Vi propongo un giochino: in questa pagina di sussidiario delle elementari c’è una cosa che non è solo un errore madornale, una svista o un’ingenuità. Si tratta di un contenuto meditato, visto che oltre alla spiegazione c’è anche l’illustrazione. Si parla del mestiere dell’archeologo, pagina di sussidiario tra le introduttive allo studio del passato e della Storia.

Per carità, in questa illustrazione ci sono diverse informazioni molto superficiali e semplificate: ma è un sussidiario delle elementari, non si richiede di scendere a un livello di approfondimento pari a quello del corso universitario di metodologia. Il reticolo per esempio, mi fa sorridere. Il metal detector, invece, mi fa proprio incazzare.
Lo so, lo so, non ho resistito. Se ancora non avete rilevato l’anomalia ve la rivelo io: il concetto incriminato è quello del metal detector. Perché oltre alla frase, apparentemente neutra “Con il metal detector si individuano i reperti in metallo” c’è pure l’illustrazione che mostra esattamente come si usa il metal detector.
Mi direte “Vabbè, Marina anche meno. E’ solo un sussidiario delle elementari, e questa non è certo la pagina più importante del corso di Storia che i bambini devono fare“. E va bene, certo. Ma si sta veicolando comunque un’informazione totalmente sbagliata.
Mio cugino Roberto diversi anni fa mi telefonò disperato perché temeva di aver perso la fede (l’anello di matrimonio, a scanso di equivoci) in un prato e mi chiedeva come e dove recuperare un metal detector perché “voi usate questa roba qua“. Non volli infamarlo più di tanto, la situazione era grave perché se la moglie, Michela (donna invero molto paziente, ma a tutto c’è un limite e io mi incazzerei per molto meno), se ne fosse accorta sarebbero stati “cazzi” (cit. mio cugino). Però gli spiegai, con garbo, che non ero esattamente la persona adatta cui chiedere per un metal detector. “Ah, perché, voi [archeologi] non l’usate?” NO. Gli spiegai perché non lo usiamo e ora lo spiego a chi ancora non lo sa, compresi gli autori di questo sussidiario, ai quali suggerisco di sostituire la figura del metal detector con l’antropologo, per esempio. O con chi fa prospezioni georadar, per ulteriore esempio.
A chi mi dirà “Vabbè, Marì, anche meno” rispondo anche un po’ piccata (e mia nipote può testimoniare, perché le ho fatto un vocale con preghiera di riferirlo in classe che lei mi ha detto sìssì, ma so che ovviamente non l’ha fatto). E mo’ vi spiego perché è grave, indegno e oltraggioso che su un sussidiario, che è il primo libro di apprendimento con cui i bambini, futuri adulti di domani avviano la propria formazione educativa, sociale e culturale, ci sia un’informazione di questo tipo. Non siamo davanti a un’informazione nozionistica sbagliata, chessò, la fondazione di Roma nel 754 invece che nel 753 a.C. oppure il primo imperatore di Roma Giulio Cesare invece che Ottaviano Augusto. Qui siamo davanti a un’informazione sbagliata in quanto veicola un messaggio sbagliato. Sbagliato presso i bambini e presso i genitori che li seguono nella formazione. E veniamo al perché è sbagliato.
In estrema sintesi: l’uso del metal detector NON fa parte degli strumenti dell’archeologo, perché il suo uso va contro la prassi della ricerca archeologica, una ricerca che guarda alla stratigrafia e ai contesti, e non al ritrovamento di monetine o peggio di oggetti in bronzo strappandoli al loro contesto di rinvenimento. L’archeologo in Italia NON usa il metal detector. E chi usa il metal detector per cercare reperti archeologici in metallo commette reato.
Piaciuta la sintesi? Ora vedo di argomentarla ancora un po’.
Già qualche anno fa ho avuto modo di dire la mia nei confronti di un servizio del TG2 Estate in cui si parlava, in termini certo non critici, ma come fenomeno di costume, dell’uso di andare col metal detector in spiaggia a scovare oggetti persi dai bagnanti distratti. E voi direte “sì ok, cercare sulle spiagge è legittimo, che c’entra con l’archeologia?” C’entra perché quello stesso servizio apriva con l’eloquentissima frase “Moderni Indiana Jones alla ricerca di tesori perduti“. Che altro bisogno abbiamo di prove (cit. evangelica)? Non sto a riassumere ora nel dettaglio quell’articolo, di cui comunque vi metto il link, perché qui vorrei andare oltre. Vorrei risalire alle origini di quel corto circuito secondo il quale il binomio archeologo – metal detector funziona.
E quindi torno alla conversazione, dal mio punto di vista assurda, con mio cugino, che ha suscitato la mia risposta, assurda dal punto di vista di mio cugino. Molto semplicemente e una volta per tutte: l’archeologo non usa il metal detector.

