The Asante Ewer locandina

Oggetti che raccontano storie: The Asante Ewer

Mi sono imbattuta in una mostra in corso al British Museum a Londra: The Asante Ewer. L’ho scoperta grazie a un reel su fb, perché, che si sappia, i social, quando sono in mano a musei in grado di sfruttarli, sanno fare cose buone. Da lì mi sono appassionata. Perché nel breve spazio del reel, il BM è stato in grado di fornire tutte le info utili: una brocca in bronzo di elevata fattura, realizzata in Inghilterra alla fine del Trecento, per qualche ignoto motivo finisce nell’attuale Ghana, dove è fotografata nel 1880 nel cortile del Palazzo Reale del re del popolo Asante/Ashanti. Dopodiché, con la 4° guerra Anglo-Asante la brocca viene trafugata da qualche militare della British Army ed è poi venduta al British Museum. Che la espone, quale magnifico esemplare di suppellettile di lusso di produzione inglese della fine del XIV secolo.

Ha appassionato anche voi questa estrema sintesi? E allora scendiamo nel dettaglio.

Asante Ewer: una brocca in bronzo della fine del XIV secolo

La brocca di Asante – Asante Ewer, di produzione inglese, è innanzitutto il più grande vaso in bronzo noto per l’Inghilterra medievale, è decisamente di pregevole fattura ed è destinata a una clientela di altissimo rango: la parte anteriore è decorata con lo stemma reale d’Inghilterra della fine del XIV secolo, sormontato da una corona e sorretto da due leoni. Sulla pancia si leggono due proverbi inglesi disposti su tre righe: HE THAT WYL NOT SPARE WHEN HE MAY HE SHALL NOT / SPEND WHEN HE WOULD DEME THE BEST IN EVERY / DOWT TIL THE TROWTHE BE TRYID OWTE, la cui traduzione è “Chi non risparmia quando può, non spenderà quando vorrà” e “Ritenere il meglio in ogni dubbio finché la verità non sarà provata”. Il coperchio a sette facce presenta su ciascuna di esse un leone rivolto a sinistra e un cervo accucciato, senza catena, rivolto a destra; su entrambi i lati del collo della brocca sono raffigurati tre medaglioni con un falco che spiega le ali; nei medaglioni più vicini al beccuccio il falco guarda in avanti, mentre negli altri guarda all’indietro; sul bordo sono raffigurati tre leoni rivolti a sinistra e un cervo all’interno di un cerchio rivolto a destra; il manico termina con un quadrifoglio a volute.

Un oggetto decisamente di pregio, appartenuto a chissà quale esponente di nobile casato della classe dirigente inglese durante il regno di Riccardo II. Ancora meno certezze vi sono su come questa brocca pregiata abbia lasciato le verdi e nebbiose coste inglesi per giungere nelle terre dell’Africa Occidentale, calde, asciutte e sabbiose. Capitale dell’antico impero Ashanti (o Asante) è Kumasi, nell’entroterra, ben distante dal mare. Proprio qui, al centro della corte del Palazzo Reale di re Asantehene, il fotografo Frederick Grant nel 1884 immortala questa brocca, posta su una sorta di piccolo santuario/altare ricavato tra le radici di un albero sacro. Una fotografia come un’altra, ma che improvvisamente diventa un documento importante. Sì, perché pochi anni dopo, nel 1896, scoppia la 4° guerra coloniale Anglo-Asante. Indovinate com’è finita. Naturalmente il palazzo reale è saccheggiato, e tra gli oggetti che vengono rubati c’è questa brocca in bronzo. Qualcuno si sarà accorto che, incredibilmente, sulla pancia del vaso c’erano delle parole inglesi riportate sopra. E quindi subito dopo Asante Ewer è acquistato dal British Museum.

Il viaggio della Brocca di Asante

Come dicevo in apertura, non si sa come e perché questa brocca, prodotta per una committenza decisamente altolocata, ad un certo punto si ritrova in Ghana. Non sappiamo nemmeno da quando, a dire il vero.

Tra l’altro, la guerra Anglo-Asante fa sì che un’altra brocca in bronzo di manifattura inglese, meno lussuosa dell’altra, però pur sempre degna di attenzione, venga fatta oggetto di rapina dall’esercito inglese. Questa volta, però, finisce nelle mani del Reggimento del Principe di Galles. Ma anch’essa risale al XIV secolo e probabilmente, o forse no, giunse nel regno di Asante nelle stesse circostanze.

