L’insostenibile leggerezza della #domenicalmuseo

Lo pensavo già prima del lockdown del 2020 e oggi che il Ministero della cultura ha istituito nuovamente la #domenicalmuseo, ovvero la prima domenica del mese gratuita per tutti i Luoghi della cultura statali, mi sento di proporre più forte il mio pensiero.

La molla è stata la pubblicazione del comunicato stampa da parte del ministero della cultura con i dati relativi agli ultimi ingressi nei #museitaliani domenica 5 giugno. In esso naturalmente si celebra come grandissimo risultato l’elevato numero di persone che hanno scelto di visitare gratuitamente l’uno o l’altro dei Luoghi della cultura statali in tutta Italia.

Il dibattito sulla gratuità dei musei in Italia è questione annosa e confusa, alimentata da voci contraddittorie e spesso poco informate, o al contrario fin troppo entusiaste, voci che guardano ai musei gratuiti all’estero (ad esempio il British Museum) come a baluardi di civiltà, senza sapere che, almeno in Italia, buona parte del budget destinato alle spese ordinarie dei singoli istituti deriva proprio dalle biglietterie e dagli incassi che esse fanno. Non è questo il tema di questo post, perché non è materia di cui sono competente ed è lungi da me fornire giudizi di merito.

Naturalmente, però, la pubblicità è l’anima del commercio e il senso della #domencialmuseo è proprio questo: avvicinare i cittadini al nostro patrimonio culturale. In ottica di marketing questo si tramuta nella seguente equazione: se ti propongo la gratuità ti attiro e spero che la prossima volta verrai in un giorno di normale apertura e bigliettazione.

Ma è davvero così?

Qui non voglio entrare nel merito delle questioni economiche, di marketing ecc. A me interessa in questo frangente un altro aspetto, che tutti sottovalutano quando applaudono ai grandissimi numeri delle domeniche gratuite. Il fattore della sostenibilità.

L’infografica pubblicata dal Mic per la #domenicalmuseo di giugno è eloquente e alcuni numeri (molti numeri) fanno davvero sobbalzare dalla sedia:

La Top10 della #domenicalmuseo del 5 giugno 2022: vince (se così si può dire) il Vittoriano e Palazzo Venezia con più di 26mila (!) visitatori in una sola giornata

Più di 26mila visitatori tra Vittoriano e Palazzo Venezia. Che poi vuol dire che per la maggior parte le persone hanno scelto il Vittoriano, cioè l’Altare della Patria. Ma veramente 26mila persone? Ma è sostenibile sia per i visitatori che per i lavoratori che per il monumento? Come sono state gestite le code sotto il sole? Qualcuno si è lamentato? A chi ha dato la colpa?

Siamo abituati ai grandi numeri del Parco del Colosseo. Il Parco è costituito da una serie di aree e monumenti, quindi non solo il Colosseo, ma la Domus Aurea, il Palatino, il Foro Romano fanno parte del Parco, per cui le persone (volendo) riescono a disperdersi. Ma quasi 26mila visitatori devono comunque passare dai tornelli degli ingressi, devono essere registrati, e quindi posso solo immaginare le code chilometriche lungo via dei Fori imperiali. Davvero i visitatori sono disposti a stare per ore fermi sotto il sole in attesa di entrare? Evidentemente sì.

Ma ciò che più mi sorprende è il dato degli Uffizi, al terzo posto con 23mila e più visitatori, e della Galleria dell’Accademia, con quasi 6000 visitatori, entrambe istituzioni museali di grido a Firenze.

Va fatta una precisazione: quando si parla di Gallerie degli Uffizi, in realtà si considera anche il complesso di Palazzo Pitti e Giardini di Boboli: i due grandi complessi uniti insieme sono una macchina da guerra. Ma 23mila visitatori sono comunque tanti, anche se si disperdono nel Giardino di Boboli o alla Galleria del Costume.

La Galleria dell’Accademia, invece, è un museo unico, peraltro neanche troppo grande. E già ricordo le code fuori dall’ingresso che creavano serpentoni lungo tutta via Ricasoli nei normali giorni d’apertura in pre-pandemia. Non oso immaginare cosa dev’essere stato domenica 5 giugno: la coda doveva arrivare in Piazza del Duomo, non c’è altro modo.

Il tema della #domenicalmuseo mi tocca da vicino, perché a leggere il comunicato stampa della Direzione Generale Musei (v. sopra) scopro che il Parco archeologico di Ostia antica ha raggiunto un ragguardevole 13° posto nella graduatoria dei Luoghi della cultura più visitati.

E allora, conoscendo bene la situazione ostiense (e non solo questa) mi permetto di fare alcune riflessioni sulla sostenibilità di iniziative di questo tipo.

#domenicalmuseo: quale sostenibilità per i Luoghi della cultura?

