se solo fosse completa, potrebbe prendere il largo domani, lascia senza fiato. Una meraviglia che non può non destare ammirazione anche in chi archeologo non è. Si tratta di manufatti unici, imponenti. La musealizzazione è ben riuscita. Inoltre la ricostruzione di due stive con l’ipotesi di sistemazione del carico consente di capire come e cosa trasportassero queste navi. Più avanti nel percorso espositivo si potranno vedere anche alcuni reperti con evidenti tracce di fuoco. Il che completa il quadro della situazione drammatica che quell’incendio disastroso costituì.

La storia di Olbia, vetrina dopo vetrina

Collo di brocchetta fenicia, 750-700 a.C.

Lasciate le navi, il percorso museale del Museo archeologico di Olbia segue un criterio cronologico. Partiamo dalla preistoria del territorio di Olbia, documentata da un’ancora in pietra, passiamo all’età fenicia documentata, nella sua fase iniziale, da un collo di brocchetta datato al 750-700 a.C.

Se vi state chiedendo a quando risalga il nome Olbia, ebbene, furono i coloni greci provenienti da Focea che fondarono Oλβία. Il nome andrà poi perduto in età tardoantica per essere recuperato in epoca fascista, quando si diede nuovo impulso al porto. All’epoca della fondazione greca risalgono anfore e bacini di produzione corinzia.

I Focei fondano oltre a Olbia anche Massalia sulla costa mediterranea francese e Alalia in Corsica. Questa loro egemonia sul Tirreno indispone Cartagine che, alleatasi con gli Etruschi, nella Battaglia del Mare Sardonio – la prima grande battaglia navale che la storia ricordi – costringe infine i Focei ad abbandonare Alalia che passò in mano etrusca. I Focei di Alalia ripararono a Elea (Velia) in Campania. Stessa sorte dovette toccare ai Greci di Olbia i quali ripararono presso Cuma e stipularono un trattato di alleanza – deposto nel santuario panellenico di Olimpia – dove si identificarono come Serdaioi, Greci di Sardegna. Siamo nella prima metà del VI secolo a.C. Roma sta muovendo i suoi primi passi e sta passando dall’età dei re alla Repubblica.

Già al 509, infatti, Cartagine stipula un trattato con Roma, all’indomani della conquista della Sardegna, in cui vieta alla ancora piccola città laziale di intrattenere rapporti commerciali con l’isola. Tuttavia Olbia in questo periodo non sembra dimostrare una forte presenza cartaginese. Essa si intensificherà dopo il 386, anno in cui Roma cerca di installare una colonia, Feronia, presso l’attuale Posada, dunque non molto distante da Olbia. La colonia cartaginese di Olbia si installa dunque alla metà del IV secolo; contestualmente un nuovo trattato, nel 346 a.C., tra Cartagine e Roma impone a quest’ultima di non approdare mai in Sardegna.

Lucerne romane dal porto di Olbia

Questa fase è testimoniata a Olbia da rinvenimenti di necropoli e corredi all’interno delle tombe: aryballoi a vernice nera e lucerne in terracotta la fanno da padrone, insieme alle classiche testine in pasta vitrea tipiche dell’artigianato artistico punico.

Olbia e Roma

Lo scontro era inevitabile. Roma e Cartagine vengono alle armi per l’egemonia sul Mediterraneo. Tra la prima e la seconda Guerra Punica Roma approfittò dell’invocazione di aiuto da parte di mercenari cartaginesi ribellatisi in Sardegna per impadronirsi dell’isola.

Nel 238 a.C. nasce la Sardinia quale Provincia romana. Ma il processo di romanizzazione sarà molto lungo e graduale. Le tradizioni puniche sono ben evidenti nella cultura materiale di Olbia fino alla metà del I secolo a.C.

Ceramica a vernice nera, lucerne come se piovesse, matrici per il pane ancora di produzione cartaginese accanto a matrici di produzione locale, ex-voto di produzione locale e un bruciaprofumi dall’Egitto sono tra gli oggetti che ci documentano questa lunga fase di transizione.

