Pompei e i Greci: storie antiche di un mondo in movimento

Ha inaugurato l’11 aprile 2017 la mostra “Pompei e i Greci” nella Palestra Grande di Pompei.

Ho avuto la straordinaria opportunità di visitare la mostra in anteprima grazie alla Casa Editrice Electa che ha invitato Professione Archeologo che a sua volta ha proposto a me di partecipare. Così con Antonia Falcone abbiamo fatto una toccata e fuga a Pompei, respirando per un giorno l’aria di questa favolosa città antica. Il nostro scopo era quello di presentare in anteprima la mostra su twitter: e infatti #pompeigreci è andato subito in TrendingTopic. Missione compiuta!
E ora vediamo la mostra.

Pompei non è stata fatta in un giorno

Hydria (contenitore per l’acqua) in bronzo da Paestum

Se vi chiedo di parlarmi di Pompei, mi risponderete sempre la stessa cosa: la città romana la cui vita fu interrotta improvvisamente nel 79 d.C. dall’eruzione del Vesuvio. Di fatto è vero, ciò che comunemente si conosce è proprio quest’immagine, cristallina e cristallizzata, di una città romana, modesta rispetto ad altre del mondo antico, ma che grazie alla sua fine disgraziata è diventata una delle più note dell’antichità. Come tutte le città antiche (e moderne) però, Pompei non è stata fatta in un giorno. La sua storia rimonta molto indietro nel tempo, fino alla fine del VII secolo a.C. Come molti centri urbani dell’età arcaica in Campania, si dota di mura, forse di una piazza, di un santuario dedicato ad Apollo. Fin dal suo sorgere Pompei ha profondi contatti con il mondo greco.

Cosa vuol dire con il mondo greco?

Le prime sezioni della mostra raccontano attraverso gli oggetti e le suggestioni visive della prima sala come le coste campane e in generale del Sud Italia fossero occupate da genti greche: è l’epoca, questa, della fondazione delle colonie lungo le coste tirreniche (inaugurata con la fondazione di Pithecussai, Ischia, nel 775 a.C.) e dell’arrivo sulle coste italiche di uomini e donne, artigiani, soldati, mercanti e contadini, persone che portavano con sé saperi e tradizioni, una cultura che continuarono ovviamente a mantenere viva nelle nuove terre. Queste nuove terre non erano spopolate.

Cratere (vaso per il vino) laconico (ovvero prodotto nella Laconia, la regione di Sparta) da Grammichele, VI secolo a.C.

Nella Valle del Sarno nei corredi delle tombe degli insediamenti di Longola e di Poggio Marino sono deposti insieme vasi di ceramica d’impasto di produzione locale e oggetti di produzione greca: segno di contatti piuttosto stretti tra popolazione locale e genti greche. È in questo quadro culturale che viene fondata Pompei, città indigena che vede da subito la forte presenza stanziale di genti etrusche, ma che è costruita da maestranze greche. Fin da subito appare evidente che ci troviamo in città e aree geografiche difficilmente classificabili se non come multietniche.

Oinochoe (brocca per il vino) in bucchero con la scritta Bruties esum

In mostra quest’aspetto viene illustrato attraverso oggetti che raccontano la classe della cavalleria campana, formata da giovani aristocratici e basata su una rigida formazione, su riti di iniziazione e cerimonie che si ritrovano tanto nella greca Cuma quanto a Capua, prima etrusca e poi italica: bronzetti e vasi che tradiscono origini diverse e diverse tecniche decorative raccontano gli esercizi, i combattimenti di questa classe elitaria. Ma l’aspetto più significativo di questo melting pot culturale è costituito dai vasi parlanti, iscritti, provenienti dai corredi funerari della necropoli di Nuceria (Nocera, recentemente venuti in luce) della metà del VI secolo a.C.: alcuni, in bucchero, sono in lingua etrusca, altri in ceramica greca, recano il nome del proprietario in lingua greca; tra tutti, una brocca per il vino, un’oinochoe, in bucchero ha un’iscrizione in paleoitalico: Bruties esum. Questo potrebbe essere benissimo l’oggetto più significativo di questa temperie culturale.

La Battaglia di Cuma

Uno degli elmi donati da Ierone di Siracusa a Olimpia come decima di guerra

Una cesura importante nella storia della Campania e del Mediterraneo antico è la Battaglia di Cuma del 474 a.C. Il direttore di Pompei e curatore della mostra Massimo Osanna la definisce addirittura “l’11 settembre del mondo antico” per la portata e le conseguenze che ebbe. In questa battaglia gli Etruschi che erano installati nella regione e controllavano alcuni centri campani tra cui la stessa Pompei furono tremendamente sconfitti da Siracusa: il tiranno Ierone dedicò a Olimpia tre elmi come decima di guerra: sono presenti in mostra, accanto al notissimo vaso di Ulisse legato all’albero della nave che ascolta il canto delle Sirene.

