“La divulgazione? È far capire che capire è bello” Intervista a Paco Lanciano

Incontro Paco Lanciano a Florens2012, il Festival dei Beni Culturali che si sta svolgendo in questi giorni a Firenze. L’incontro è casuale in effetti, perché Paco Lanciano non è tra i convenuti alla Tavola Rotonda che si sta per aprire nella Sala dei Duecento di Palazzo Vecchio e che vede tra i partecipanti Philippe Daverio, ma siede tra il pubblico. Alla tavola rotonda avrebbe dovuto partecipare il suo collaboratore di sempre, Piero Angela, che ha invece dovuto rinunciare all’ultimo momento.

L’occasione è ghiotta, non posso farmela scappare: Paco Lanciano, fisico di fama, noto al grande pubblico per le sue collaborazioni a Superquark con Piero Angela, è impegnato da anni nel campo della divulgazione scientifica, che porta avanti non solo nelle sue apparizioni televisive, ma anche nell’allestimento di musei scientifici in tutta Italia: un’attività ormai trentennale che lo rende un personaggio di riferimento nel campo della comunicazione scientifica. Spesso ho detto che la comunicazione archeologica dovrebbe guardare alle forme della comunicazione scientifica, perché entrambe perseguono il medesimo scopo di far giungere un messaggio ad un pubblico il più ampio possibile.

Ed è questa la mia considerazione alla base della domanda che rivolgo a Paco Lanciano il quale, disponibilissimo, mi risponde con una bella lezione di metodo trasversale, valida sia per la divulgazione scientifica che per quella archeologica.

D: Paco Lanciano, che cosa dovrebbe imparare chi si occupa di comunicazione archeologica da chi, come lei, fa comunicazione scientifica?

R: Più che un insegnamento, io parlerei di stimolo, uno stimolo che tutto il mondo scientifico e umanistico dovrebbe seguire, ed è questo: il vero carattere della divulgazione non è tanto il linguaggio, quanto piuttosto la creatività nello strumento della traduzione.

D: Non il linguaggio? Non un linguaggio semplice alla portata di tutti?

R: A parlare con un linguaggio semplice siamo buoni tutti. La divulgazione però non è semplicemente l’uso di un linguaggio più semplice, ma la traduzione da un contesto scientifico nel mio caso, o archeologico, verso chi non ha un contesto in cui collocare il dato che voglio trasmettere. Quello che voglio dire è che le conoscenze pregresse, le basi, il retroterra che ognuno di noi ha sono diverse da quelle di un altro. Il fisico ha basi di conoscenza diverse da quelle di un archeologo o di un avvocato. Bisogna portare il livello su un territorio comune di conoscenza.

D: Parliamo di divulgazione: divulgazione come traduzione.

R: Il lavoro di chi si occupa di divulgazione è innanzitutto immaginare gli strumenti di comunicazione che facciano arrivare al pubblico un concetto essenziale: che capire è bello. L’atteggiamento giusto è lavorare per studiare quale sia lo strumento migliore che possa fare in modo che chi ascolta il programma in tv o legge l’articolo abbia gli strumenti per fare propria l’informazione che viene data. Il pubblico deve capire che può capire. Il fine ultimo della divulgazione è che il pubblico possa capire che si può capire, possa appassionarsi per approfondire. Così, applicando il caso all’archeologia, per esempio, la trasmissione in tv diventa lo stimolo per visitare dal vero l’area archeologica.

Dalle parole di Paco Lanciano emerge una considerazione importante: la divulgazione getta un ponte tra l’argomento scientifico e la persona digiuna di conoscenze in quel campo. Non solo, ma ne fornisce la chiave di lettura. La divulgazione non esaurisce in sé il messaggio, ma fa sì che il pubblico, appassionandosi all’argomento, possa trovare da sé la strada per conoscerlo meglio, con gli approfondimenti che riterrà utili e opportuni. La divulgazione è, insomma, per Paco Lanciano, uno strumento che non si sostituisce all’acquisizione della conoscenza, ma che la procura.

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