Tra le mostre di archeologia in Italia nel 2026 merita attenzione la mostrsa “Thyrrenòs e Sardò” al Museo archeologico G. Marongiu di Cabras. Lo stesso museo che espone i Giganti di Mont’e Prama: cosa c’entra? Lo scopriremo nel corso di questa recensione.
Finalmente una mostra racconta le relazioni tra principi etruschi ed élites nuragiche tra l’inizio del I millennio a.C. e il 535 a.C., anno in cui la Battaglia del Mare Sardo vinta da una coalizione etrusco-cartaginese contro i Greci di Focea segna l’inizio della penetrazione fenicia in Sardegna.
Dico finalmente, perché finalmente in un unico luogo si racconta ciò che solitamente nelle collezioni museali è accennato puntualmente solo da qualche reperto qua e là (di solito una navicella nuragica in un corredo funerario etrusco): e se queste presenze, prese una per una, sembrano avere carattere di eccezionalità, ecco che lette nel loro complesso raccontano in realtà una storia ben diversa, fatta di relazioni commerciali, politiche e culturali. Un legame, in realtà, che sembrerebbe ben stretto fin dai rispettivi nomi. Secondo Erodoto gli Etruschi sarebbero giunti in Etruria dalla Lidia, guidati dal loro eroe Thirrenòs, che avrebbe poi dato il nome ai Thyrrenoi e persino al mar Tirreno, Thyrrenikos per i Greci; anche nel Timeo di Platone si fa menzione di questa storia, e uno scolio al testo riporta un dettaglio: sposa di Thyrrenòs era Sardò dalla quale sarebbe derivato il nome della Sardegna, definita l“isola della vena d’argento” (argyrophleps nesos in greco). E che la Sardegna fosse ricca d’argento era cosa risaputa: già nel X secolo a.C. è attestata la presenza di argento sardo nelle terre dei Filistei (attuale Israele-Palestina).
Con questa premessa prende avvio una mostra che racconta dunque la lunga e duratura relazione tra la civiltà nuragica e quella etrusca, nel periodo tra l’età villanoviana e l’Orientalizzante (X-VII secolo a.C). Finalmente ci rendiamo conto di quanto il mare non separi, ma unisca.
La mostra ha carattere topografico: dapprima vediamo la presenza sarda nei corredi funerari etruschi, e poi la presenza etrusca nei corredi e contesti sardi.
Sardi in Etruria
Gli oggetti più emblematici degli scambi e dei rapporti tra Sardi ed Etruschi sono le navicelle nuragiche, modellini di imbarcazione in bronzo, con funzione pratica di lucerne, ma portatrici di svariati significati simbolici: dalla potenza marinara dei Sardi all’allusione al viaggio nell’Aldilà, a espressione di status sociale. Ben 5 navicelle nuragiche provengono da Vetulonia, (tre di esse dalla Tomba delle Tre Navicelle), il che ha fatto pensare a matrimoni tra principesse nuragiche e principi etruschi: matrimoni che suggellavano già all’epoca alleanze politiche e commerciali, legate forse anche allo sfruttamento delle risorse minerarie.

La navicella nuragica rinvenuta in Etruria forse più famosa è quella che faceva parte del corredo della cosiddetta Tomba del Duce di Vetulonia: una navicella caratterizzata da un’esuberante decorazione consistente in 23 figure animali (cervi, cinghiali, maiali, buoi, cani, aieti) funzionali alla rappresentazione della caccia e dell’agricoltura; inoltre si distingue, posto sulla prua, un modellino di nuraghe, nel quale si è voluto riconoscere una sorta di nocchiero, e che in ogni caso simboleggia il dominio sui mari, sulle terre coltivate e su quelle incolte, da parte dell’aristocrazia (se si può usare questo termine) sarda.

