Documentari di storia (contemporanea), documentari di archeologia: le differenze

Quando Paolo Mieli presenta “La Grande Storia” non ci sono per nessuno. Idem quando Alessandro Barbero introduce “a.C.d.C.”; ma anche le “Cronache dall’impero” di Cristoforo Gorno mi bloccano davanti allo schermo* e cosa dire della serie di documentari Rai “Italia viaggia nella bellezza”**? Per alcune puntate resto letteralmente in estasi. Però non disdegno neanche “L’Italia del treno” produzione Sky presentata da Beppe Severgnini. Tutti documentari o docuseries, o trasmissioni che presentano documentari di terzi; prodotti audiovisivi molto diversi tra loro. Uniti da un fil rouge: la divulgazione storica (o archeologica).

Fotogramma da RaiPlay – Cronache dall’Impero, di Cristoforo Gorno: Traiano, l’impero universale – Area archeologica dei porti di Claudio e di Traiano

Apprezzo ciascuno di questi prodotti, sia che si tratti di documentari di storia del Novecento, sia che si tratti di documenti di storia più antica, sia ancora che si tratti di documentari archeologici. L’occhio è appagato, la mente pure: ascolta, riflette e apprende. O magari commenta che certe informazioni potevano essere espresse e comunicate diversamente.

Fin qui, però, l’approccio è semplicemente estetico (mi piace/non mi piace) e a livello di contenuti (mi convince/non mi convince). Manca, e mi è mancato fino ad ora, un approccio più tecnico.

Differenze (a livello tecnico) tra documentari storici e documentari archeologici

Non ci si pensa, ma c’è una bella differenza tra un documentario di storia (del Novecento) e un documentario di archeologia. Le parole chiave sono due: “archivi” e “repertori”.

Non a caso ho specificato “del Novecento” a proposito di documentari di storia. La vera risorsa dei documentari storici, il materiale sul quale sono costruiti, sono i repertori. Repertori video e fotografici. L’avvento della fotografia alla metà dell’800, e del video dall’inizio del Novecento, hanno segnato la maniera più immediata per fissare per sempre momenti ed eventi. Fotografie e filmati sono diventati nuove fonti per gli storici che si approcciano allo studio della fine dell’Ottocento e di tutto il Novecento. Per gli storici “tradizionali”, autori di libri e di saggi, costituiscono una tra le fonti, ma per gli storici autori di documentari essi sono la fonte prevalente.

Fotogramma da Raiplay – La Grande Storia – Mussolini a Berlino. Video di repertorio

Cosa sono i repertori

I repertori – video e foto – sono la linfa vitale di chiunque voglia approcciare al mondo dei documentari. I repertori si distinguono tra coperture e clip. Mentre le clip illustrano esattamente ciò che si sta narrando, le coperture descrivono e fanno da sfondo alla narrazione fatta a voce dal presentatore, dall’esperto o dalla voce fuori campo.

Per capirci con un esempio banale: clip è il discorso di Mussolini in Piazza Venezia per annunciare l’entrata in guerra dell’Italia; coperture sono le schiere di gente che acclama in qualunque luogo, in qualunque parte d’Italia oppure le frazioni dell’esercito che sfilano. La clip mostra esattamente ciò che si sta raccontando, la copertura serve a fare da sfondo e ad accompagnare la narrazione con immagini più o meno puntuali, più o meno evocative.

Senza repertori non si potrebbero produrre materialmente i documentari che trattano argomenti che vanno dall’inizio del Novecento a oggi. Perché repertori sono anche video girati ieri col telefonino. Metti che tra 10 anni si voglia fare un documentario sulla storia degli sportivi olimpici italiani di tutti i tempi. Clip saranno la vittoria di Mennea, la medaglia di Fiona May, le medaglie degli Abbagnale, le medaglie della Pellegrino, la medaglia d’oro di Marcell Jacobs del 2021. Coperture sono scene a caso di batterie di corsa; scene a caso di batterie di nuoto; scene a caso di batterie di canottaggio; scene a caso di pubblico sugli spalti degli stadi.

Foto di repertorio: Pietro Mennea sulle piste di atletica. Fonte: Guerin Sportivo

Non solo repertori: il ruolo dell’esperto

In ogni documentario che si rispetti la regia è importante. A prescindere dalle scelte di regia, buona norma vuole che il prodotto documentaristico sia variegato, in modo da non annoiare lo spettatore, ma allo stesso tempo di fornirgli il massimo dell’informazione storica. Per questo spesso nei documentari si fa ricorso alla figura dell’esperto, che di solito è seduto e inquadrato di 3/4. Lui parla, mentre il sottopancia ci dice che è professore di chissà quale università e immediatamente ci informa che dunque è persona autorevole e ferrata sull’argomento.

L’esperto in un documentario serve a dare un’aura di rispettabilità al prodotto. Si tratta, in sostanza, dello stesso concetto della reputation online: sono esperto, riconosciuto dal mio cv, dunque ciò che dico è credibile e degno di fede. Con poche semplici frasi l’esperto fa passare l’informazione essenziale che le sole immagini di repertorio non avrebbero saputo trasmettere con la stessa efficacia.

