Se il metal detector finisce su un sussidiario delle elementari

Vi propongo un giochino: in questa pagina di sussidiario delle elementari c’è una cosa che non è solo un errore madornale, una svista o un’ingenuità. Si tratta di un contenuto meditato, visto che oltre alla spiegazione c’è anche l’illustrazione. Si parla del mestiere dell’archeologo, pagina di sussidiario tra le introduttive allo studio del passato e della Storia.

Per carità, in questa illustrazione ci sono diverse informazioni molto superficiali e semplificate: ma è un sussidiario delle elementari, non si richiede di scendere a un livello di approfondimento pari a quello del corso universitario di metodologia. Il reticolo per esempio, mi fa sorridere. Il metal detector, invece, mi fa proprio incazzare.

Lo so, lo so, non ho resistito. Se ancora non avete rilevato l’anomalia ve la rivelo io: il concetto incriminato è quello del metal detector. Perché oltre alla frase, apparentemente neutra “Con il metal detector si individuano i reperti in metallo” c’è pure l’illustrazione che mostra esattamente come si usa il metal detector.

Mi direte “Vabbè, Marina anche meno. E’ solo un sussidiario delle elementari, e questa non è certo la pagina più importante del corso di Storia che i bambini devono fare“. E va bene, certo. Ma si sta veicolando comunque un’informazione totalmente sbagliata.

Mio cugino Roberto diversi anni fa mi telefonò disperato perché temeva di aver perso la fede (l’anello di matrimonio, a scanso di equivoci) in un prato e mi chiedeva come e dove recuperare un metal detector perché “voi usate questa roba qua“. Non volli infamarlo più di tanto, la situazione era grave perché se la moglie, Michela (donna invero molto paziente, ma a tutto c’è un limite e io mi incazzerei per molto meno), se ne fosse accorta sarebbero stati “cazzi” (cit. mio cugino). Però gli spiegai, con garbo, che non ero esattamente la persona adatta cui chiedere per un metal detector. “Ah, perché, voi [archeologi] non l’usate?” NO. Gli spiegai perché non lo usiamo e ora lo spiego a chi ancora non lo sa, compresi gli autori di questo sussidiario, ai quali suggerisco di sostituire la figura del metal detector con l’antropologo, per esempio. O con chi fa prospezioni georadar, per ulteriore esempio.

A chi mi dirà “Vabbè, Marì, anche meno” rispondo anche un po’ piccata (e mia nipote può testimoniare, perché le ho fatto un vocale con preghiera di riferirlo in classe che lei mi ha detto sìssì, ma so che ovviamente non l’ha fatto). E mo’ vi spiego perché è grave, indegno e oltraggioso che su un sussidiario, che è il primo libro di apprendimento con cui i bambini, futuri adulti di domani avviano la propria formazione educativa, sociale e culturale, ci sia un’informazione di questo tipo. Non siamo davanti a un’informazione nozionistica sbagliata, chessò, la fondazione di Roma nel 754 invece che nel 753 a.C. oppure il primo imperatore di Roma Giulio Cesare invece che Ottaviano Augusto. Qui siamo davanti a un’informazione sbagliata in quanto veicola un messaggio sbagliato. Sbagliato presso i bambini e presso i genitori che li seguono nella formazione. E veniamo al perché è sbagliato.

In estrema sintesi: l’uso del metal detector NON fa parte degli strumenti dell’archeologo, perché il suo uso va contro la prassi della ricerca archeologica, una ricerca che guarda alla stratigrafia e ai contesti, e non al ritrovamento di monetine o peggio di oggetti in bronzo strappandoli al loro contesto di rinvenimento. L’archeologo in Italia NON usa il metal detector. E chi usa il metal detector per cercare reperti archeologici in metallo commette reato.

Piaciuta la sintesi? Ora vedo di argomentarla ancora un po’.