Sì, ma quali sono queste circostanze? Tra le diverse ipotesi, si pensa che forse abbia percorso tutta la strada dall’Inghilterra fino alle Crociate, per poi costeggiare il Nord Africa, attraversare il Sahara e raggiungere uno degli antichi regni dell’Africa subsahariana, per poi scendere verso il regno Akan degli Ashanti. Ma la sua storia potrebbe essere anche più prosaica: potrebbe essere stato oggetto di scambi commerciali su lunghe distanze, sia come dono diplomatico che come bottino di guerra. Potrebbe essere giunto attraverso le rotte commerciali trans-sahariane o, più probabilmente, grazie ai primi viaggi marittimi europei verso le coste dell’Africa occidentale.

Nella fotografia del 1884, le due brocche, quella “Asante” e quella del Reggimento del Principe di Galles, fanno bella mostra di sé, insieme, nel cortile del Palazzo reale di re Ashanante, il re degli Asante a quell’epoca.

Il viaggio di ritorno

La 4° guerra Anglo-Asante segna la colonizzazione definitiva dei territori del Ghana da parte della Corona Britannica. Il regno britannico sottomette quello degli Ashanti trasformandolo nella Costa d’Oro. Oggi esiste ancora un regno – mi dice wikipedia – : “La corona ereditaria ashanti continua ad essere onorata dal popolo ashanti, nonostante ora facciano parte dello stato del Ghana. Le abitazioni tradizionali di questo popolo, le ultime delle quali possono essere viste a nordest di Kumasi, sono state inserite nel 1980 nell’elenco dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO“.

Così, in questo nuovo contesto, le due brocche, la Asante Ewer (per mantenere la nomenclatura del BM) e la brocca del Principe di Galles, lasciano il loro piccolo santuario nel quale, custodite insieme, erano state ammantate di significati rituali importanti per il re e forse per il popolo, per tornare nella loro madrepatria. Una diviene oggetto da museo, l’altra di collezione privata. E per lungo tempo, viene negato loro il racconto legato alla loro permanenza in Africa.

La brocca del Principe di Galles

Hew Locke: What have we here?

Prima della mostra attualmente in corso al BM, e che si concluderà l’11 giugno 2026, c’è stata un’altra mostra, che si è svolta negli stessi spazi tra ottobre 2024 e febbraio 2025. Una mostra indubbiamente particolare, non archeologica, non di arte contemporanea, non etnologica. Ma tutte e tre le cose insieme. Già il titolo è figo, rompe gli schemi con ciò che noi solitamente immaginiamo per il linguaggio museale: “Cos’abbiamo qui?

Hew Locke è l’artista guyanese-britannico che ha voluto mettere al centro della sua ricerca tre opere del BM appartenenti a collezioni “esotiche” o forse no, comunque oggetti che raccontano storie che vanno ben oltre la loro origine e ben oltre il loro viaggio. Hew Locke con la sua mostra, di cui lascio il link al sito del British Museum, per primo si interroga sul decolonialismo in ambito museale, dal punto di vista del racconto. Dei tre oggetti, la nostra Asante Ewer è una delle protagoniste. Bisogna anzi ringraziare Hew Locke, perché non credo che sia casuale che proprio in questo semestre 2026 una mostra sia stata dedicata a questo oggetto, dopo che l’indagine, artistica ma non solo, di quest’artista, lo ha riportato all’attenzione.

Una narrazione decoloniale

Non indorerò la pillola. Il British Museum ne deve fare di “washing” per ripulirsi dell’immagine di museo che ha arricchito le proprie collezioni grazie al colonialismo britannico. E non ci riuscirà perché è impossibile. Perché finché non farà il passo di restituire i Marmi del Partenone al Museo dell’Acropoli di Atene, e quindi alla Grecia, non potrà mai liberarsi di questa immagine.

Ma non ci sono solo i marmi Elgin a “sporcare” la reputazione in senso colonialista del British Museum. Ed è inevitabile che sia così: se ti poni come museo di tutte le culture del mondo (così come il Louvre, il Musée d’Art et d’Histoire de Bruxelles, il MET di New York, per citarne pochissimi) necessariamente devi esserti accaparrato manufatti da ogni parte del mondo e da ogni cultura, senza alcuna intenzione di restituirli, quale che sia la loro storia. Il problema quindi diventa, oggi, non ciò che esponi, però, ma come lo esponi e quanto spazio lasci alle narrazioni provenienti da chi quelle manifestazioni artistiche o di cultura materiale le ha prodotte.

Fatto salvo il caso dei Marmi del Partenone, che senza se e senza ma starebbero meglio nel museo che è stato concepito per accoglierli, cioè l’Akropolis Museum, il British Museum si trova quotidianamente ad avere a che fare col tema della decolonizzazione in ambito museale.

Ma cosa si intende con questo termine? In realtà è talmente ampio che non è definibile nello spazio di un blogpost. Ma pure un museo implicato non lo può né definire né arginare. Può solo attivare delle soluzioni per trasmettere il messaggio che il museo stesso è il primo a voler fornire una narrazione di se stessa diversa delle opere – e delle collezioni – che ospita.

