Generazione di archeologi compie 15 anni.
L’8 ottobre del 2008 aprivo questo blog, Generazione di archeologi. Lo aprivo non perché avessi un particolare progetto editoriale da proporre – amministravo già un blog di comunicazione dell’archeologia (il compianto, ma tanto importante Comunicare l’archeologia fondato con Matteo Sicios) e collaboravo con un blog di archeologia (l’altrettanto compianto Archeoblog, ancora recuperabile online ma ormai non più aggiornato da tempo) – ma fu quasi una casualità. Non potevo immaginare che questa casualità sarebbe stata così longeva.
15 anni sono tanti, tantissimi, per quanto mi riguarda. Se guardo indietro a cosa è stato questo blog, non solo per me, ma per quel poco che ha contribuito a fare nel dibattito – e nella formazione – sulla comunicazione dell’archeologia nel web 2.0, beh, posso solo che essere soddisfatta.
Su questo blog si sono alternate negli anni varie tematiche, ma la comunicazione dell’archeologia è stata ed è sempre al centro dei miei interessi e di molti dei post che scrivo qui (ben 405 dal 2008 ad oggi!).
Questo blog è il più longevo tra i blog si archeologia presenti in Italia. Non il più vecchio, ma uno dei più vecchi, e in ogni caso quello che dopo 15 anni continua ad essere vivo e attivo più che mai.
Nel 2018 avevo scritto un altro post di buon compleanno, in occasione dei 10 anni di blog. Vi lascio il link, perché per me quelle riflessioni continuano ad essere valide, ma dopo 5 anni e molta più esperienza e capacità di giudizio critico (mi auguro) sulle spalle, nonché i cambiamenti apportati dalla pandemia, credo di dover aggiungere qualcosa, di aggiornare le mie riflessioni, alla luce di un mondo della comunicazione dell’archeologia che va avanti (sui social e non solo) sempre più fluido e dell’affacciarsi sul panorama comunicativo di nuove modalità per raggiungere nel digitale sempre più persone. Tenendo sempre presenti i vecchi temi: la guerra contro le fake news, la necessità che i musei parlino alle persone, il pubblico, anzi i pubblici che la comunicazione dell’archeologia – o narrazione – raggiunge. Si tratta, dopotutto, di tematiche di archeologia pubblica declinate in digitale.
Comunicare l’archeologia nel web 2.0 oggi
Innanzitutto c’è una cosa che ha fatto fare un balzo in avanti nella comunicazione dell’archeologia. Se nel 2018 ancora lamentavo il fatto che le istituzioni museali non puntassero ancora in modo convinto né sui social né tantomeno sui blog (o su siti web concepiti come tali, con le pagine fisse con le informazioni standard e con una sezione blog, news, approfondimenti), dando così la percezione di essere luoghi chiusi e fermi e non vivi e vitali come invece sono, oggi mi trovo a dire che i musei (e le soprintendenze) hanno finalmente capito il potenziale di fornire un’informazione capillare che alterna l’approfondimento all’informazione di servizio, al racconto di un evento.
In mezzo, c’è stato il covid.
La pandemia ha cambiato di fatto il modo in cui i musei comunicano con il pubblico. L’ho visto nascere e crescere giorno dopo giorno, sia nei musei statali – all’interno della cui chat di coordinamento MiBACT mi trovavo, recependo, durante il lockdown, il venerdì sera le grafiche per la campagna della domenica – sia nei piccoli musei, con il caso virtuoso, ad esempio del Museo di Casteggio (PV) che scese nel campo social proprio all’inizio della pandemia e che tuttora persiste, perché ha capito quanto sia importante il rapporto col pubblico di prossimità, reale o virtuale che sia.
L’indicazione era stata questa: i musei sono chiusi necessariamente per la pandemia. Ma i musei devono continuare a comunicare con le persone e devono anzi essere luoghi virtuali accoglienti nei quali le persone possono trovare compagnia, interesse, distrazione.