Già qualche anno fa ho avuto modo di dire la mia nei confronti di un servizio del TG2 Estate in cui si parlava, in termini certo non critici, ma come fenomeno di costume, dell’uso di andare col metal detector in spiaggia a scovare oggetti persi dai bagnanti distratti. E voi direte “sì ok, cercare sulle spiagge è legittimo, che c’entra con l’archeologia?” C’entra perché quello stesso servizio apriva con l’eloquentissima frase “Moderni Indiana Jones alla ricerca di tesori perduti“. Che altro bisogno abbiamo di prove (cit. evangelica)? Non sto a riassumere ora nel dettaglio quell’articolo, di cui comunque vi metto il link, perché qui vorrei andare oltre. Vorrei risalire alle origini di quel corto circuito secondo il quale il binomio archeologo – metal detector funziona.

E quindi torno alla conversazione, dal mio punto di vista assurda, con mio cugino, che ha suscitato la mia risposta, assurda dal punto di vista di mio cugino. Molto semplicemente e una volta per tutte: l’archeologo non usa il metal detector.

“Search for treasure in the countryside in the field”: questa è la dida di questa immagine di stock. Basterebbe solo questo per denunciare. Ma vabbè.

Il Metal Detector ha uno scopo, ben descritto già nel nome dello strumento: capta la presenza di metalli nell’immediato sottosuolo. Quindi sotto lo strato di humus o poco più sotto, dipende dal livello di precisione e di tecnologia dello strumento. Ora, finché il possessore di metal detector ci va in spiaggia per scovare braccialetti, orologi, monete da 2 € e sperare di diventare ricco, va bene, nel senso che la legge non vieta di cercare nella sabbia cose perse da altri e divenirne proprietari. La materia però si complica nel momento in cui il metal detector incappa in un oggetto archeologico. Qui sarebbe bene tirare in ballo le basi, perché un utilizzatore di metal detector potrebbe dire che non saprebbe come comportarsi in caso di rinvenimento. E che magari non sa neanche rendersi conto di aver trovato un reperto archeologico in metallo. Quindi come fare?

Allora partiamo dall’unica base possibile: cos’è oggetto archeologico, tutelato ai sensi del Codice dei Beni Culturali 42/2004. E mi perdonerete se mi affido alla sintesi che ho fatto a partire proprio dal Codice: https://generazionediarcheologi.com/2016/10/10/diritto-bbcc-definizione-beni-culturali/. Se preferite la viva voce del Codice, vi rimando al D.Lgs 42/2004 pubblicato da Bosetti-Gatti senza fronzoli e senza interpretazioni: la viva voce della norma. Cosa volere di più?

C’è poi un secondo step. Capito cosa si intende per oggetto archeologico, occorre capire entro quali termini si può rinvenire. Ed ecco che viene in nostro aiuto, sempre nel Codice 42/2004, il Capo VI – Ritrovamenti e scoperte.

Fin dall’articolo 88 – attività di ricerca – il Codice in maniera decisamente esplicita dichiara che le ricerche archeologiche sono in capo al Ministero. All’articolo 89 specifica che gli enti di ricerca che vogliono condurre progetti di scavo e di ricerca in Italia devono comunque chiedere al Ministero della cultura una concessione di scavo.

Ancora più interessante è, ai nostri fini, l’articolo 90 – Scoperte fortuite. Riporto il testo, perché sia chiaro a chi ancora pensa che fare un buco in terra per trovare pezzi di metallo da aggiungere alla propria collezione privata sia una cosa sensata:

1. Chi scopre fortuitamente cose immobili o mobili indicate nell’articolo 10 ne fa denuncia entro ventiquattro ore al soprintendente o al sindaco ovvero all’autorità di pubblica sicurezza e provvede alla conservazione temporanea di esse, lasciandole nelle condizioni e nel luogo in cui sono state rinvenute. Della scoperta fortuita sono informati, a cura del soprintendente, anche i carabinieri preposti alla tutela del patrimonio culturale.

Appare evidente che chi pure trova fortuitamente, col metal detector o meno, oggetti di interesse archeologico, li deve denunciare al Soprintendente, o al sindaco o alle Forze dell’Ordine. La legge italiana in tal senso è molto stringente, per fortuna, e tende a regolare tutte le possibili variabili, complice una certa esperienza negli anni nel campo del furto di opere d’arte antica e del lavoro dei tombaroli.