Oui c’est moi nel ruolo di esperto all’interno del documentario Narbonne la seconde Rome, produzione francese andata in onda sul canale tv franco-tedesco Arte

Non solo repertori: il ruolo del testimone

Mentre l’esperto dà un’aura di autorevolezza e scientificità al contenuto, il testimone parla al cuore e alla pancia delle persone. Chiaramente, per i documentari di argomento storico, i testimoni parlano degli eventi più recenti: tranne Liliana Segre e pochi altri, ormai sono rimasti pochi testimoni della Shoah; ma se gli eventi sono successivi, come l’Italia degli anni di piombo, la caduta del Muro di Berlino, l’Italia degli attentati a Falcone e Borsellino e di Manipulite, Desert Storm o ancora, in anni recenti, l’Italia dell’avvento dell’Euro, l’Italia all’indomani dell’11 settembre, l’Italia del G8 di Genova, di testimoni ce ne sono eccome.

Il testimone è colui che racconta la propria esperienza personale all’interno dell’episodio o del fenomeno storico più generale che si sta raccontando. Quella del testimone è una storia che colpisce, che crea empatia, che emoziona. Se lo scopo prevalente è quello di ricostruire la storia generale a partire dalle testimonianze personali, di fatto la testimonianza personale impressiona e commuove. Si tratta di un’ottima leva per tenere alta l’attenzione del pubblico.

Ci sono poi figure ibride di testimoni/esperti. Il caso di Lilli Gruber nel documentario “1989 – Cronache dal muro” di Ezio Mauro, realizzato da Stand By Me, è eclatante. Lilli Gruber si trovava a Berlino quella sera assurda in cui il ministro della Propaganda della Repubblica Democratica Tedesca, del tutto impreparato alla domanda rivoltagli in conferenza stampa dal giornalista Ansa italiano Riccardo Ehrman, dà di fatto il via alla caduta del Muro. Nel documentario di Ezio Mauro Lilli Gruber partecipa nel doppio ruolo di testimone, in quanto era lì quando si sparse la voce, e in quanto esperta, perché lei era inviata a Berlino in quel periodo e quindi conosceva bene la situazione. Una figura ibrida, che unisce all’autorevolezza del suo ruolo l’emozione di trovarsi in quel luogo in un momento epocale.

Non solo repertori: la docufiction

Se per i documentari che parlano di ‘900 in linea generale si può fare ricorso semplicemente ai repertori, per tutto ciò che va più indietro nel tempo occorre trovare altre soluzioni. Avremo l’esperto, non avremo il testimone; avremo bisogno però di qualcosa di diverso per riempire la narrazione. Ecco che, sia che si tratti di coperture, sia che si tratti di ausilio alla narrazione, la docufiction è una soluzione da prendere in considerazione: attori in costume (e di associazioni di rievocazioni storiche di ogni epoca ne esistono ovunque in tutta Italia) e una vera e propria regia sia per le narrazioni che per le coperture possono più di mille parole arrivare al cuore degli spettatori. Anche inserire spezzoni di film storici può essere utile. Bisogna però calcolare i costi.

Anche assoldare comparse e attori e ricostituire un set costa e non poco. Il produttore del documentario deve sapere quanto ciascuna operazione gli comporta.

RaiPlay a.C.d.C. – fotogramma da “Nozze di sangue per la fede e per il trono”: il ricorso alla docufiction è preponderante nei documentari ad argomento medioevo/età moderna

Altra soluzione è la computergrafica: ricostruzioni o animazioni, a seconda dell’impronta che il regista e la produzione vogliono dare e anche a seconda del budget. Perché chiaramente un lavoro di computergrafica o di animazione ha un costo, necessita di professionisti che chiaramente devono essere pagati. Non si fa, non si deve fare e non si deve voler fare niente a gratis.

Non solo repertori: le riprese in interno e in esterna

Man mano che ci si allontana dai documentari storici che riguardano il Novecento, diventa sempre più necessario procurarsi immagini dei luoghi dei quali si parla. Man mano che si va indietro nel tempo è fondamentale, per cui se si arriva ai documentari che parlano di archeologia, le riprese in esterna – o in interno nei musei – sono fondamentali. Aggiungono tanto, perché mostrano il contesto attuale, vanno nei siti archeologici nei quali narrano quello che si definisce “ora per allora”, ovvero con ciò che si vede dei monumenti attuali, la grandezza del tempo che fu; oppure mostrano gli oggetti, le opere, l’arte del tempo.

Raiplay – Meraviglie – Alberto Angela nell’anfiteatro di Alba Fucens, Abruzzo.

