le donne e l'archeologia in liguria tra '800 e '900

Recensione a “Le donne e l’archeologia in Liguria tra ‘800 e ‘900”

Un agile volumetto racconta le donne dell’archeologia in Liguria. Una selezione di profili non sempre noti, anzi ben poco conosciuti, a dimostrazione di quanto sia necessario parlare di queste donne e del loro operato, accanto e spesso all’ombra dei colleghi maschi.

Nella terra che ha prodotto Nino Lamboglia e Luigi Bernabò Brea, parlare di donne che negli stessi anni facevano ricerca vuol dire dare voce anche a quelle figure rimaste marginali nella narrazione prevalente dell’archeologia ligure, pur rivelandosi fondamentali per la formazione di quella generazione di archeologi – e archeologhe, ovviamente – che oggi è impegnata nel campo della ricerca archeologica, della tutela, della divulgazione.

Nel capitolo introduttivo Piera Melli traccia una storia dell’archeologia al femminile in Liguria, prendendola da ben lontano, e arrivando a fornire, con rapide pennellate, le coordinate in cui queste prime appassionate, poi studiose di antichità e di archeologia si mossero: un mondo fatto di uomini, dove fino all’inizio del Novecento si discute sull’opportunità di aprire alle donne l’accesso all’istruzione prima e all’Università poi; in rapida carrellata introduce poi le protagoniste di questa raccolta di saggi biografici: Sybille Mertens Schaafhausen e Cora kennedy Sada, collezioniste di antichità; Grace M. Crowfoot, la prima donna a condurre scavi archeologici in Liguria, Luisa Banti – forse la più nota anche e soprattutto fuori dalla Liguria tra tutte le figure presenti nel volume -, Olga Elia, Virginia Chiappella, Emilia Leale Anfossi e Elena Lidia Laguzzi.

Vale la pena di apprezzare che in questo volume tutto al femminile compaiono due autori, Andrea De Pascale e Guido Rossi, che costituiscono l’eccezione che conferma una regola non scritta: sono le donne, solitamente, ad interessarsi alle altre donne.

Tornando alle donne protagoniste del volume, non si tratta, se non in pochi casi, di donne liguri, ma di donne che ad un certo punto della loro vita hanno intrecciato la loro vita con la Liguria, terra che, dal punto di vista archeologico, si è sempre rivelata marginale rispetto ad altre aree d’Italia, quali Roma o Pompei.

Sybille Mertens [Anna Maria Pastorino], la prima delle donne affrontate nel volume, è considerata la prima donna archeologa in Germania, collezionista, attivista per la salvaguardia del patrimonio culturale. Vive tra il 1797 e il 1857 e il suo interesse per le antichità inizia in un anno preciso, il 1819, quando il padre le regala un gruzzolo di monete antiche, il primo nucleo della sua collezione. Intrattiene rapporti di studio ed epistolari con Goethe e Mommsen, non esattamente gli ultimi studiosi del suo tempo. Poi, per questioni di salute, è costretta a lasciare la Germania e a trasferirsi temporaneamente in Riviera, a Genova, città di cui si innamora. Entra così a far parte del salotto culturale della Villetta del Marchese Gian Carlo Di Negro. Proprio presso la Villetta Di Negro ebbe modo di studiare un frammento di fregio con Amazzoni proveniente da Luni e che lei interpretò come otiginale greco posteriore a Fidia; cercò invano di suscitare l’interesse dell’Accademia di Berlino fino a quando la lastra non fu attribuita al Mausoleo di Alicarnasso: allora l’archeologo Emil Braun che la pubblicò attribuì alla Mertens il merito della scoperta, cosa decisamente non comune. La Mertens torna a Genova e in Liguria diverse volte nel corso della sua vita: senza riassumere tutta la biografia (per la quale rimando alla lettura del volume) basti ricordare che dovette visitare in una delle sue gite nell’entroterra, le rovine dell’antica Libarna (Serravalle Scrivia) per la quale richiese, senza ottenere, un permesso di scavo; ma era il 1845, decisamente i tempi non erano maturi perché una donna, per quanto di illustre e nobile famiglia e straniera, potesse condurre scavi archeologici. Per vicende varie la sua collezione di antichità e glittica è andata completamente dispersa dopo la sua morte, ma non così è stato per il suo ricordo a Genova, dove le è stata intitolata una via, in cui è ricordata come archeologa, in ricordo dell’impegno che ella profuse nell’aiutare i più poveri durante l’epidemia di colera del 1835 e nel preservare il patrimonio culturale genovese.