Quel processo, innescato durante il primo lockdown, è rimasto irreversibile, fortunatamente, e oggi sono moltissimi i Musei (intendendo con essi musei statali, parchi archeologici statali, piccoli musei e musei non statali) ma anche Archivi e Biblioteche che hanno scoperto che aprirsi alla curiosità delle persone sui social non è poi così drammatico.
Comunicare l’archeologia: la retorica della scoperta
A fronte di musei timidi che si affacciano sui social, in questi ultimi anni si è registrata una tendenza che ha portato a rendere l’archeologia, o meglio la scoperta archeologica, pop. Uno dei fautori, nel bene e nel male della deriva che poi tale tipo di comunicazione ha avuto, è stato l’ex direttore del Parco archeologico di Pompei, oggi Direttore Generale Musei Massimo Osanna, il quale, appropriandosi di un ruolo che fino a quel momento era stato del divulgatore dei divulgatori, Alberto Angela, si è fatto direttamente comunicatore della scoperta, delle scoperte che con ritmo sostenuto venivano e vengono presentate alla stampa di settimana in settimana. Di questo gli va dato atto: con lui non c’è più la mediazione del divulgatore, ma è l’archeologo che si fa esso stesso divulgatore del proprio lavoro. Un sciognio per chi come me lo teorizza da decenni.
Però però però.
La comunicazione dell’archeologia presso il grande pubblico è diventata la comunicazione della scoperta. Senza scoperta sui media – che siano online o in tv o sulla carta stampata – l’archeologia non fa notizia. Questo lo si può verificare facilmente parlando con i giornalisti: un mio contatto giornalista a Fiumicino mi chiede sempre se c’è qualche scoperta o qualche grande ritrovamento a Portus per poterci fare su un articolo. Ma non ha chiaro che non si fanno scoperte tutti i giorni, che il lavoro di chi gestisce il Patrimonio quotidianamente è ben altro; non comprende che magari sarebbe interessante parlare del sito anche semplicemente per informare della sua esistenza. O se pure lui lo comprende, non lo comprende la redazione cui fa capo. Dunque la Stampa si nutre di notizie, e quindi la retorica della scoperta ben si presta a questo scopo: far parlare di luoghi e di temi archeologici partendo però dalla scoperta sensazionale.
Se ci fate caso, ogni volta che viene comunicata una nuova scoperta archeologica, a qualsiasi tipo, i casi sono i seguenti:
- se si tratta di un sito rinvenuto sigillato e ben conservato, esso viene paragonato a Pompei; se si tratta dei bronzi di San Casciano dei Bagni vengono paragonati ai Bronzi di Riace;
- la scoperta è sensazionale, unica e senza precedenti.
Il primo caso ha una spiegazione molto semplice: per far capire ai lettori o agli utenti l’importanza della scoperta e il suo stato di conservazione, viene fatto l’illustre paragone con Pompei. Paragone che purtroppo non si ferma alla notizia pubblicata dai media, ma spesso purtroppo parte dal comunicato stampa redatto dall’istituto promotore degli scavi o divulgatore della notizia e si sedimenta e viene ripreso dai rivenditori di pacchetti turistici (il caso del tour di “Ostia antica, la Pompei romana” di cui ogni tanto mi appaiono le sponsorizzate sui social è esemplare in tal senso). Così in Italia siamo pieni di città romane che sono piccole Pompei. A onor del vero il voler ricondurre tutto a Pompei è questione di comunicazione ben più vecchia del mio blog. Però ancora noi archeologi non siamo riusciti a scardinarla.
Il secondo punto deve convincere i lettori a fare click sul titolo della notizia per aprire il link e leggere. Così ogni scoperta in Italia diventa sensazionale e sorprendente, tanto che viene il dubbio che quando tutto è sensazionale, nulla lo sia dopotutto. Giusto la scoperta dei Bronzi di San Casciano dei Bagni ha lasciato tutti di stucco e a ragione. Ma di quante scoperte stupende meravigliose eccezionali leggiamo sui quotidiani online e non?