Il tema è difficile e denso di insidie. Come può un museo archeologico, come il BM, trovare la chiave per parlare di un tema che immediatamente metterebbe il museo stesso alla gogna per le sue politiche secolari di acquisizione e di esposizione delle opere?

Il BM ha deciso di pensarla “out of the box“. Così ha chiamato l’artista Hew Locke per gettare uno sguardo nuovo sulle collezioni del BM e sui messaggi che ancora mandano, ma che si possono modificare in chiave decisamente aperta. Locke sceglie la nostra Asante Ewer insieme ad altri due reperti particolarmente contorti dal punto di vista della loro storia coloniale, per sviluppare una riflessione su cosa sia senso di storia, di appartenenza e di identità. Nel caso della Asante Ewer la riflessione è spontanea: che valore aveva quand’essa era parte integrante degli oggetti liturgici di una certa qual ritualità nel Ghana dell’Ottocento e quale valore ha ora, dove nella migliore delle ipotesi sta in una vetrina con scritto “Asante Jug, n. inv. 1896,0727.1, 1390-1410”?

Due mostre, un percorso, tanti spunti

Sono mostre piccole e contenute, senza dubbio. Nel primo caso, “Hew Locke: What have we here?è l’arte contemporanea a fare da grimaldello e a costringere i visitatori a interrogarsi su quelle figure che apparentemente disturbavano, ma allo stesso tempo evocavano il soggetto stesso della mostra. Sicuramente è stata un’operazione rischiosa. Ma che dimostra una certa sensibilità verso il gettare luce su nuovi sguardi, su nuove narrazioni. Restituire ad Asante Ewer la sua storia – per quanto nota solo da una fotografia e da un atto d’acquisto del BM – in terra Ghanese vuol dire dare dignità a un luogo geografico distante e a un momento storico in cui quell’oggetto è stato portato via da quel luogo. Il fatto che esso sia stato prodotto in Inghilterra secoli prima non deve essere motivo di legittimazione del ritorno in UK, ma anzi, deve essere – e questo la mostra ha fatto – stimolo per scoprire la complessità, le mille sfaccettature della Storia, che è imprevedibile. Se quella brocca potesse parlare chissà quante ne potrebbe raccontare. Non so se l’abbiano fatto, magari come attività didattica o come evento di scrittura creativa, ma quanto sarebbe stato bello un concorso letterario – per le scuole o per i singoli – in cui si provasse a immaginare il tragitto dell’Asante Ewer dall’Inghilterra al Ghana? Sarà che a me l’Archeoracconto piace molto come approccio creativo per avvicinarsi all’archeologia (tant’è che con la mia partner-in-crime Stefania Berutti, alias Memorie dal Mediterraneo da anni abbiamo messo in piedi questo progetto, che periodicamente riproponiamo in qualche museo o sito archeologico italiano), ma lo troverei un metodo davvero efficace per ulteriormente incuriosire. A me per esempio intriga tantissimo, in tutta questa storia, la figura del fotografo autore dello scatto che immortala la brocca. Cosa ci faceva lì? Perché ha fotografato quell’altare? Mosso da curiosità, da desiderio di documentazione? E quali sono le altre fotografie che ha impresso sulle sue lastre di vetro?

Insomma, questa mostra, insieme a quella che l’ha preceduta, mi ha permesso di scoprire non solo un oggetto magnifico e dalla storia straordinaria, ancorché in buona parte sconosciuta, ma anche di capire come il British Museum stia cercando di intercettare le istanze di nuove narrazioni, che siano rispettose dell’intera storia degli oggetti che oggi sono nelle sue collezioni, ma che un tempo avevano un grande valore presso le popolazioni cui sono state sottratte. Cosa succede, infatti, a una comunità alla quale viene sottratto un oggetto rituale? Che poi è una cosa che accade ancora oggi, e frequentemente ahimè, in contesti di guerra e di dissidio. Questa piccola, tutto sommato, mostra (trattandosi del BM) pone però temi di riflessioni sconfinati sul ruolo che hanno i musei nel conservare, esporre, raccontare, trasmettere, i reperti che hanno in consegna. Perché, ricordiamolo, i musei non sono proprietari. Il Patrimonio Culturale appartiene a tutti.

Questi i link da cui ho tratto sle info:

https://www.britishmuseum.org/collection/object/H_1896-0727-1

https://www.britishmuseum.org/exhibitions/hew-locke-what-have-we-here

https://www.britishmuseum.org/exhibitions/asante-ewer

https://www.bbc.co.uk/ahistoryoftheworld/objects/zaVgLWXiTXuj6LwSW5nTpQ

To be continued… https://www.britishmuseum.org/about-us/british-museum-story/contested-objects-collection/asante-gold-regalia

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