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Cosa rende noioso un documentario di archeologia

Come ogni anno arriva il momento della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto. Un appuntamento fisso al quale partecipo da remoto come membro della Giuria per la Menzione Speciale Archeoblogger. Anno dopo anno mi sono fatta una certa esperienza nel campo del documentario e del film di archeologia. Non perché abbia velleità né di autrice né di regista. Ma come spettatrice. Spettatrice che guarda e ascolta con l’occhio e l’orecchio puntati verso un solo aspetto: la comunicazione.

Comunicazione = efficacia

Quando parlo di comunicazione in realtà parlo di efficacia del prodotto, in questo caso del documentario o film di archeologia. L’efficacia del docufilm è la sua capacità di trasmettere il messaggio. Un messaggio che non è solo informativo, ma che deve colpire l’attenzione e quindi deve avere anche un aspetto emotivo oltre che prettamente documentale.

Come suscitare l’emozione un regista lo sa meglio di me. Gli espedienti possono essere tanti: banalmente la fotografia, la narrazione, il tema stesso del racconto. Ma il tema da solo non vuol dire che non possa essere sviluppato in modo coinvolgente: se è studiata una regia sapiente, anche la trita e ritrita storia della scheggiatura della pietra può diventare degna di un Kolossal che manco Ben-Hur.

Dunque è l’efficacia del prodotto, inteso per il documentario di archeologia come la somma di tema, narrazione, scelta delle immagini, e quindi la regia, a determinare la comunicazione.

In questi anni come giurata per la Menzione Speciale Archeoblogger alla Rassegna del Cinema Archeologico di Rovereto ho visto tantissimi film e documentari e mi sono fatta alcune idee su come non deve essere fatto un documentario. Qui elenco alcune delle pecche a livello di regia e di scelta dei temi che non mi vanno proprio a genio e che in linea generale mi fanno perdere la concentrazione e l’interesse – dunque falliscono nel loro intento comunicativo.

Per approfondire: Menzione Speciale Archeoblogger alla Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto 2017

Le cose che rendono noioso un documentario di archeologia

Già la parola documentario in genere taglia drasticamente le gambe ad una buona fetta di eventuali spettatori. Nell’immaginario collettivo il documentario è già di per sé una cosa noiosa, non di intrattenimento, ma che chiede uno sforzo di attenzione in più. Questo perché da piccoli tutti siamo cresciuti a pane e documentari sui leoni della savana africana trasmessi da Piero Angela nel fiore degli anni a Quark. Mi ricordo di una volta quand’ero bambina che persino mio padre – appassionato cultore di documentari di qualsiasi argomento – una sera volle cambiare canale disperato all’idea dell’ennesimo documentario sulla savana!

La prima regola che un documentario deve seguire – e quindi la prima domanda che il regista deve porsi – è: qualcuno ha già trattato l’argomento che vuoi sviluppare tu? Come l’ha trattato? Quali elementi di novità puoi portare nella tua narrazione? Se vuoi raccontare l’ennesimo scavo in grotta di un sito di Neanderthal indagato da un’università francese su quali elementi davvero nuovi, ma soprattutto sorprendenti puoi contare? Perché documentari su siti Neanderthal scavati da équipes francesi ne sono stati girati già a centinaia, alcuni davvero eccellenti, quindi cosa avrà di eccezionale il tuo documentario per farlo emergere nella massa degli altri documentari sui Neanderthal in Francia?

La mancanza di elementi di novità

Ecco il primo elemento che rende noioso un documentario: non emergono elementi di novità rispetto ai documentari già girati (e già visti) sull’argomento.

Ricordiamoci che si tratta di un documentario di archeologia, ovvero che attraverso il mio documentario devono essere divulgati al grande pubblico gli esiti di nuove ricerche o tematiche che possono suscitare un qualche interesse. Un documentario è un investimento economico, sia che lo finanzio di tasca mia, sia che mi sia commissionato (a maggior ragione, in tal caso) quindi sarà importante sfruttare i fondi a mia disposizione per ottenere il miglior risultato possibile. Se la committenza non ottiene il risultato sperato vuol dire che ha investito male i suoi soldi. E questo è sempre un grandissimo peccato. Il miglior risultato, d’altro canto, deve essere il frutto di un dialogo efficace tra contenuto/tematica – narrazione/coinvolgimento emotivo – voci – linguaggi – fotografia.

Realizzare l’ennesimo documentario sul mistero delle piramidi – intitolandolo magari proprio “Il mistero delle piramidi” se non si ha un elemento di novità, una ricerca sensazionale, un’intuizione geniale sulla tecnologia e l’organizzazione del lavoro per la realizzazione delle monumentali tombe dei faraoni, è tempo e fatica sprecati. Il tema è stato già ampiamente dibattuto, più o meno scientificamente e anche se attira la curiosità, perché le piramidi e l’egittologia tirano più di un carro di buoi, lo spettatore non ci metterà molto a capire che si tratta delle solite cose trite e ritrite.