Il Metal Detector ha uno scopo, ben descritto già nel nome dello strumento: capta la presenza di metalli nell’immediato sottosuolo. Quindi sotto lo strato di humus o poco più sotto, dipende dal livello di precisione e di tecnologia dello strumento. Ora, finché il possessore di metal detector ci va in spiaggia per scovare braccialetti, orologi, monete da 2 € e sperare di diventare ricco, va bene, nel senso che la legge non vieta di cercare nella sabbia cose perse da altri e divenirne proprietari. La materia però si complica nel momento in cui il metal detector incappa in un oggetto archeologico. Qui sarebbe bene tirare in ballo le basi, perché un utilizzatore di metal detector potrebbe dire che non saprebbe come comportarsi in caso di rinvenimento. E che magari non sa neanche rendersi conto di aver trovato un reperto archeologico in metallo. Quindi come fare?
Allora partiamo dall’unica base possibile: cos’è oggetto archeologico, tutelato ai sensi del Codice dei Beni Culturali 42/2004. E mi perdonerete se mi affido alla sintesi che ho fatto a partire proprio dal Codice: https://generazionediarcheologi.com/2016/10/10/diritto-bbcc-definizione-beni-culturali/. Se preferite la viva voce del Codice, vi rimando al D.Lgs 42/2004 pubblicato da Bosetti-Gatti senza fronzoli e senza interpretazioni: la viva voce della norma. Cosa volere di più?
C’è poi un secondo step. Capito cosa si intende per oggetto archeologico, occorre capire entro quali termini si può rinvenire. Ed ecco che viene in nostro aiuto, sempre nel Codice 42/2004, il Capo VI – Ritrovamenti e scoperte.
Fin dall’articolo 88 – attività di ricerca – il Codice in maniera decisamente esplicita dichiara che le ricerche archeologiche sono in capo al Ministero. All’articolo 89 specifica che gli enti di ricerca che vogliono condurre progetti di scavo e di ricerca in Italia devono comunque chiedere al Ministero della cultura una concessione di scavo.
Ancora più interessante è, ai nostri fini, l’articolo 90 – Scoperte fortuite. Riporto il testo, perché sia chiaro a chi ancora pensa che fare un buco in terra per trovare pezzi di metallo da aggiungere alla propria collezione privata sia una cosa sensata:
1. Chi scopre fortuitamente cose immobili o mobili indicate nell’articolo 10 ne fa denuncia entro ventiquattro ore al soprintendente o al sindaco ovvero all’autorità di pubblica sicurezza e provvede alla conservazione temporanea di esse, lasciandole nelle condizioni e nel luogo in cui sono state rinvenute. Della scoperta fortuita sono informati, a cura del soprintendente, anche i carabinieri preposti alla tutela del patrimonio culturale.
Appare evidente che chi pure trova fortuitamente, col metal detector o meno, oggetti di interesse archeologico, li deve denunciare al Soprintendente, o al sindaco o alle Forze dell’Ordine. La legge italiana in tal senso è molto stringente, per fortuna, e tende a regolare tutte le possibili variabili, complice una certa esperienza negli anni nel campo del furto di opere d’arte antica e del lavoro dei tombaroli.
Va detto che sul tema l’ultima coda del ministero Franceschini aveva puntato molto sul tema delle restituzioni a seguito di furti illeciti di reperti archeologici dall’Italia verso mercati esteri, in particolare musei statunitensi. La storia alla base di quest’operazione è raccontata mirabilmente in “I predatori dell’arte perduta” di Fabio Isman e nei lavori di Tsao Cevoli e dell’Osservatorio Internazionale Antimafie che cerca di contrastare il traffico illecito di beni culturali, ambito che interessa molto i grandi esponenti dei clan mafiosi.
Tornando all’ultimo ministero Franceschini, fu istituito il Museo dell’Arte Salvata, allestito temporaneamente nella Sala Ottagona delle Terme di Diocleziano, poi chiusa e ora in attesa di nuova destinazione. Naturalmente le opere esposte in quel museo, così come i grandi scavi clandestini da cui quelle opere provengono, non sono state trovate col metal detector, ma a seguito di operazioni illecite che impiegano strumenti ben più invasivi.
Questa digressione è utile per comprendere la differenza tra scavi autorizzati, ovvero che avvengono in regime di concessione da parte del Ministero, e che devono seguire il metodo stratigrafico e produrre una documentazione precisa e puntuale (e no, il metal detector non è contemplato tra gli strumenti utilizzati); e scavi non autorizzati che vanno dall’azione premeditata e studiata di gruppi di scavatori clandestini che sono vere e proprie associazioni a delinquere ai possessori di metal detector che sperano di trovare la monetina romana di bronzo, magari leggibile da vendere su ebay, nel campo arato a due passi dalla città romana di turno.
In un altro post, più avanti, affronterò il tema dei cercatori di cimeli della I e della II Guerra Mondiale. Ma non è questo il giorno.
Uno sguardo Oltralpe
I nostri vicini francesi affrontano lo stesso problema nostro. Il fenomeno del “pillage”, cioè lo scavo clandestino, viene condannato quasi quotidianamente, segno che è pratica piuttosto diffusa. Addirittura a Marsiglia, al Musée d’Histoire de Marseille è stata dedicata una mostra, intitolata, significativamente, “Trésors coupables”, tesori colpevoli. Accanto alla mostra è stato organizzato un ciclo di incontri di sensibilizzazione, divulgazione, formazione sul tema del corretto approccio al patrimonio culturale. La mostra ora è conclusa – e nel frattempo il Muséé d’Histoire de Marseille ha dovuto fare i conti con i danni provocati dalle violente proteste di qualche mese fa.
Per concludere
Trovo gravissimo e indegno di un sussidiario delle scuole elementari – strumento di apprendimento che ha una responsabilità altissima nella formazione educativa e culturale dei bambini – che si faccia passare un’informazione totalmente erronea e fuorviante sul mestiere dell’archeologo: l’utilizzo del metal detector per trovare gli oggetti in metallo, con tanto di disegno esplicativo. Mi direte voi “capirai quant’è importante la paginetta sul mestiere dell’archeologo in tutta la formazione scolastica di un bambino “. Ma l’uso del metal detector NON fa parte degli strumenti dell’archeologo, perché il suo uso va contro la prassi della ricerca archeologica, una ricerca che guarda alla stratigrafia e ai contesti, e non al ritrovamento di monetine o peggio di oggetti in bronzo strappandoli al loro contesto di rinvenimento.
L’archeologo in Italia NON usa il metal detector. E chi usa il metal detector per cercare reperti archeologici in metallo commette reato.
Ho finito, Vostro Onore.






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