Accantoniamo il tema del biglietto a pagamento. Parliamo invece, davvero, di numeri. Ma non solo di numeri di visitatori, ma dei numeri correlati ad essi: intesi come ore passate in coda per accedere alla biglietteria (perché il biglietto gratuito va fatto o comunque esibito); delle decine di minuti passati in coda davanti ai bagni… Vi siete chiesti quanti bagni per il pubblico abbiano gli Uffizi? Secondo voi sono sufficienti a gestire i bisogni di 23mila persone in una sola giornata? C’è una squadra di pulizie che sanifica come in aeroporto? Forse agli Uffizi sì, ma in molte, moltissime altre realtà museali no.

E poi ci sono i lavoratori: il personale di vigilanza, il personale di biglietteria, chi lavora nelle caffetterie e nei bookshop, il personale addetto alle pulizie. Il flusso continuo, senza posa, di 23mila persone (ma anche delle 2400 e passa di Ostia antica) è un fenomeno che bisogna saper gestire, non ci si può improvvisare. Accogliere i visitatori è una mission per i musei, certo, ma è una mission commisurata con le proprie caratteristiche che sono dimensionali e meramente pratiche. Non si tratta semplicemente di essere attrattivi in virtù delle opere custodite o perché ci si promuove bene sui social o sul web o mediante campagne pubblicitarie. Si tratta di essere accoglienti.

La differenza tra attrattivo e accogliente è notevole e non solo a livello semantico. E i Musei Italiani durante la #domenicalmuseo sono attrattivi ma non sono assolutamente accoglienti. I Musei Italiani – parlo per tutti, anche per quelli meno frequentati – hanno carenze strutturali a livello di servizi e di personale di accoglienza e vigilanza. Ma poi c’è un ulteriore problema.

Chi si preoccupa della sofferenza del sito archeologico o del museo?

In un’epoca, quale è la nostra, in cui si parla di sostenibilità in qualunque ambito, è strano che il tema non sia stato sollevato per musei e aree archeologiche. Sono sempre più numerosi gli studi sull’impatto ambientale, sull’utilizzo di energie alternative, sull’abbattimento delle barriere architettoniche e cognitive: tutto parla nella direzione della sostenibilità. Una sostenibilità che, attenzione, va letta su due livelli. Li vediamo subito.

I livelli della sostenibilità nei Musei Italiani (i.e. i Luoghi della cultura interessati dalla #domenicalmuseo)

Quando parliamo di sostenibilità per i Luoghi della cultura italiani dobbiamo aver chiari alcuni aspetti: innanzitutto il potenziale del Luogo della cultura in questione, in termini di attrattività da parte dei visitatori, in termini di narrazione e divulgazione. Poi la reale capacità in termini pratici di esaudire quel potenziale. E allora, credo che per poter affrontare la questione sia necessario approfondire almeno due livelli:

  • un livello gestionale, per il quale la Direzione (del Museo, del Parco archeologico) sceglie le strategie e le linee di condotta da seguire (risparmio energetico, cura del verde, ampliamento dei servizi essenziali al pubblico, quali bagni, fontanelle, guardaroba e/o deposito bagagli, caffetteria);
  • un livello di tutela: perché dobbiamo ricordarci che noi per prima cosa preserviamo il nostro patrimonio ed è questa la conditio sine qua non per poterlo rendere fruibile.

Ad esempio: il Museo delle Navi di Fiumicino è un museo piccolo: quanti visitatori contemporaneamente può ospitare senza il rischio che gli scafi lignei delle navi vengano accidentalmente urtati da qualcuno spinto dalla calca? Quanti custodi ci vogliono perché possano vigilare effettivamente sulla condotta dei singoli visitatori? Si badi bene, i visitatori non sono un pericolo, tutt’altro, sono la linfa vitale del nostro Patrimonio: se nessuno ne fruisce, semplicemente il nostro Patrimonio non esiste. Ma occorre un controllo e se al Museo del Bargello (che sembra grande ma non lo è) nel corso della #domenicalmuseo entrano 2180 visitatori i custodi non potranno mai essere sufficienti a controllare che nessuno tocchi i David di Donatello (sì, Donatello ne ha fatti due di David, e stanno entrambi al Bargello).

Gratuità, notti magiche e musei

Per chiudere il discorso – che andrebbe articolato meglio, lo so e me ne scuso, e anzi aspetto le vostre osservazioni per portare avanti la discussione – vorrei accennare a un’altra iniziativa del Mic, a mio giudizio di dubbio gusto, ma che invece piace a chi (evidentemente) non lavora nel Ministero e non ha presenti le dinamiche contrattuali che veicolano certe scelte. Parlo della Notte dei Musei, che si è svolta recentemente, e delle aperture serali straordinarie che autonomamente (fino a un certo punto, vedremo quale) alcuni musei istituiscono principalmente durante l’estate.

