Il Piatto Blu e le altre “Magiche trasparenze” dell’antica Albingaunum

Albenga. Oggi è una città del Ponente Ligure che ha mantenuto in maniera pressoché inalterata il proprio centro storico di età medievale: straordinaria la cattedrale romanica, ancor di più forse il Battistero monumentale paleocristiano che le sorge accanto; iconiche le sue torri in mattoni rossi.

Eppure, prima di essere un centro medievale importante, allo sbocco di una valle che costituisce l’unica pianura dell’intera Liguria, terminale di una via di collegamento interna che ne discende dal Piemonte, Albenga, con il nome di Albingaunum fu un municipium romano lungo la via Iulia Augusta, la via litoranea che da Luni attraversava la Regio IX Liguria fino ad arrivare in Alpis Summa, dove si ergeva il Tropaeum Alpium, il Trofeo di Augusto (oggi La Turbie, Costa Azzurra, alle spalle di Monaco).

Del passato romano di Albenga vi sono sia in città che nel territorio diverse testimonianze. A partire dal Battistero Monumentale, che denota una certa vitalità della città in età tardoantica e poi altomedievale, al complesso termale, poi paleocristiano di San Clemente, oggi nell’alveo del Centa, alle aree di necropoli tra cui San Calocero.

Carta archeologica di Albenga con indicazione della linea di costa antica, il perimetro della città medievale e le emergenze archeologiche di età romana

Il nome di Albingaunum deriva da Albium Ingaunum. Gli Ingauni erano la tribù ligure preromana che viveva nel territorio compreso tra Finale Ligure e Sanremo, organizzati in oppida posti in altura, ma sufficientemente vicini alla costa per poter controllare il mare. L’assoggettazione dei Liguri Ingauni da parte di Roma avvenne nel 180 a.C. e si colloca nel corso del II secolo a.C. la fondazione di Albingaunum come castrum; esso divenne municipium nell’83 a.C. e finalmente ben collegato lungo la costa a partire dal 13 a.C. con il passaggio della via Iulia Augusta già citata. Da questo momento Albingaunum gode di una certa floridezza economica, ben evidente oltre che nei monumenti, per quanto è dato di conoscerli (la città antica si stende in parte sotto quella medievale e moderna) soprattutto nei corredi delle tombe di I e II secolo d.C. che mostrano materiali molto variegati e di un certo pregio.

Ancora verso la fine del III secolo, all’apice di quella famosa “crisi” cui avrebbe messo fine Diocleziano, il latifondista Proculo tra il 279 e il 281 d.C., nel vano tentativo di usurpare il potere all’imperatore Probo, armò un esercito costituito da suoi schiavi che lavoravano nelle sue terre proprio nella piana di Albenga.

Le scorrerie dei Goti all’inizio del V secolo non risparmiarono Albingaunum, che fu messa a dura prova, ma la città fu ricostruita grazie all’impegno di Flavio Costanzo, il futuro imperatore Costanzo III, come ricordato in un’iscrizione oggi murata nell’atrio del Palazzo Vescovile di Albenga.

Albenga, Palazzo Vescovile, l’iscrizione che celebra la ricostruzione della città all’inizio del V secolo da parte di Flavio Costanzo, che diventerà poi l’imperatore Costanzo III.

Fin dal IV secolo Albenga è sede di un’importante diocesi. Al V-VI secolo risale la costruzione del grande battistero monumentale a pianta decagonale, ma sovrastato da un tamburo ottagonale e dotato di vasca battesimale marmorea ottagonale. La copertura originale era a volta, alleggerita dall’inserimento nella muratura di anfore tarde di produzione africana. Purtroppo la miopia di Alfredo D’Andrade, che a inizio Novecento condusse il restauro del monumento, comportò la distruzione della la cupola, ritenuta un’interpolazione recente. Ma fu subito evidente l’errore, quando emersero le anfore che oggi sono in parte allestite all’interno dello stesso battistero, in parte al vicino Museo Diocesano.