Va detto che sul tema l’ultima coda del ministero Franceschini aveva puntato molto sul tema delle restituzioni a seguito di furti illeciti di reperti archeologici dall’Italia verso mercati esteri, in particolare musei statunitensi. La storia alla base di quest’operazione è raccontata mirabilmente in “I predatori dell’arte perduta” di Fabio Isman e nei lavori di Tsao Cevoli e dell’Osservatorio Internazionale Antimafie che cerca di contrastare il traffico illecito di beni culturali, ambito che interessa molto i grandi esponenti dei clan mafiosi.

Tornando all’ultimo ministero Franceschini, fu istituito il Museo dell’Arte Salvata, allestito temporaneamente nella Sala Ottagona delle Terme di Diocleziano, poi chiusa e ora in attesa di nuova destinazione. Naturalmente le opere esposte in quel museo, così come i grandi scavi clandestini da cui quelle opere provengono, non sono state trovate col metal detector, ma a seguito di operazioni illecite che impiegano strumenti ben più invasivi.

Questa digressione è utile per comprendere la differenza tra scavi autorizzati, ovvero che avvengono in regime di concessione da parte del Ministero, e che devono seguire il metodo stratigrafico e produrre una documentazione precisa e puntuale (e no, il metal detector non è contemplato tra gli strumenti utilizzati); e scavi non autorizzati che vanno dall’azione premeditata e studiata di gruppi di scavatori clandestini che sono vere e proprie associazioni a delinquere ai possessori di metal detector che sperano di trovare la monetina romana di bronzo, magari leggibile da vendere su ebay, nel campo arato a due passi dalla città romana di turno.

In un altro post, più avanti, affronterò il tema dei cercatori di cimeli della I e della II Guerra Mondiale. Ma non è questo il giorno.

Uno sguardo Oltralpe

I nostri vicini francesi affrontano lo stesso problema nostro. Il fenomeno del “pillage”, cioè lo scavo clandestino, viene condannato quasi quotidianamente, segno che è pratica piuttosto diffusa. Addirittura a Marsiglia, al Musée d’Histoire de Marseille è stata dedicata una mostra, intitolata, significativamente, “Trésors coupables”, tesori colpevoli. Accanto alla mostra è stato organizzato un ciclo di incontri di sensibilizzazione, divulgazione, formazione sul tema del corretto approccio al patrimonio culturale. La mostra ora è conclusa – e nel frattempo il Muséé d’Histoire de Marseille ha dovuto fare i conti con i danni provocati dalle violente proteste di qualche mese fa.

Per concludere

Trovo gravissimo e indegno di un sussidiario delle scuole elementari – strumento di apprendimento che ha una responsabilità altissima nella formazione educativa e culturale dei bambini – che si faccia passare un’informazione totalmente erronea e fuorviante sul mestiere dell’archeologo: l’utilizzo del metal detector per trovare gli oggetti in metallo, con tanto di disegno esplicativo. Mi direte voi “capirai quant’è importante la paginetta sul mestiere dell’archeologo in tutta la formazione scolastica di un bambino “. Ma l’uso del metal detector NON fa parte degli strumenti dell’archeologo, perché il suo uso va contro la prassi della ricerca archeologica, una ricerca che guarda alla stratigrafia e ai contesti, e non al ritrovamento di monetine o peggio di oggetti in bronzo strappandoli al loro contesto di rinvenimento.
L’archeologo in Italia NON usa il metal detector. E chi usa il metal detector per cercare reperti archeologici in metallo commette reato.
Ho finito, Vostro Onore.

24 risposte a “Se il metal detector finisce su un sussidiario delle elementari”

  1. Pare lei abbia avuto i suoi 5 minuti di fama social. Tutto questo pistolotto per una illustrazione imprecisa… di questi dettagli, alle persone, può interessare quanto la scelta dei moschettoni in campo speleologico. Senza polemica.