La Notte dei Musei, che si è svolta anche quest’anno a maggio, come al solito ha fatto registrare grandi risultati in termini di pubblico e di critica, tanto che c’è chi vi è stato – anche tra economisti della cultura che stimo, il che mi ha fatto specie – che ha invocato l’apertura serale dei musei sempre e comunque. Come se questa fosse l’unica soluzione per ampliare il pubblico dei musei (“che famo stasera? nnamo ar cinema? Ma no, nnamo ar museo!” vabbé).

Nel mondo di Utopia i musei, come le palestre di Roma Nord o come i Carrefour di tutta Italia dovrebbero stare aperti h 24. Per fortuna non è così, perché esiste un Contratto Collettivo nazionale dei Lavoratori (CCLN) che, nel bene e nel male di ciò che contiene, che accoglie, che al contrario non accoglie e non aggiorna, fa sì che il personale di vigilanza dei Musei sia assolutamente legato a orari e turnazioni. Ciò che viene fatto di più, come nel caso della Notte dei Musei, è pagato a parte ed è su base volontaria, il che significa che se il personale di vigilanza di un dato museo non aderisce quel museo non farà le aperture straordinarie serali.

C’è poi un altro discorso. Le aperture serali e notturne vanno bene, forse, nei Musei. Ma nelle aree archeologiche? E soprattutto nelle aree archeologiche con una forte componente naturalistica? Ma vi immaginate l’area archeologica dei porti di Claudio e di Traiano, a Fiumicino, immersa nel verde, abitata da daini, istrici e qualsiasi specie di volatili, se dovesse essere illuminata a giorno per i visitatori?

Io non sono soltanto un funzionario archeologo del Mic. Sono anche, e prima di tutto, un visitatore di musei e aree archeologiche. E non solo: per anni ho svolto mansioni di assistente alla vigilanza, per cui non parlo per sentito dire, ma perché conosco molto da vicino le problematiche.

Questo post non vuole essere critico, o meglio lo vuole essere nella misura in cui vorrebbe alimentare un dibattito che mi pare alquanto sopito. La sostenibilità dei nostri Luoghi della cultura dovrebbe starci a cuore più di qualunque altra cosa. Ma l’autocompiacimento dell’ultima #domenicalmuseo non sembra essere dello stesso parere.

5 pensieri su “L’insostenibile leggerezza della #domenicalmuseo

  1. Una serie di considerazioni molto realistiche, di chi conosce bene le realtà museali. I temi sarebbero troppo. Ma mi fermo solo su uno. Qualcuno ha mai pensato che un museo/area archeologica oltre che valorizzato (nel senso banale di aumentare i visitatori) va mantenuto e conservato ? Per cui bisogna spendere per avere personale sufficiente a tutti i livelli (non solo custodi preparati, ma restauratori, funzionari, amministrativi ecc…) E spendere per la mutenzione di sale opere.reperti, edifici. Il che sarebbe anche un incremento patrimoniale. Se unprivato possiede un palazzo o in giardino e lo lascia deperire il suo valore di mercato cala, se lo mantiene a buon livello sale. Ma il problema è molto serio. Si punta ad incrementare le visite in luoghi che non ne avrebbero bisogno (anzi andrebbero calmierate e organizzate e seconda della tipologia dei visitatori) e si abbandona il resto senza personale e risorse.Lo sanno tutti gli addetti fuori e dentro il MiC ma nessuno parla

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    1. L’aspetto della manutenzione ordinaria è fondamentale e – ma Lei lo sa meglio di me – dipende dai bilanci a disposizione dei singoli istituti. In questo senso gli istituti autonomi del Ministero sono avvantaggiati rispetto alla pletora di musei che sottostanno alle Direzioni Regionali. Ma il fatto è che la manutenzione ordinaria non fa notizia. Invece quello che pare emergere da comunicazioni di questo tipo è che si dà peso alle cose che fanno notizia (le ultime scoperte, le aperture straordinarie e gratuite) mentre l’attività quotidiana di tutela, di manutenzione ordinaria, di pulizia, passa totalmente in secondo piano.

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  2. Finalmente qualcuno che lo dice in maniera chiara e corretta! Personalmente proporrei le aperture serali dei siti nelle giornate calde dell’anno, ma non come evento eccezionale, ma come standard per poter visitare i luoghi senza sentirsi male al sole, prolungando la chiusura nelle ore centrali della giornata che sono insostenibili (soprattutto nei siti archeologici). Per serale intendo 17-22 o giù di lì, non fino all’una di notte ovviamente

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    1. Ti ringrazio! Qualcuno doveva pur dirlo: sono anni che medito e medito, e dopo aver visto diverse situazioni ingestibili da custode ora non posso che gridare all’allarme davanti a questi numeri. Quanto alle aperture notturne, è vero che potrebbero essere una soluzione alternativa alle ore centrali della giornata in estate. Il fatto è che non tutti i siti archeologici, anzi, ben pochi hanno illuminazione notturna, quindi questo è già un discrimine non di poco conto.

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