Albingaunum è l’ultima città della costa ad essere citata nel De Reditu Suo di Rutilio Namaziano, che racconta il viaggio per mare da Portus, il porto di Roma, verso Tolosa, dove egli aveva i suoi possedimenti. Dopo Albenga non si conservano infatti più pagine del manoscritto, prezioso documento sia geografico che storico e sociale di un’Italia tirrenica già allo sbando dopo il sacco dei Goti a Roma del 410 d.C.

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, Albenga con la sua diocesi entra nella sfera d’influenza bizantina fino alla conquista longobarda alla fine del VII secolo. Al VI secolo, dunque ad età bizantina, risale un esagio in vetro, cioè un peso utilizzato per la ponderazione delle monete auree, emesso durante il regno dell’imperatore bizantino Giustino, di cui riporta il ritratto insieme al nome dell’eparco Theodoto, prefetto di Costantinopoli e magistrato monetale tra il 522 e il 523 d.C.

Esagio – peso ponderale – di Theodoto di Costantinopoli sotto il regno dell’imperatore di Bisanzio Giustino

Questo, in sostanza, il contesto storico in cui nasce e si sviluppa Albingaunum. Una città che appunto vede il suo massimo splendore nei primi secoli dell’età imperiale. Come dicevo sopra, più che i monumenti, noti solo molto parzialmente perché Albenga è cresciuta su se stessa nel corso deil tempo, sono i corredi funerari provenienti dallo scavo delle necropoli a restituire i dati più interessanti sullo stato di prosperità della città.

L’oggetto più rappresentativo di questa prosperità è il Piatto Blu, un oggetto straordinario, sia perché rinvenuto integralmente, sia perché rivela una qualità artistica decisamente non comune.

Rinvenuto in una tomba di un recinto funerario della Necropoli settentrionale di Albenga, che si collocava lungo il tracciato della via Iulia Augusta prima del suo ingresso in città (oggi Viale Pontelungo), faceva parte di un corredo per il resto non particolarmente memorabile: una lucerna in ceramica bollata APRIO, di produzione dell’area padana e datata all’inizio del II secolo d.C. e tre bottiglie in vetro incolore e a labbro a imbuto, la cui tipologia è diffusa tra il I e il IV secolo d.C. in medio Oriente, mentre raramente è attestata in Italia. Altri unguentari e balsamari in vetro sono andati fusi durante la pira funebre.

Lo scarno corredo della sepoltura che ha restituito il Piatto Blu

La tomba infatti consisteva in una grande fossa scavata nel terreno, del tipo “a cremazione diretta” o bustum, in cui il luogo della cremazione e della sepoltura coincidevano. Al centro della fossa, una fossetta rettangolare più piccola era la tomba vera e propria: la fossa più grande, che presentava le pareti rubefatte dal fuoco, doveva aver ospitato la pira funebre, i cui resti erano poi stati raccolti nella fossa minore. I frammenti combusti delle ossa hanno stabilito che la sepoltura fosse di un individuo adulto, del quale non conosciamo il nome né alcun altro dato, poiché non si è conservata iscrizione funeraria né altro tipo di segnacolo. Ma l’analisi dei carboni rinvenuti ha potuto confermare la datazione all’inizio del II secolo già suggerita dalla lucerna.

Il Piatto Blu di Albenga

Datato tra la fine del I secolo d.C. e gli inizi del II secolo (il momento della sua deposizione), il grande piatto è stato realizzato in vetro blu cobalto mediante la tecnica della colatura a stampo; molato e levigato al tornio su entrambe le facce, il piatto è decorato sulla superficie inferiore con intagli alla ruota e al tornio, completati da incisioni eseguite con una punta a mano libera.

Intorno all’orlo corre un fregio formato da una corona di perline e una fascia di ovoli. Ma è la decorazione al centro del piatto ad essere particolarmente interessante e a rivelare la qualità artistica dell’oggetto: vi sono raffigurati due putti bacchici danzanti; quello a sinistra, alato, tiene una siringa a 6 canne (comunemente noto come flauto di Pan) con una mano mentre con l’altra impugna il pedum, il bastone ricurvo da pastore; quello a destra, senza ali, tiene nella sinistra un otre di pelle caricato sulle spalle, mentre nella destra tiene il tirso, sul quale è annodata una benda.