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    1. Buonasera, grazie per il suo commento. Le faccio notare che la scelta dei moschettoni sarà di una noia mortale, tuttavia se però si sbaglia il modello, l’incidente è dietro l’angolo, e se acquistassi il modello che si apre a caso mentre sono in cordata probabilmente non avrei neanche il tempo di incazzarmi, finirei direttamente in rianimazione. Quindi forse meglio annoiarsi e informarsi prima. Ovvio che i due paragoni non stanno insieme, ma d’altra parte il paragone a suo dire noioso e inutile l’ha proposto lei.
      E comunque, io non ho avuto neanche trenta secondi di fama social, visto che nell’articolo il mio nome non compare, né i social a me legati. E in ogni caso, se avrà voglia di sfogliarsi tutto il blog sul quale è approdato per verificare che questo post è un pistolotto inutile, vedrà che io sto online dal 2008, da quando i social per come li conosciamo noi manco esistevano. Se poi guarda il mio portfolio (non aggiornato, mea culpa) vedrà che io non cerco la fama social, io coi social ci lavoro. E le due cose sono ben diverse.

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    2. L’indignazione di chi scrive è da me condivisa. Per un addetto ai lavori sembrano banali, ma il sussidiario non illustra in maniera corretta in cosa consiste il lavoro dell’archeologo. E’ specificato che non si può fare libera ricerca di tesori archeologici in genere. La parola chiave che ogni lettore che è in grado di leggere o essere interessato a questo articolo e “TOMBAROLO”

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  2. grazie Enrico, sfondi una porta aperta

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    1. Buonasera, ché l’educazione è d’obbligo. Rispondo a entrambi, a lei, Paolo, e a Enrico: ma se non ritenete l’argomento di interesse, perché siete approdati qui? solo per ribadire il concetto? Sticazzi per quanto mi riguarda: quando ho scritto il post pensavo di rivolgermi ai miei soliti 25 lettori, evidentemente però sono stati 26. In ogni caso, per il futuro vi prego di suggerirmi argomenti interessanti – a vostro modo di vedere – di cui poter parlare nei prossimi post.

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      1. buongiorno, come prima cosa mi scuso se il mio messaggio è sembrato non educato. Non era mia intenzione di essere non educato ma capisco benissimo che la percezione dell’educazione è una cosa soggettiva e quindi e capisco che lo possa aver trovato non educato e se cosi fosse, allora me ne scuso. Ci chiede come siamo finiti qui. È stata la conseguenza dell’articolo su Repubblica in cui è citato il gruppo Generazione di archeologi. Da lì ad approdare al gruppo il passo è breve. Quello che ho pensato è che per quanto importante questa questione sia per un archeologo, mi domando se meritasse un articolo su repubblica e dei commenti così lunghi come il suo e non magari una cosa più breve, la brevità spesso paga. Dico questo da ricercatore quindi capisco quanto ci sia di diverso tra la nostra percezione (di ricercatori) di cose relativamente importanti che però possono sembrare dettagli ai non ricercatori specialisti del campo. C’è anche da dire che se il metal detector non si usa in italia e in Francia come dice giustamente lei, però si usa in altri paesi e questo può essere interessante da sapere per chi legge. Ecco degli esempi https://repository.stcloudstate.edu/crm_etds/38/

        https://amda.modernheritage.net/

        https://repositori.udl.cat/items/5da4c4f5-41a5-45d2-9400-81fb946b53c7

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      2. buongiorno, come prima cosa mi scuso se il mio messaggio è sembrato non educato. Non era mia intenzione di essere non educato ma capisco benissimo che la percezione dell’educazione è una cosa soggettiva e quindi e capisco che lo possa forse aver trovato non educato per questo me ne scuso. Ci chiede come siamo finiti qui. È stata la conseguenza dell’articolo su Repubblica in cui è citato il gruppo Generazione di archeologi. Da lì ad approdare al gruppo il passo è breve. Quello che ho pensato è che per quanto importante questa questione sia per un archeologo, mi domando se meritasse un articolo su repubblica e dei commenti così lunghi e articolati come il suo e non magari una cosa più breve, la brevità spesso paga. Dico questo da ricercatore quindi capisco quanto ci sia di diverso tra la nostra percezione (di ricercatori) di cose relativamente importanti che però possono sembrare dettagli ai non ricercatori specialisti del campo. C’è anche da dire che se il metal detector non si usa in italia e in Francia come dice giustamente lei, però si usa in altri paesi e questo può essere interessante da sapere per chi legge. Ecco degli esempi :

