…Perché Degas non dipingeva soltanto ballerine…

Degas non dipingeva solo ballerine. Questo luogo comune che in molti abbiamo è frutto di una scarsa conoscenza del personaggio, dell’artista, dovuta principalmente ai programmi scolastici. In fondo non è colpa nostra. Ma si scopre un bel giorno che ciò che si studia sui libri di scuola è solo la punta di diamante di quello che sta sotto, un mondo intero che è stato studiato da fior di studiosi e che è stato pubblicato su riviste di settore che però, ovviamente, non entrano nel canale della divulgazione. Un po’ come avviene in archeologia.

Cosa c’entra un post su Degas in un blog che dovrebbe occuparsi di archeologia? Ve lo spiego subito. Lo spunto mi è nato da alcune letture che mi sono state imposte di recente su svariati temi di arte contemporanea e che volevano insegnare un metodo, un modo di fare storia dell’arte contemporanea, partendo dall’oggetto, analizzandone il contesto di riferimento, per tornare all’oggetto stesso. E’ il procedimento di studio che si utilizza per l’archeologia, all’incirca, comunque è una forma mentis che lo studioso, a qualsiasi livello dovrebbe tener presente. E veniamo al caso di Degas.

La bibliografia che mi è stata fornita su questo artista della seconda metà dell’Ottocento (ricordate gli Impressionisti?) ha come autore tal Theodore Reff, studioso che ha dedicato a Degas numerosi contributi sul Burlington Magazine, rivista di settore della quale non sospettavo, da buona ignorante, neanche l’esistenza.

Tutto inizia, almeno per me, da un articolo nel quale Reff si sofferma ad analizzare un dipinto non tra i più noti, almeno per noi popol bue, dell’artista, ovvero “Interior” (all’inglese), dipinto nel quale sono rappresentati in una camera da letto col letto troppo piccino per essere a due piazze, con un caminetto, un tavolo con sopra un abat-jour, un cassettone, una donna in camicia da notte, comunque abbastanza discinta senza far intravvedere nulla, rivolta al cassettone che dà le spalle ad un uomo, in piedi poggiato con la schiena alla porta della stanza, chiusa. Il dipinto sembrerebbe una normalissima scena di interno con due personaggi, ma lo studio che c’è dietro ha rivelato un mondo incredibile, che va a scavare nelle letture, nelle concezioni di Degas, nelle sue frequentazioni e nelle sue pulsioni. Il quadro è il risultato di una serie di circostanze che Reff è andato puntualmente a scovare con una metodologia che fa impallidire il più scrupoloso degli archeologi attenti al paradigma indiziario.

interior.jpg
 
L’analisi di Reff parte dal fatto che la scena è strana per essere una qualsiasi ambientazione di interno. Inoltre è noto a tutti (gli studiosi di Degas) che l’artista era particolarmente affascinato dalla corrente Realista della letteratura francese del periodo. I vari Maupassant e Zola erano letti con particolare entusiasmo e piacevano per la loro bravura nel descrivere con precisione fotografica i dettagli delle singole scene e immagini, si trattasse di azioni o di paesaggi o ancora di circostanze. Degas pare fosse molto influenzato, o meglio attirato, da questo genere letterario. Si era anzi scatenata ai suoi tempi una diatriba tra chi sosteneva il primato della letteratura o della pittura nella rappresentazione della realtà più attinente al vero. Si scatena allora la caccia all’autore e al testo che avrebbe ispirato a Degas l’ambientazione di Interior. Perché la scena è troppo ben circostanziata, troppo particolareggiata perché possa essere un’idea venuta dal nulla al pittore. Dopo vari tentativi Reff giunge alla sua conclusione: la scena è tratta da un passo, insignificante per molti versi, ma significativo evidentemente per Degas, del racconto di Zola Therese Raquin. In questa storia si racconta di due amanti che uccidono il marito di lei. Ebbene, c’è un passo nel racconto in cui pare proprio leggersi, per Reff, una descrizione precisa di un momento del racconto. Oltre alla descrizione minuta dei particolari della stanza, ripresa paro paro da Zola, Degas aggiunge la descrizione psicologica dei personaggi. In essi si legge il senso di colpa e di colpevolezza nella posa di lei, pudica, colpevole e indifesa ad un tempo, e nel volto e nella posa di lui, spinto contro la porta come a significare che da lì non si torna indietro e il cui volto sembra ripreso dal Ritratto di criminale di Cesare Lombroso.
Ma c’è dell’altro. La posa dei due personaggi in rapporto l’uno con l’altro è un carattere che si ritrova sovente in Degas: il personaggio maschile e quello femminile sono spesso messi agli estremi, quasi a significare un rapporto/scontro di sessi, che evidentemente ha a che fare con l’inconscio dell’artista. Il fatto che qui, in una scena in cui uomo e donna sono complici eppure colpevoli, ritorni questa contrapposizione è abbastanza significativo di un modo di concepire il rapporto uomo-donna in termini problematici. E infatti il nostro artista non aveva un gran rapporto con l’universo femminile.
L’articolo di Reff, già di per sé strepitoso, non rende se non lo si legge insieme ad un vero e proprio trattato che eglipubblica sempre sulle pagine del Burlington Magazine, relativo a Degas e la letteratura del suo tempo: in esso parla del clima culturale che si respirava a Parigi negli anni in cui Degas dipingeva ed era artista affermato, di come egli frequentasse salotti culturali e scrittori e di quali fossero i rapporti, non sempre pacifici per via del suo caratteraccio, con gli scrittori della corrente realista che tanto lo attira. In particolare pare che con Zola non fosse tutto rose e fiori, ma ciò non toglie che proprio da Zola egli abbia preso quella descrizione dalla quale ha dipinto “Interior”.
Non sono una storica dell’arte, ma tutta questa vicenda di Degas mi ha divertito parecchio, forse perché ho colto nel modo di ragionare di Reff lo stesso modo di ragionare di un archeologo. Andare a cercare la causa, a ricostruire il contesto che sta dietro agli oggetti è un modo di lavorare che dobbiamo tenere ben presente nel nostro lavoro di ricerca.

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