Il rilievo con scena di Amazzonomachia di Villetta di Negro

Cora Kennedy Sada [Daniela Gandolfi], americana nativa di Boston, è stata, nonostante la sua breve vita (1843-1889) una figura rilevante nell’ambito del collezionismo archeologico ligure e piemontese. Trasferitasi a Sanremo dopo la morte del primo marito per accompagnare la madre che aveva salute cagionevole, sposò qui il Cav. Luigi Sada che era stato diplomatico e Console Generale d’Italia a Santiago del Cile. Si impegnò in opere benefiche e caritatevoli e sviluppò un interesse antiquario nei confronti dei rinvenimenti di quegli anni della città romana di Albintimilium (Ventimiglia) che aveva cominciato a venire in luce nel 1876 con gli scavi guidati da Girolamo Rossi a seguito della realizzazione della linea ferroviaria Genova-Nizza. In quegli anni, se il Rossi riuscì a recuperare molte opere e reperti che avrebbero costituito il nucleo dell’attuale Museo Archeologico Rossi di Ventimiglia, molti altri reperti finirono in collezioni private e andarono ad alimentare un mercato clandestino di antichità che nel tempo sono stati dispersi all’estero quando non del tutto perduti. La collezione della Kennedy Sada si fece cospicua in brevissimo tempo: già nel 1885 (lei era a Sanremo dal 1882) potè realizzare una mostra appositamente allestita nei locali dell’Hotel Londra di Sanremo. La Kennedy Sada acquistava direttamente dalla proprietaria del terreno su cui insistevano gli scavi del teatro romano che stava emergendo, Paolina Biamonti. Parte della collezione, che abbondava di ori, bronzi, vetri, marmi e terracotte, fu descritta da Girolamo Rossi e costituisce ad oggi preziosa testimonianza di una raccolta andata pressoché totalmente dispersa, con l’eccezione di un’iscrizione opistografa donata dal figlio della Kennedy Sada al museo di Harvard e di 9 lapidi, di cui una falsa e solo un’altra proveniente effettivamente da Albintimilium, che fanno oggi parte della collezione del Museo civico di Tortona. La vicenda collezionistica di Cora Kennedy Sada si inserisce dunque nel solco del fenomeno che vide, accanto alla scoperta di Albintimilium e del fiorire di un mercato antiquario locale, anche l’arrivo di molti materiali provenienti da Roma, immessi sul mercato per essere acquistati da collezionisti come se fossero locali: una sorta di truffa che per molti anni ha confuso le acque, ma che costituisce in realtà un interessante aspetto della storia degli scavi e degli studi su Albintimilium e in generale sulle ricerche archeologiche di fine Ottocento, quando, in assenza di una legislazione efficace in materia di antichità, non c’erano regole.

La prima sala del Museo Archeologico Rossi è proprio dedicata al fenomeno del traffico di antichità giunte ad Albintimilium addirittura da Roma per alimentare il mercato locale

Grace Mary Hood Crowfoot (1877-1957) [Daniela Gandolfi] si può a buon diritto definire la prima archeologa a compiere ricerche archeologiche nel Ponente Ligure e per questo si merita un posto di rilievo tra le biografie eccellenti di questo volume. Dal 1897, alla morte del padre, si trasferì a Sanremo con la madre, afflitta da problemi di salute; qui, complici gli studi naturalistici e di antiquaria che aveva compiuto in gioventù (tra cui a Parigi) e le frequentazioni che aveva avuto (tra i quali figura l’egittologo Flinders Petrie), potè partecipare ad alcune escursioni naturalistiche nelle Alpi Liguri nell’entroterra di Sanremo e della Valle Argentina. Si imbatte così nella Tana Bertrand e nella sua grotticella sepolcrale, sul fianco del monte Faudo: un deposito databile all’Eneolitico, 2800-1800 a.C., con il rinvenimento di ossa umane riferibili ad almeno 12 individui, punte di freccia in selce, strumenti in pietra e osso, 300 perline in steatite ad alette. I materiali furono inizialmente custoditi presso il Museo Bicknell di Bordighera, all’epoca l’unica realtà museale presente sul territorio, grazie all’impegno del suo fondatore Clarence Bicknell, con cui strinse una solida amicizia e corrispondenza. Oggi i materiali, in particolare la collana di perle in steatite, sono esposti presso il Museo civico di Sanremo. L’attività archeologica in Liguria è solo il primo passo per la nostra archeologa inglese. Nel 1909 sposa l’archeologo inglese John Winter Crowfoot, del quale assume il cognome, e con lui si dedica a richerche archeologiche in Egitto e Palestina, tra cui a Samaria-Sebaste, dove si sviluppa in lei l’interesse per la cultura materiale; questo però non le impedisce di continuare a occuparsi del suo primo “amore”: la Tana Bertrand, cui dedica finalmente una pubblicazione nel 1926 sulla rivista MAN: Note on excavations in a Ligurian Cave – 1907-1909.