        https://repository.stcloudstate.edu/crm_etds/38/

        https://amda.modernheritage.net/

        https://repositori.udl.cat/items/5da4c4f5-41a5-45d2-9400-81fb946b53c7

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      3. Buonasera Paolo, grazie del chiarimento. Questo è un blog molto settoriale e specifico in cui sul serio mi rivolgo ai miei 25 lettori. Non ho chiesto io di finire su Repubblica e non avrei mai pensato di suscitare un polverone. So che in ambito anglosassone viene utilizzato, so che viene utilizzato anche su alcuni – pochi -cantieri in Italia, in condizioni comunque concordate con la Soprintendenza, tuttavia non è lo strumento che si dovrebbe associare immediatamente, almeno in Italia, al mestiere dell’archeologo, proprio perché abbiamo, purtroppo, come in Francia, un grosso problema di scavi clandestini e di tombaroli della domenica che usano il metal detector. Quindi se e quando posso sensibilizzare sul tema lo faccio.

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      4. Grazie Maraina81 dei chiarimenti, ora mi è tutto molto più chiaro

        Paolo

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      5. per Luisa,

        grazie della risposta. Capisco quindi che il suo messaggio riguardo ai dettagli non era rivolto a me. Mi scusi se le ho dato del tu, mi è sfuggito, così come il Cara, non voleva assolutamente essere condiscendente. Sono sicuro che se ci si parlasse di persona ci si capirebbe meglio. Invece sui forum spesso si finisce per sentirsi offesi. Non so infatti neanche più cosa dire né come salutarla per aver paura di non usare la formula giusta.
        paolo

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  3. Alcuni colleghi dicono altro, almeno in parte. Riporto l’articolo solo per informazione, nessuna polemica https://www.archeologiaviva.it/2452/caccia-al-tesoro-si-puo-usare-il-metal-detector/

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    1. Grazie per la segnalazione

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  4. Grazie, collega. Il tuo articolo è molto utile e interessante per chi abbia voglia di capire e di approfondire, non di fare sterili e pretestuose polemiche. Sono tanti anni che lavoro in didattica e divulgazione e concordo con te sul fatto che sia fondamentale passare contenuti corretti nelle scuole (tanto più che spesso il corpo docente non ha gli strumenti adeguati per farlo e segue pedissequamente i libri di testo). Definire dettaglio un aspetto così importante del nostro lavoro e, di fatto, della TUTELA del nostro PATRIMONIO CULTURALE la dice lunga sulla pochezza e l’ignoranza di chi commenta. Continua così, grazie.

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    1. Cara Luisa

      Immagino che ti riferisci a me, dandomi dell’ignorante (pochezza e ignoranza). Mi sembra un po’ offensivo, ma soprattutto non sono sicuro di meritarmelo. Io ho scritto “Dico questo da ricercatore quindi capisco quanto ci sia di diverso tra la nostra percezione (di ricercatori) di cose relativamente importanti che però possono sembrare dettagli ai non ricercatori specialisti del campo. ”

      Ho detto “possono sembrare dettagli ai non ricercatori”. Quindi (1) non ho detto che sono dettagli ma ho detto che possono sembrare dettagli (2) non ho detto che per me sono dettagli, ma che possono “sembrare” dettagli a chi non è specialista.

      Paolo

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      1. Esimio,

        dal momento che non ci conosciamo e che, per fortuna, non siamo in un’arena social insanguinata e senza moderazione, le sarei infinitamente grata se volesse evitare di darmi del tu e di usare
        il suo condiscendente “cara” nei miei confronti. Mille grazie.