Tra l’altro questa retorica della scoperta unica stupenda meravigliosa eccezionale viene recepita dalla stampa estera in maniera un po’ sorniona. Possibile che tutto ciò che si scopre in Italia sia stupendo meraviglioso eccezionale?
Comunicare l’archeologia: spirito critico vs propaganda
Dicevo prima che sui media l’archeologia fa notizia solo se c’è una scoperta, possibilmente eclatante. Al tempo stesso il fatto di avere un ministro della cultura che è giornalista, fa sì che il patrimonio culturale italiano abbia più visibilità anche in trasmissioni televisive, quali Linea Verde, nelle quali in passato incappava incidentalmente, mentre ora è presenza fissa. Almeno in questo caso non c’è retorica della scoperta, perché il sito archeologico, o il museo, si inserisce nel racconto del territorio.
Ma cos’ha a che fare tutto questo con un blog di archeologia?
Perché sempre più spesso negli ultimi anni mi sono occupata di tematiche direttamente connesse con la pubblicazione della scoperta e con il sensazionalismo, o meglio con la forma e con le furbizie con la quale la notizia viene data. L’ho fatto per i già citati Bronzi di San Casciano, l’ho fatto per la famigerata pizza di Pompei pochi mesi fa. Non solo, ma sono andata a intercettare alcuni temi che riguardano il pubblico dei musei, come la #domenicalmuseo, sulla quale a livello ministeriale centrale è stata fatta una propaganda serrata fin dal governo Franceschini, ma che oggi è stata portata alle estreme conseguenze, mentre si sta creando un divario sempre più ampio tra i Musei vip che ogni mese fanno le centinaia di migliaia di presenze, e i Musei che giudico normali, che spariscono di fronte ai vari Colosseo, Pompei, Uffizi. Un esempio eclatante del perché la #domenicalmuseo non funziona? Prendiamo il VIVE – Vittoriano Palazzo Venezia: durante la #domenicalmuseo è spesso se non sempre nella top ten dei Luoghi della cultura più visitati, ma nei giorni normali le sue sale sono vuote (parola mia, l’ho visitato in giorno feriale poche settimane fa). Sale vuote, ribadisco, e siamo in centro a Roma. Mentre poco più in su su via dei Fori imperiali le colonne di croceristi in direzione del Colosseo sembravano tante formiche peraltro poco ordinate.
Forse varrebbe la pena che la comunicazione dell’archeologia, di concerto con il ministero, nel prossimo futuro valutasse come poter influire sull’opinione pubblica per evitare un effetto Venezia (già ampiamente in atto) al Colosseo, agli Uffizi e a Pompei, indicando i nuovi must do dell’archeologia: lo so è un’operazione agghiacciante, ma d’altra parte per distogliere dall’attenzione prevalente occorre creare dei diversivi.
Generazione di archeologi: 15 anni e non sentirli
Ormai questo blog, all’età di 15 anni, è adolescente. Ogni tanto esce qualcuno che strilla “il blog è morto“. In realtà il blog è più vivo che mai, si è trasformato, infilandosi nei siti web istituzionali, oppure – come in questo caso – continua ad essere una voce indipendente che cerca di dare il suo piccolo contributo al dibattito. E devo dire che negli ultimi anni qualche soddisfazione me la sono presa: alcuni miei post sono diventati virali, o comunque sono stati letti decisamente da moltissime persone in più del mio normale standard. Segno che certe tematiche sono di attualità (da ultimo, la polemica tutta politica su Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino) o che fanno presa su determinati pubblici (ad esempio un mio post del 2020 contro un servizio del Tg2 sui Metal Detector che è discusso ancora oggi sui forum di settore).