Il corredo della Tomba del Duce merita a sé ben più di una riflessione. Personalmente ho una certa confidenza con esso: per anni, quando lavoravo al Museo Archeologico Nazionale di Firenze come assistente alla vigilanza, ho avuto modo di trascorrere ore nelle sale dell’Ex-Topografico, dove era esposta la mostra dapprima provvisoria, poi divenuta permanente (adesso non più: è in corso un grande progetto di ricostituzione e riallestimento del buon vecchio Museo Topografico d’Etruria all’interno del MAF) dedicata ai corredi funerari delle élites aristocratiche etrusche. La Tomba del Duce già all’epoca aveva un posto di rilievo ed è con gioia che mi sono trovata davanti, ora nella mostra di Cabras, oggetti sui quali ho speso gli occhi nei miei lunghi turni di vigilanza.
In mostra, infatti, oltre alla navicella degli animali di cui sopra, è esposta buona parte del corredo, a partire dalla magnifica urna cineraria in lamina d’argento lavorata a sbalzo: un capolavoro dell’Orientalizzante, nel quale si susseguono, sulla cassa e sul coperchio, fregi con teorie di animali più o meno fantastici. Un restauro recente avrebbe individuato una singola figura umana a cavallo, che potrebbe identificare il principe defunto: il tema sarebbe dunque quello del viaggio del defunto verso l’Aldilà, durante il quale egli attraversa una terra lussureggiante, abitata da animali fantastici, talvolta mostruosi, che lo accompagnano verso la sua ultima dimora. Palesi gli influssi sia greci che orientali in quest’opera magnifica e finissima.

L’altro contesto importante è la Tomba dei Bronzetti Sardi dalla necropoli del Mandrione di Cavalupo, nel territorio dell’antica città di Vulci. Si tratta di una sepoltura femminile: in un’urna cineraria sono state rinvenute le ceneri di due individui di sesso femminile, una adulta, tra i 25 e i 35 anni e una infantile, tra gli 8 e i 10 anni, legati probabilmente da rapporti di parentela e a loro volta testimonianza di un rapporto stretto tra Sardegna e Etruria: non si può sapere se queste donne fossero di origine sarda, se fossero di rango aristocratico o sacerdotale, tuttavia il corredo accoglie diversi oggetti personali, anche in oro – cosa rara per l’epoca – e soprattutto tre bronzetti nuragici tra cui il famoso bronzetto di pugilatore alla cui iconografia si rifarebbero anche alcuni dei Giganti di Mont’e Prama.

Etruschi in Sardegna
Lo ammetto: la sezione sui Sardi in Etruria è più entusiasmante, forse anche perché, per mia esperienza pregressa, mi è più familiare. Tuttavia anche la seconda parte della mostra, dedicata alle testimonianze di presenza etrusca sulle coste della Sardegna, si rivela interessante forse proprio perché meno indagata e meno conosciuta.
Eppure la frequentazione della Sardegna da parte addirittura dei Villanoviani si colloca nel X secolo sull’isola di Tavolara – di fronte a Olbia – dove si nota una preponderanza di reperti villanoviani provenienti all’80% dall’Etruria meridionale e solo al 20% dall’Etruria settentrionale, fa ipotizzare che l’isola di Tavolara potesse essere un avamposto commerciale per la circolazione dalla Sardegna verso la Maremma, il Lazio Settentrionale, ma addirittura, superando l’Appennino Tosco-Emiliano, verso la Pianura Padana.
L’esposizione sceglie ora un criterio topografico, distinguendo la Sardegna in quadranti, sulla base delle sfere d’influenza economica e sociale che si vengono a delineare sull’isola: nel quadrante nord-orientale e orientale tirrenico, più vicino geograficamente alle coste dell’Etruria; nel quadrante meridionale, corrispondente al Golfo di Cagliari, dove doveva collocarsi un emporio aperto a scambi internazionali con Etruschi, Greci e Fenici; nel quadrante sud-occidentale, corrispondente al Sulcis-Iglesiente, dove i Fenici arrivano già nell’VIII secolo, fondando sull’isola di Sant’Antioco Sulky.
Il racconto si conclude con il celebre episodio della Battaglia del Mare Sardonio (535 a.C.), raccontata da Erodoto: uno scontro tra 60 navi etrusche e cartaginesi e 60 navi greche dei Greci di Focea, coloni di Alalia, in Corsica. La battaglia fu vinta dalla coalizione etrusco-cartaginese con la conseguenza che ai Greci fu precluso qualsiasi tentativo di espansione verso la Sardegna, mentre Etruschi e Cartaginesi si divisero le sfere d’influenza: gli Etruschi si tennero il Tirreno e la Corsica, la Sardegna ricadde nell’orbita cartaginese.
Confronti
L’ultima sezione della mostra ha un carattere comparativo. Il tema è quello del rapporto con la morte, che nella Sardegna nuragica e nell’Etruria delle élites principesche ha esiti abbastanza distanti, ma forse non troppo. Innanzitutto per entrambi, Etruschi e Sardi, il culto dei morti e la memoria degli antenati riveste un grande valore, da cui ne discende l’importanza data ai rituali funerari.
Protagoniste di questa sezione sono le due statue da Casale Marittimo, datate all’inizio del VII secolo a.C. e dal tumulo della Pietrera di Vetulonia, in pietra, datati alla fine del VII secolo a.C.: sono questi i più antichi esempi di scultura in pietra in ambito etrusco; per contro ecco i Giganti di Mont’e Prama, anch’essi considerati (forse) rappresentazioni di antenati eroizzati della comunità nuragica. Il sito funerario nel quale sono stati rinvenuti del resto sembrerebbe avvalorare questa interpretazione.