Da questa sconfitta Pompei riceve una dura batosta. Nel frattempo, è stata fondata Neapolis: gli scavi del suo porto antico hanno portato in luce una stratigrafia densissima di materiali ceramici che raccontano l’attività del porto dal VI secolo a.C. al II a.C.: in una vetrina con lo sfondo blu del mare abbiamo un riassunto suggestivo dello scorrere del tempo (e degli oggetti).

Materiali ceramici provenienti dagli scavi del porto di Neapolis

Tutto il mondo è paese: miti e butti

Non si può non fare i conti col mito. È un vero sostrato culturale, non è solo racconto, ma linguaggio figurativo i cui codici sono immediatamente comprensibili e recepiti dalle coste tarantine e pugliesi a quelle campane. I vasi apuli da Altamura, nelle loro narrazioni così esuberanti, mostrano Cerbero e gli dei Inferi, Bellerofonte contro la Chimera, insieme al racconto della battaglia di Alessandro Magno contro Dario, nelle stesse forme che verranno utilizzate due secoli dopo nel Mosaico di Alessandro della Casa del Fauno: non solo miti, dunque, ma iconografie. E oggetti. Il Mediterraneo nel II secolo a.C. è un mercato comune: in due vetrine poste accanto, una relativa a un butto, un mondezzaio di Pompei, l’altro da un mondezzaio dell’agorà di Atene, troviamo le stesse identiche tipologie ceramiche, le stesse olle, le stesse pentole, le stesse coppe.

Cerbero su un cratere apulo da Altamura

Passione antiquaria

Arriviamo finalmente all’età romana. E ci stupiamo nel vedere che con Roma cambiano gli equilibri e la cultura greca diventa oggetto di una passione antiquaria. A Pompei giunge l’eco della rivoluzione culturale in senso ellenizzante che era stata fatta propria dalla classe senatoria di Roma. Con la differenza che Pompei era da sempre permeata di cultura greca. In ogni caso, ricche case pompeiane vengono abbellite con copie di opere di arte greca o con oggetti di vero e proprio antiquariato. Troviamo statue di Afrodite Sosandra a Baia, mentre a Pompei nella Casa del Menandro, del cui giardino è offerta una splendida restituzione virtuale, Apollo diventa un mero lampadoforo in bronzo: è la statua-locandina della mostra, ed è il punto di arrivo di un rapporto plurisecolare tra Pompei e i Greci.

Apollo lampadoforo, dettaglio

Pompei e i Greci sarà visitabile fino al  27 novembre 2017. La mostra è di forte impatto: oggetti notevoli, allestimento a tratti immersivo e sicuramente chiaro e fine. Testi dei pannelli introduttivi ed evocativi, didascalie essenziali e chiare. Manca però, forse, un legante, un filo narrante che spieghi effettivamente il perché di certe scelte e di certi oggetti. Un filo che ho potuto cogliere grazie alla visita guidata del Direttore Osanna, senza la quale, però, avrei sicuramente perso dei tasselli.

D’altro canto, non si discute il merito di parlare di una Pompei che non è solo la città romana che conosciamo: si privilegia, invece, l’aspetto del processo di formazione non tanto della città, ma del mondo culturale nel quale era calata; si spiega così la presenza di tanti reperti provenienti da Poseidonia (Paestum), Cuma, Sibari, Metaponto, Altamura. Il catalogo, edito da Electa, si concentra proprio, nei suoi molti contributi scientifici, su quest’aspetto, sul racconto del mondo nel quale Pompei, e non solo essa, si sviluppò: un mondo in movimento, come lo definisce nel suo saggio Gabriel Zuchtriegel nel suo saggio. Dall’esame di contesti differenti otteniamo una visione d’insieme e una chiave di lettura per interpretare il mondo antico. E per gettare un ponte con l’oggi, in cui nuovamente si pongono i temi della multiculturalità, della convivenza, del mercato comune. Niente di nuovo sotto il sole. La storia anche questa volta può insegnarci qualcosa.

La famosissima rappresentazione del mito di Ulisse e le Sirene

2 pensieri su “Pompei e i Greci: storie antiche di un mondo in movimento

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