Ma naturalmente riprese di questo tipo hanno un costo, perché, soprattutto nei musei e nei parchi/siti archeologici è previsto un canone di concessione uso spazi per riprese video (o fotografiche). Quindi, quando si progetta un documentario bisogna aver ben presente cosa si vuole filmare per quanto tempo e a quale scopo. Altrimenti risulta una perdita. Ci sono delle soluzioni per ovviare al problema canoni: se si tratta di un documentario incentrato totalmente su un sito, si può prendere in considerazione l’idea di chiedere al sito/parco/museo di essere partner del prodotto: è ciò che è stato fatto, ad esempio col documentario 2019 dedicato a Ostia antica prodotto da Sky; oppure può avvenire l’opposto, cioè che sia l’istituzione a commissionare un documentario su un tema specifico. Come è successo di recente sempre per il Parco archeologico di Ostia antica che ha finanziato il documentario “Ecco che cominciamo a dipinger con la pietra” girato da ASSO e dedicato al restauro del mosaico delle Terme della Lanterna nell’area archeologica dei porti di Claudio e di Traiano.

Un fotogramma dal documentario “Ostia. Sulle sponde della storia” prodotto da Sky Arte

Differenze tra documentari di storia e documentari di archeologia: un’infografica

Abbiamo visto finora quali sono le fonti, i repertori e le coperture cui si rifanno gli autori e i registi di documentari per realizzare il proprio prodotto.

Viene da chiedersi cosa nasca prima, se la scrittura del documentario o se la ricerca dei repertori e sulla base di quella – e del budget a disposizione – influisca sulla scrittura. Ebbene, non sono riuscita a ottenere una risposta univoca. Naturalmente più budget si ha più la scrittura è libera.

Comunque ora, in una infografica, cercherò di chiarire su quali fonti visuali si basa un documentario di storia (del Novecento) e su quali fonti visuali si basa invece un documentario di archeologia.

Mentre per i documentari archeologici è chiaramente impossibile avere dei repertori video e dei testimoni, a meno che non si voglia parlare di storia degli scavi e/o delle ricerche, questi fondamentali per i documentari che trattano argomenti di storia del Novecento. Al contrario, un documentario che tratta di storia del Novecento può fare a meno di riprese in esterna, mentre per un documentario di archeologia è fondamentale. Inoltre, per il documentario di archeologia è fondamentale un altro aspetto: il racconto della ricerca in essere, degli scavi in corso o dei restauri, perché solitamente è da indagini in corso o concluse che prende avvio il documentario stesso.

Infografica: differenze tra documentari storici e documentari archeologici, a livello di repertori e fonti

Un altro elemento comune a entrambi, cioè sia i documentari storici che quelli di argomento archeologico, è la musica. La musica – elemento cui io non ho mai dato grande peso durante la fruizione del documentario – in realtà è fondamentale perché in grado di dettare il ritmo accompagnando e sostenendo la narrazione, sia essa parlata o per immagini. Non occorre avere una colonna sonora composta appositamente, ci mancherebbe altro! Ma l’importante è saper scegliere quei motivi, drammatici, evocativi di un’epoca, oppure di pura copertura, che sappiano ingenerare il giusto pathos nello spettatore.

Cosa deve fare un documentario: descrivere per spiegare; emozionare.

Il primo scopo di un documentario – sia storico che archeologico – è quello di fare divulgazione, di raccontare al pubblico più ampio possibile un fatto storico un episodio, un luogo, un monumento, un fenomeno, un personaggio. Ma per colpire l’attenzione, per centrare l’obiettivo, per non far cambiare canale occorre emozionare, suscitare empatia o interesse e per questo la sola narrazione testuale non basta. Bisogna puntare sia sull’immagine che sulla musica e sulla varietà nel mixare la narrazione con l’intervento del testimone/esperto. Il mix ben amalgamato di tutti gli elementi fa sì che un documentario raggiunga gli spettatori e trasmetta loro emozioni, e di conseguenza informazioni; nel caso opposto agli spettatori non resterà nulla se non la sensazione di noia. O peggio di inadeguatezza, qualora le informazioni trasmesse non abbiano il giusto linguaggio e siano troppo complesse e poco spiegate.

Non sono una documentarista, né lo sarò mai (forse, chi può dirlo). Ma è importante conoscere la teoria alla base di questo strumento importante di divulgazione e comunicazione. Quello del documentario, tra l’altro, è uno sbocco lavorativo per chi si vuole occupare di comunicazione del passato (si tratti di storia contemporanea, medievale o antica, o di archeologia); per costruire un documentario ci vuole un regista, un autore, un montatore, un ricercatore di repertori. Dunque, potenzialmente ci sono diverse professionalità che concorrono alla confezione di un unico prodotto.

Per approfondire:

Cosa rende noioso un documentario di archeologia

Cos’è successo alla Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica di Licodia Eubea

Appuntamento a Licodia per parlare di Cinema archeologico

Menzione speciale Archeoblogger alla Rassegna Internazionale del Cinema di Rovereto

NOTE:

*soprattutto la puntata che ha girato (anche) a Portus (dal minuto 17:22) dedicata all’imperatore Traiano disponibile su Raiplay.

** In particolare il documentario dedicato all’archeologia subacquea: un prodotto molto ben fatto e con il giusto equilibrio tra la storia dell’archeologia subacquea (ovvero gli scavi subacquei di Nino Lamboglia) e le ricerche attuali, spaziando tra Liguria e Sicilia, per rendere conto della varietà delle ricerche archeologiche subacquee in Italia.

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