Altro elemento, che emerge dal confronto tra mondo etrusco e mondo nuragico al cospetto del rituale funebre è il rapporto tra agoni atletici e ritualità. In Etruria le tombe dipinte di Tarquinia e Chiusi raccontano di giochi funebri per onorare il o la defunta, come pugilato, lotta, corsa, corse dei carri, fino ad arrivare al Phersu. Nel mondo nuragico il caso dei Giganti di Mont’e Prama mostra figure di pugilatori (anche se l’interpretazione è discussa), arcieri e guerrieri, in ogni caso, forse, atleti impegnati in giochi sacri e rituali. Le iconografie dei Giganti richiamano, tra l’altro, quelle dei bronzetti nuragici che raffigurano di volta in volta guerrieri, arcieri, armigeri variamente armati. Esemplari in tal senso sono le statue di Giganti tipo Cavalupo, che richiamano cioè il bronzetto di pugilatore-sacerdote rinvenuto in una tomba villanoviana a incinerazione di Cavalupo (Vulci), databile alla seconda metà del IX secolo a.C.
Concludendo
Mi si perdonerà: queste conclusioni di fatto riprendono l’apertura di questo post: per la prima volta una mostra dà conto e ragione dei rapporti commerciali, sociali e culturali tra Etruschi e Nuragici; rapporti noti sicuramente tra gli addetti ai lavori, meno tra i meno avvezzi a frequentare Etruschi da una parte e Nuragici dall’altra.
Siamo abituati a considerare la Storia (e pure l’archeologia) per compartimenti stagni e l’idea che due culture distanti geograficamente abbiano non solo convissuto, ma stretto rapporti commerciali e culturali ci lascia sempre un po’ stupiti. Oggi viviamo in un mondo interconnesso e globalizzato. Non ci rendiamo conto, però, che già 3000 anni fa il Mediterraneo era un mercato globale. Lo racconta molto bene E. H. Cline nel suo “1177 a.C. Il collasso della civiltà” [di cui ho parlato qui] in cui racconta di un Mediterraneo (orientale nel suo caso) estremamente interconnesso: dobbiamo abbattere il pregiudizio secondo il quale siccome i popoli antichi non godevano di tecnologie all’avanguardia per costruire navi resistenti allora non navigavano; non solo navigavano, ma arrivavano in porto, tessevano relazioni commerciali e politiche e crescevano in ricchezza e prestigio sia a casa propria che presso i mercati che frequentavano. Il Mar Tirreno fin dal X secolo a.C. era estremamente trafficato.
Infine una considerazione. La mostra “Thyrrenòs e Sardò” vede tra i prestatori principali il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, in particolare con reperti fino a poco tempo fa esposti negli spazi del cd “ex-Topografico” adibito all’esposizione permanente dedicata ai Principi Etruschi. Ora quella sezione del museo è in riallestimento e ripensamento totale degli spazi e dei percorsi. Ma i contesti esposti sono oggettivamente notevoli e quindi esporli in questa mostra a Cabras, è il modo per continuare a farli girare, invece che chiuderli in cassa fino alla riapertura del museo.
Nonostante tutto e tutti amo quel museo: è stato il luogo che mi ha formato non come archeologa, ma come osservatrice del pubblico e degli allestimenti. E’ stato il luogo in cui ho cominciato a sperimentare nuove (per l’epoca) forme di comunicazione museale come il blog e la pagina facebook. E’ stato il luogo in cui ho mosso i miei primi passi nel Ministero (di volta in volta per i beni e le attività culturali, poi con l’aggiunta del turismo, poi senza, poi definitivamente Cultura). Un luogo della mia vita e della mia formazione professionale, cui guardo sempre con gradee interesse soprattutto ora che, da istituto autonomo del Ministero della Cultura, può davvero ambire a fare grandi cose.







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