Il tema dei putti bacchici è ampiamente documentato sia in ambito funerario che al di fuori dal II secolo d.C. in avanti, lungo un arco temporale molto molto ampio. Per la forma, il il piatto sembra derivare da prototipi metallici, come i grandi piatti da portata in argento (lances) di media età imperiale, decorati solitamente a sbalzo o a cesello. E in effetti, la decorazione del bordo, a perline e ovoli, richiama certe decorazioni di piatti in argento che nobilitavano mense particolarmente lussuose. L’impiego del vetro al posto dell’argento, in questo caso, non deve però far pensare a un’imitazione low cost di un oggetto di lusso, quanto all’opposto: perché il vetro aggiungeva la qualità della trasparenza alla brillantezza e levigatezza del metallo prezioso. Ma non solo: questo piatto presenta confronti stringenti con un gruppo di vetri incisi rinvenuti a Begram, in Afghanistan, in un palazzo reale della dinastia Kushana, che tra il II e il III secolo d.C: controllavano i valichi del Pamir lungo la via della Seta, la cui origine, però, dovrebbe collocarsi ad Alessandria d’Egitto: in ogni caso si tratta di un oggetto riservato a un mercato esclusivo di beni di lusso. Se prendiamo in considerazione anche l’origine mediorientale delle tre bottiglie rinvenute nel corredo, forse possiamo pensare a un personaggio che avesse a che fare proprio con i commerci lungo la via della Seta.

Il retro del piatto blu. Mi scuso per il riflesso con l’indicazione dell’uscita di sicurezza.

Le “Magiche trasparenze” di Albingaunum

Per valorizzare al meglio un tale oggetto, ad Albenga è stata allestita nei locali del primo piano di Palazzo Oddo, nel centro storico, un’esposizione permanente dal titolo “Magiche trasparenze”: la prima vera occasione per esporre ad Albenga i cospicui rinvenimenti provenienti dallo scavo delle sue necropoli (oltre a quella settentrionale, già citata, c’è quella meridionale, dalla quale provengono la maggior parte degli oggetti esposti), con un particolare focus sui numerosissimi reperti in vetro: balsamari di varia tipologia, bottiglie, portaprofumi (delizioso un portaprofumi dotato di piccolo imbuto) e poi ancora un’olla e bicchieri, del tutto simili ai pocula in ceramica a pareti sottili (che del vetro richiama infatti la sottigliezza delle pareti).

Non solo vetri, però, perché le sepolture di Albenga restituiscono anche altri oggetti che richiamano il mondo femminile, come spilloni in osso tra cui uno particolarmente elaborato, conformato a busto femminile sorretto da una mano, datato alla seconda metà del I secolo d.C., o un braccialetto in lignite; e tra i gioielli si segnalano una coppia di orecchini in oro, un castone di anello a intaglio, con la raffigurazione di Venere Anadiomene (che esce dalla spuma del mare strizzandosi le chiome).

L’allestimento è piuttosto didascalico, nel senso positivo del termine, studiato apposta per avvicinare pian piano il visitatore al vetro di età romana, partendo dalla produzione, dai suoi utilizzi, dalla destinazione d’uso degli oggetti. Ma se il vetro è il protagonista dell’esposizione, che culmina nella piccola sala buia in cui campeggia il grande piatto blu, il leit motiv dell’intera narrazione è il mondo funerario, nonché il fatto che attraverso i corredi dei defunti, noi possiamo conoscere qualcosa sulla loro vita da vivi, nell’Albingaunum di I-II secolo d.C.

Info: Albenga, Palazzo Oddo, Magiche trasparenze – i vetri dell’antica Albingaunum. Esposizione permanente con i seguenti orari:

  • invernale: da martedì a domenica 10.30-12.30/15.30-18.30;
  • estivo: tutti i giorni 10.30-12.30/16.30-19.30 

Prezzo del biglietto: intero 6 €, ridotto 4 €

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