Occorre trovare temi nuovi, mai trattati nella forma del documentario, oppure nuovi punti di vista per trattare temi celebri.

Sempre più spesso, per fortuna, i documentari nascono su ispirazione e per documentazione di nuove ricerche che hanno avuto esiti inaspettati o decisamente importanti. Allora, a maggior ragione è importante realizzare un prodotto che sappia fondere la scientificità della scoperta con la giusta dose di narrazione, con le differenti voci degli “scopritori” o dei membri dell’équipe a qualunque titolo coinvolti. Ma soprattutto la sceneggiatura, signori, la sceneggiatura.

La regia debole

Regia debole vuol dire due cose: avere pochi fondi a disposizione e dunque incaricare un videomaker/aspirante regista inesperto senza fornirgli un’idea o una base narrativa che si regga da sola. Oppure, voler imporre per forza di cose al regista, magari anche brillante, idee, scelte e linguaggi che però determinano un risultato non efficace.

Purtroppo ancora oggi si vedono documentari che sono poco più di una presentazione in powerpoint in cui si alternano foto di repertorio, immagini di paesaggi immensi, le classiche zoomate su un oggetto o su un monumento per dare l’illusione di un movimento e di una regia. A questo si aggiunge una sola voce narrante, piatta per forza di cose, che non può riuscire a rendere accattivante una serie di immagini giustapposte. A meno che non si tratti di un reportage fotografico fatto in forma di documentario, questa scelta non funziona! Ciò che attira la nostra attenzione è l’immagine. Stiamo guardando il documentario: le immagini, lo scorrere di primi piani, ricostruzioni, riprese da drone e chi più ne ha più ne metta attira la nostra attenzione; a seguire le parole. Nella società dell’immagine in cui viviamo questo aspetto è fondamentale. Dunque se si ha l’ardire di far passare per documentario un prodotto che è poco più di una presentazione in powerpoint… beh, abbiamo un problema serio di comunicazione.

Buttarla in caciara

Non c’è niente di peggio. Va bene tutto, va bene studiare linguaggi più vicini ai “giovani d’oggi” (che comunque non necessariamente sono dei pirla fatti e finiti), ma buttare in caciara un argomento, trasformandolo in una commedia ai limiti del demenziale a me non sta bene. Cui prodest una cosa del genere? Perché evidentemente ti stai rivolgendo ad una nicchia di pubblico cui io non appartengo. Bisogna stare molto attenti, a mio parere, a dosare comicità e ironia quando si tratta di prodotti destinati ad intrattenimento culturale. Mo(n)stre su facebook ci riesce, ma non fa documentari, per cui esula dal caso specifico. Il tema è senz’altro spinoso e lungi da me passare per snob. Ma la possibilità che il vero messaggio – ovvero il tema del documentario – passi in secondo piano rispetto alle gags dei personaggi, è ahimè reale.

(Per sapere a chi mi riferisco, trovi i riferimenti al mio commento alla Rassegna del Documentario e della Comunicazione archeologica di Licodia Eubea del 2019)

Qual è il tuo target?

A chi si rivolge il tuo documentario? Ad un pubblico generalista? Ad un pubblico di specialisti? Ai tuoi concittadini o al pubblico mondiale? Ad un potenziale sponsor (ci sta benissimo, eh)? Come per qualsiasi progetto di comunicazione bisogna aver ben presente il pubblico cui ci si rivolge. Si può pure decidere di realizzare un documentario totalmente muto, purché però il pubblico-nostro-target possa comprendere da solo i riferimenti e il contesto (questa è una cosa molto difficile da ottenere). Qualunque sia la scelta narrativa, qualunque sia la sceneggiatura, la narrazione, la regia, occorre avere sempre davanti l’obiettivo, ovvero raggiungere, colpire, emozionare ed “educare” il pubblico.

Il docufilm archeologico non è semplicemente un film di intrattenimento. Il giudizio di valore che lo spettatore può dare non può finire nelle categorie di “bello” o “brutto”. Il giudizio metterà sicuramente sul piatto il valore informativo e al tempo stesso godibile del docufilm. Alla fine della visione il giudizio sarà motivato e complesso: non si tratterà soltanto di un film “bello”, ma di un film “interessante”, che ha lasciato un segno, una riflessione, una nozione in più. Altrimenti avremo visto l’equivalente di un cinepanettone al cinema, senza esserci fatti nemmeno due risate volgari.