        Sono felice di comunicarle che quanto l’offende era riferito principalmente al primo commento che ha menzionato i “dettagli”, ovvero quello del sig. Enrico; il quale, nel tipico stile dell’arena
        di cui sopra, ha fatto il tipico commento sulla visibilità per poi passare a minimizzare e di fatto svilire il lavoro della dott.ssa. Ovviamente “senza polemica”.
        Sono ancora indecisa se classificarlo come flamer o come umarèll virtuale senza freni inibitori. Visto che nel secondo commento afferma di non “voler rompere le scatole a nessuno” ma poi,
        ancora una volta, nonostante dichiari apertamente la propria ignoranza, si permette, affidandosi al “buonsenso”, ulteriori e fantasiosi commenti sulle reazioni della dott.ssa, sulle metodologie
        da applicare in ambito archeologico e sulla didattica nelle scuole.
        Le competenze e le professionalità vanno rispettate, punto.

        Quanto invece al suo commento, a mio modesto parere ritengo che la domanda circa la validità o meno dell’articolo su La Repubblica non andasse posta alla dott.ssa. Allo stesso modo considero che il suo suggerimento sulla brevità dei commenti fosse decisamente superfluo, soprattutto perché la dott.ssa è un’esperta di comunicazione. Per quanto concerne infine la questione dei “dettagli”: credo che il suo commento sulle difficoltà di comunicazione della ricerca sia fuori tema (a parte il fatto che non mi sembra proprio che ci sia coincidenza, almeno per l’archeologia, tra ricerca accademica e lavoro funzionariale, poiché hanno modalità di comunicazione e fini altri). Qui è in ballo la questione annosa del pessimo livello dei libri di testo della scuola primaria, soprattutto per quanto riguarda la preistoria, l’archeologia e la storia. Libri di testo ufficialmente scritti da specialisti e non da profani, cui fa affidamento il corpo docente che li adotta e li usa.

        Cordiali saluti

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  5. Ah ma è la stessa tiktoker che fece quel video da pseudoinfluencer dove diceva sommariamente che l’uso del metal è vietato? Abbiamo capito 🤣
    Mi pare che non esista NESSUNA legge che supporta questo. Anzi una certa 707bis dice che l’uso è vietato SOLO NELLE AREE ARCHEO DELIMITATE…
    Però la influencer quì non ama il contraddittorio e blocca tutti quelli che provano a parlarci per spiegarle che non è esattamente come dice… bella la vita eh signò?

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    1. non uso tiktok. Detto questo, se la legge che cita lei vieta l’uso nelle aree archeologiche delimitate, mi spiega che ci fa su un libro di scuola tra gli strumenti dell’archeologo? Faccia il fenomeno da qualche altra parte, grazie.

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  6. Salve Marina e Paolo, confermo di non voler rompere le scatole a nessuno. Ho letto di questo fatto perché Repubblica ha pubblicato la notizia dandole a ragione o a torto rilevanza a livello nazionale. Quello che mi ha stupito è stato il tono allarmato, da lesa maestà, per il fatto che questo povero metal detector sia stato inserito (sbagliando) tra gli attrezzaggi degli archeologi. Da ignorante della materia e affidandomi al buonsenso, non vedrei male comunque la presenza di un rilevatore di metalli tra le attrezzature di una squadra, poiché, come appunto dite, la squadra sa cosa usare e come e immagino che non si metterebbe a scavare fuoriosamente solo perché il MD si mette a fare bip-bip. Immagino che un’area disseminata di reperti metallici possa essere meglio circorcritta spazzandola con un metal detector, che so, ai fini di una ulteriore mappatura dell’area. Mi ha fatto sorridere il fatto che addirittura lei abbia invitato la nopotina, via audio, a mettere in guardia la classe sullo strafalcione del libro. Insomma, mi paiono solo reazioni eccessive, ripetendomi, troppo allarmistiche. Reazioni del genere avrebbero avuto più senso a livello di scuole superiori, forse e sicuramente a livello universitario. Il paragone coi moschettoni da cordata penso non sia strampalato, perché, sempre a livello di scuole elementari, i bambini sarebbero affascinati dalle grandi altezze di una scalata o di una calata speleologica e non capirebbero il senso di un adulto che “impazzisce” perché nell’illustrazione vengono rappresentati moschettoni da portachiave piuttosto che moschettoni in acciaio super-resistente. Penso che sarebbe stato più diretto contattare la casa editrice del sussidiario e dirgli dell’errore, in modo da correggere la svista. Cordialmente.