Anfore che trasportano ancora il loro carico di pesce – Museo archeologico di Olbia

La lunga età romana è raccontata attraverso pochi significativi reperti e vetrine. Si tratta di un periodo piuttosto lungo, che è stato variamente indagato archeologicamente in città: all’accesso al centro storico, per esempio, si può notare un tratto della pavimentazione del Foro cittadino, mentre la chiesa di San Paolo è il luogo sacro più stratificato: da tempio pagano a tempio di Ercole fino a divenire chiesa cristiana. Inoltre la toponomastica della città, in via dell’acquedotto e via delle terme, ricorda gli antichi resti di età romana. L’Acquedotto proveniva, peraltro, dal vicino sito di Cabu Abbas, traduzione in sardo di Caput Aquarum e già pozzo sacro in età nuragica.

Tra i reperti più interessanti è il ritrovamento di anfore ancora piene del loro carico di pesce più o meno macerato. Garum, dice l’audioguida riferendosi alla nota salsa di pesce tanto amata sulle tavole dei Romani, ma le lische così grandi e ben conservate fanno piuttosto pensare a salagiones, pesce sotto sale intero (anche piccoli tonni) o a pezzi, come mi ha suggerito la collega Elena Quiri su facebook.

Arrivano i Vandali! E fanno danni

La grande devastazione che portò l’invasione vandala nel 455 è già ben evidente nell’allestimento delle navi in apertura del percorso museale. Qui giunge il momento di vedere le tracce che il fuoco di quell’incendio lasciò sulle dotazioni di bordo: lucerne di produzione nordafricana con evidenti tracce di fuoco.

Lucerne africane annerite dall’incendio delle navi romane nel porto di Olbia

I Vandali restano a Olbia – e in Sardegna – per circa un secolo, dopodiché lasciano posto all’impero bizantino. Olbia non esiste più. Al suo posto un piccolo borghetto d’altura, Phausiana, si concentra nella parte più elevata dell’antica città. Rimane comunque sede vescovile, grazie alla devozione verso il martire Simplicio, il cui luogo di culto si sviluppa nel sepolcreto cristiano. Il porto continua ancora ad avere una qualche funzione, ma certo è molto ridimensionato.

Poi l’Impero Bizantino molla la presa, troppo complicato controllare un’isola che è così lontana. Allora sorgono nell’isola i Giudicati che si alleano variamente con le repubbliche marinare di Genova e Pisa. In particolare, il Giudicato di Civita, questo il nome che prende Olbia, Capitale del Giudicato di Gallura, si allea con Pisa e torna così a dire la sua in campo commerciale nel Tirreno. La cittadina viene cinta di mura e la chiesa di San Simplicio viene eretta nelle forme del romanico pisano.

Ceramiche medievali da Civita – Museo archeologico di Olbia

Segue la conquista aragonese dell’isola dal 1324: gli equilibri si spostano per forza di cose a Ovest, lasciando quindi da parte l’Est e il Tirreno. Così Terranova, così si chiama ora Olbia, perde nuovamente di importanza e si riduce ad essere quasi un paesino di due-trecento anime. Passano i secoli, solo all’inizio del XX secolo l’abitato sembra vedere una svolta positiva, con la ripresa dei collegamenti navali con la Penisola dal 1920. Infine, nel 1939, la città torna a chiamarsi Olbia, il suo primo vero nome.

Il museo della città di Olbia

Il museo archeologico di Olbia è un vero museo della città: la narrazione museale non perde mai di vista il filo conduttore, ovvero la città di Olbia, con uno sguardo regionale solo quando è necessario. Il museo racconta una storia della Sardegna che non è quella che solitamente ci aspettiamo di sentire. Nuraghe? No, non ce n’è: l’unico è a Cabu Abbas, fuori dalla città; è interessante invece narrare le vicende millenarie di una cittadina che ha visto tante culture avvicendarsi, tanti momenti di gloria seguiti da altrettanti momenti di disgrazia. Di tutto ciò, nell’ottica di un racconto globale, il museo rende conto.

Sicuramente una delle migliori scoperte che io abbia fatto finora in Sardegna.

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