Non solo blog: le ramificazioni di Generazione di Archeologi
Siccome, da brava adolescente, ho l’argento vivo addosso, non mi limito al blog per fare comunicazione dell’archeologia. Non ho pagine facebook o account instagram legati al blog. Scrivo di archeologia su entrambi i miei profili personali (instagram: @maraina81), ma essa non è l’argomento prevalente. Però già nel 2019 ho creato un esperimento (dopo quello miseramente fallito su snapchat, su cui avevo un certo séguito, ma che non è stato supportato dai miei device dell’epoca) di comunicazione quasi quotidiana di pillole di archeologia su Telegram. Il canale si chiama Generazione di archeologi e io nei giorni feriali cerco di pubblicare notizie, informazioni, descrizioni, di siti, monumenti, opere, eventi, di archeologia antica e medievale (in misura minore, lo ammetto). Il canale conta ad oggi 330 iscritti, pochi se ci si pensa, ma sono comunque contenta, perché vedo un lento ma possibile margine di crescita.
E poi ci sono i podcast. O meglio c’è il mio canale Loquis che si chiama sempre “Generazione di archeologi”. Che cos’è Loquis l’ho spiegato in un post dedicato e ne parlerò anche a Paestum durante la BMTA 2023. Quindi non scrivo nulla di più, ma vi rimando o al link qui sopra o all’ascolto dal vivo in Borsa. Per quanto mi riguarda, ho trovato e trovo molto stimolante lo strumento del podcast geolocalizzato che racconta di quel luogo tutto ciò che si può sapere. Stimolante non solo l’esito, ma tutto ciò che porta alla sua pubblicazione: la scrittura, fatta per essere ascoltata e non letta, la registrazione, l’editing e l’eventuale sound design (lo ammetto, lo faccio di rado).
Il fatto che io per mia scelta non abbia canali su instagram o su facebook dedicati all’archeologia non vuol dire che in assoluto essi non funzionino: guardate @Valeriadicola_Muripertutti o la sobria e perciò eccellente pagina de @il_santuario_ritrovato_scb relativa agli scavi di San Casciano dei Bagni (che non sono finiti l’anno scorso, eh, ma sono proseguiti quest’anno e ci riveleranno nuove storie di uomini, di malati, di speranze e di guarigioni): si tratta di account che anche sui social tradizionali, pur non raggiungendo i grandi numeri, fanno però comunicazione di qualità. Ma come sempre, occorre scegliere dove fissarsi, quale pubblico intercettare, quale contenuto trasmettere.
Io so cosa farò da qui in avanti: punto naturalmente a far diventare questo blog maggiorenne e poi ventenne. Punto a farne un archivio ad uso e consumo di chi vuole sapere come si sia evoluta la comunicazione dell’archeologia in Italia. Sicuramente per me questo blog ha rappresentato un modo per farmi conoscere, è stato un trampolino che mi ha consentito di dire la mia in più occasioni, a convegni, lezioni universitarie, contributi in volumi e riviste di settore. Questo blog ha sicuramente contribuito a fare di me quella che sono: nel 2008 mi ero appena iscritta al concorso dell’allora MiBACT per custode che avrei vinto l’anno dopo. Avevo davanti a me le famose slidings doors, se tentare la vita da dipendente statale o se lanciarmi nel mondo della comunicazione pur senza avere una formazione specifica (ma all’epoca chi ce l’aveva?). Il superiore ministero all’epoca scelse per me. E sono contenta, contentissima di quello che ho fatto all’epoca, riuscendo a costruire da zero la comunicazione 2.0 del museo per cui lavoravo (dal 2013 in realtà, fino alla fine del 2017). Mi sono portata quel bagaglio di esperienza ad Ostia e oggi, responsabile dell’Ufficio Comunicazione del Parco archeologico di Ostia antica, continuo con la stessa solerzia di sempre ad applicare ciò che ho appreso negli ultimi 15 anni sulla comunicazione dell’archeologia. E spero di poter continuare a lungo in questa direzione.
Buon compleanno a me. Oggi su facebook, il caro Alessandro Garrisi mi chiedeva se l’adolescenza del blog potesse corrispondere all’età della contestazione… E chi può dirlo, Alessandro, gli adolescenti sono imprevedibili!







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