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    1. Buonasera Enrico, lo scopo di questo mio post non era finire su Repubblica, tanto per cominciare. Capisco che ai suoi occhi, così come agli occhi di molti altri che non sono addentro alla questione, tutto ciò possa sembrare esagerato, ma da archeologa che in passato ha avuto a che fare con scavatori clandestini che entravano nottetempo nell’area archeologica e sbucazzavano qua e là facendo danni nella stratigrafia e sottraendo materiali che probabilmente sarebbero stati utili per lo studio di quel contesto, se trovati contestualmente a uno scavo condotto con metodo, io sinceramente se posso sensibilizzare anche mia nipote e chi per lei fin da subito lo faccio.

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  7. […] Se il metal detector finisce su un sussidiario delle elementari (Generazione di Archeologi, 12 dicembre). […]

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  8. Mah, ho l’impressione di essere approdato (per caso) in una congrega di invasate. Io ho alle spalle 45 anni di ricerca con il metal detector sugli arativi dove non esiste più il contesto. Ho raccolto migliaia di reperti preromani, romani e medievali, ed ho contribuito a far nascere e crescere un museo territoriale che vanta tantissimo.
    Non mi sento proprio il delinquente o il criminale che definite voi archeologhe proffesioniste parlando di chi fa ricerca con metodi alternativi in luoghi dove nessun archeologo va a cercare perchè non ci guadagna nulla e non può usare il cazzuolino e la stazione totale.
    Oggi sono io ad essere intollerante delle istituzioni che nel tempo hanno dimostrato di essere eticamente delle autentiche porcherie.
    È vero, ci sono un sacco di ragazzini che perdono tempo più per gli oggetti militari che per altro, ma ci sono anche altrettante persone oneste che usano uno strumento che non va demonizzato.
    Chi lo usa commette reato, solo se va in aree archeologiche vincolate.
    La detenzione dello strumento è indiscutibilmente lecita e libera.
    D’altra parte conosco anche archeologi evoluti che ne fanno uso perchè senza di esso spesso non trovano nulla e non possono giustificare spese di scavo esorbitanti senza presentare nulla di concreto.
    Il mio sito è http://www.antiqva.org date un’occhiata alle mie pubblicazioni e con l’andar del tempo, con l’esperienza e invechiando scoprirete che la peggiore feccia nel campo dell’archeologia si trova annidata nelle istituzioni e tra gli stessi archeologi (quei pochi che riescono a sopravvivere facendo solo questo mestiere) che si scannano tra di loro per un bricciolo di notorietà, per qualche pubblicazioncina e per qualche palanca arraffata.
    Non ho bisogno di risposte, conosco benissimo la gente come voi.
    Si, proprio generazione di archeologi; mi vien da ridere, avete bisogno di purgante voi. Edy

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    1. Edy il purgante lo prenda lei prima di venire a scrivere qui. Cordialità

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      1. sono solidale con mariana81.

        si tratta della professionalità che bisogna tutelare. L’archeologia mi pare di aver capito non è la ricerca di tesori, ma è l’indagine storica attraverso la ricerca delle testimonianze lasciate.

        Che vi fosse produzione di oggetti preziosi anche in tempi passati anche belli è l’aspetto meno importante anche se ritengo possa essere spettacolare.

        Comunque apprezzo chi queste cose le spiega o le vuole spiegare con anche maniacale precisione.

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