Cosa ho imparato dai documentari archeologici e cosa consiglio ai registi

Sono sempre stata una divoratrice di documentari a sfondo dapprima naturalistico ai bei tempi di Quark anni ’80 (leoni della savana ed elefanti al tramonto sullo sfondo del Serengeti); poi ho imparato ad odiare gli pseudodocumentari egittofantastici spacciati da Roberto Giacobbo fin dagli anni ’90; infine ho sviluppato un amore viscerale verso tutto ciò che mi può portare elementi di novità da aggiungere alle mie cognizioni. Purché io non mi addormenti durante la visione, oppure non trovi degli errori davvero palesi a livello di regia oppure di informazione scientifica.

La mia sensibilità è stata nuovamente stimolata negli ultimi anni dal far parte della giuria della Menzione Speciale Archeoblogger per la Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto. Grazie a questa manifestazione, infatti, ho avuto modo di farmi un’idea sul punto della situazione, nel corso degli anni. Cosa anima i registi? Cosa, soprattutto, anima i committenti? Quanto il regista è schiavo della committenza e quanto ha libertà di azione? Ovvio che i contenuti scientifici li debba mettere a disposizione la committenza, però spesso il regista non è messo in condizioni di esprimere la sua creatività, a fronte di una committenza troppo rigida.

i blogger in Giuria per la Menzione Speciale Archeoblogger 2020: in ordine dall’alto Mattia Mancini, Astrid D’Eredità, Giovanna Baldassarre, Michele Stefanile, Domenica Pate, Marta Coccoluto, Giovina Caldarola, Alessandro Tagliapietra, Antonia Falcone e io

In sostanza, in quasi 40 anni di visione di documentari ho imparato queste cose:

  1. Se il documentario non mi incuriosisce entro i primi due minuti di girato, per me è già condannato in partenza. Questo perché nei documentari avviene come negli articoli di giornale, nei quali ancora più importante del titolo è l’occhiello, il sottotitolo in grado di acchiappare l’attenzione, di suscitare emozioni discordanti. Allo stesso modo in un docufilm archeologico, la battaglia per la conquista dell’attenzione del pubblico si gioca nei primi due minuti al massimo: in essi deve essere condensata la sintesi dell’intero film e al tempo stesso deve essere buttato là l’innesco, la curiosità che spingerà lo spettatore ad andare avanti. Alla fin fine cambia il mezzo, ma le regole della comunicazione persuasiva sono sempre le stesse.
  2. Uno speaker carismatico fa tantissimo. Non pensiamo necessariamente ad Aberto Angela, ma ai tanti che fanno comunicazione archeologica attraverso i loro pur “miseri” canali, che si tratti si youtube, di twitch o di podcast. Il carisma di un personaggio nasce dalla sua autorevolezza, dalla sua reputation. Qui entriamo in un discorso trasversale alla reputazione online, quindi a Google e ai motori di ricerca. Senza andare tanto lontano, non occorre essere Alberto Angela per vendere un buon docufilm archeologico all’estero. Occorre prima di tutto avere contenuti degni di essere raccontati. Occorre una voce o più voci che siano in grado di raccontarli. Occorre mettersi nei panni dello spettatore, prima ancora del regista.
  3. La bella immagine, la bella ripresa, la bella sequenza da sola non basta. Occorre che essa sia calata nel contesto. Mi puoi proporre una splendida visione da drone del Colosseo mentre cala il tramonto: immagine suggestiva oltre ogni cosa. Ma se a questa visione mi adatti una narrazione debole, queste saranno immagini belle senz’altro, ma fini a se stesse. Cosa importante, fondamentale, è che immagine e testo, dunque concetto espresso, viaggino di pari passo.

Fin qui ti ho detto quali sono secondo me i difetti principali dei docufilm archeologici (in generale, non solo in Italia). Tu ne individui altri? C’è qualcosa che ti piacerebbe vedere in un documentario e che invece resta disatteso?

Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto 2020

Come dicevo in apertura, faccio parte della giuria di blogger che assegnano ogni anno il premio “Menzione Speciale Archeoblogger” alla Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto. L’edizione 2020, necessariamente ripensata alla luce della recente pandemia e dei suoi sviluppi sul piano culturale, ha per tema “L’Italia si racconta”. Lascio qui il link al programma della Rassegna, denso come sempre di spazi di approfondimento e di riflessione non solo sull’archeologia, non solo sul medium del video e del documentario. Anche se il tema è l’Italia e la necessità di ripartire dal nostro Patrimonio e dal ripensare a come avvicinare e rendere indispensabile il nostro Patrimonio prima di tutto a chi vi vive accanto e non lo conosce o non lo frequenta, non mancheranno produzioni straniere e tematiche ben più ampie, almeno geograficamente parlando, della nostra Penisola. La Rassegna si svolge dal 30.09.2020 al 4.10.2020. In quest’occasione, Antonia Falcone, presidente della giuria archeoblogger e founder di Professione Archelogo, dichiarerà il film che a nostro parere si è distinto per la sua capacità di attrarre, trasmettere, coinvolgere, emozionare il pubblico.

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