La collana in perle di steatite pubblicata sulla rivista MAN, 1926 (Biblioteca Bicknell, I H Misc G 7)

Luisa Banti (1894-1978) [Antonella Traverso] è probabilmente il nome più noto in questa carrellata di biografie femminili. Fiorentina di nascita, si laureò con una tesi sulla topografia di Luni, mentre conseguì la specializzazione con Giorgio Pasquali con uno studio sul culto dei morti nella Roma arcaica. Dalla Lunigiana, per la quale redasse i fogli della Carta archeologica d’Italia relativi a Massa Carrara e La Spezia, spostò i suoi interessi verso l’Etruscologia, con la fondazione della rivista Studi Etruschi di cui ella curava le recensioni bibliografiche. Si spostò poi a Roma, dove collaborò tra gli altri con l’Enciclopedia Italiana e quindi a Creta, dove partecipò agli scavi condotti da Federico Halbherr ad Hagia Triada. Ricopre la cattedra di Archeologia all’Università di Pavia e poi quella di Etruscologia e archeologia italica a Firenze. Una carriera lunga e prestigiosa, partita proprio dallo studio di Luni e della Lunigiana.

Olga Elia (1902-1977) [Lucia Gervasini] è stata anch’essa legata a Luni: è stata studiosa, docente, archeologa, funzionaria di Soprintendenza e infine soprintendente Archeologo alla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria dal 1961. Pare che quest’incarico le sia stato dato dopo la revoca di Direttore degli Scavi di Pompei, avvenuto in circostanze poco chiare: la Elia infatti, ben prima di legare il suo nome alla Liguria, aveva lungamente lavorato in Campania e in area pompeiana. Giunta in Liguria, per prima cosa si impegnò a dotare Luni di un edificio museale, di cui curò l’allestimento e per il quale richiese anche il rientro dai musei di Torino e di Firenze di materiali spostati nelle collezioni Sabaude e nella collezione Remedi nel corso dell’Ottocento. Oggi quell’edificio museale, da lei tanto voluto e molto criticato nel corso del tempo, perché insistente sul Capitolium di Luni e su una stratificazione archeologica importante nel centro della città romana, non esiste più, tuttavia è importante ricordarne la presenza e l’importanza per la storia degli scavi. Scorrendo la sua biografia, così come redatta nel volume, emerge la figura di una solida funzionaria dello Stato, con uno spiccato senso del dovere e un interesse precipuo alla tutela, ma anche alla valorizzazione del patrimonio che era stata chiamata a custodire e a conservare.

Virginia Chiappella (1905-1988) [Andrea De Pascale], amica d’infanzia di Luigi Bernabò Brea, inizia la sua carriera da archeologa nel contesto dello scavo delle Arene Candide nel 1941. Proprio alle Arene Candide ella scoprì insieme a Luigi Cardini la sepoltura del Giovane Principe. Abile fotografa, si deve a lei la documentazione fotografica della sepoltura e in generale dello scavo: maternità che rivendica con decisione, quando richiede che le fotografie confluite nel volume di Antonio M. Radmilli sulla Preistoria Italiana le siano giustamente attribuite. Si ritrova ad operare negli anni difficili della II Guerra Mondiale, quando si sposta più volte ai Balzi Rossi di Ventimiglia per mettere in sicurezza i reperti, munita di apposito lasciapassare (non basterà: nel 1944 un bombardamento distrugge la sepoltura dei Tre Fanciulli allestita in situ nella grotta della Barma Grande). Come direttrice del Museo di Archeologia Ligure di Genova Pegli, si impegna al trasferimento dei reperti, per metterli in sicurezza nella Badia di Tiglieto, proteggendo ciò che non poteva essere trasportato in un locale interrato e murato, seguendo in questo le misure di protezione antiaerea diramate del Ministero dell’Istruzione Nazionale già nel 1939 e messe in atto a partire dall’indomani dell’entrata in guerra dell’Italia. Nonostante abbia legato il suo nome allo scavo nelle grotte di Finale e Toirano, è meno ricordata dei suoi colleghi uomini e questo perché a fronte delle numerose carte d’archivio che ha lasciato, al contrario ha pubblicato ben poco di suo, mentre si spese per la pubblicazione scientifica degli scavi delle Arene Candide di Bernabò Brea. Ma proprio a questo servono biografie come questa, per restituire valore e il giusto riconoscimento a figure meno note, ma non meno importanti dell’archeologia ligure.

Una fotografia di documentazione scattata da Virginia Chiappella durante gli scavi delle Arene Candide nel 1941 (dal sito web Preistoria in Italia – foto Archivio Soprintendenza ABAP IM-SV)

Emilia Leale Anfossi (1910-2003) [Andrea De Pascale] si avvicina all’archeologia preistorica a seguito di una vicenda personale particolare: rapita dai partigiani durante la II Guerra Mondiale, soggiorna ad Alto e visita le grotte del Pennavaira, del Pertusello e Arma Crosa. Quando il conflitto finisce, comincia a dedicarsi all’attività di ricerca nelle grotte della Val Pennavaira. Non ha una formazione specifica, è più un’autodidatta, tuttavia è lei a guidare sul campo le indagini archeologiche all’Arma dello Stefanin di cui risulta ufficialmente direttore Luigi Cardini. Compì numerose indagini in tutta la Val Pennavaira individuando diverse grotte e si preoccupò sempre di compiere una descrizione molto dettagliata dei materiali, tessendo una rete con altri studiosi cui chiedeva consiglio, tra i quali Bernabò Brea il quale in più di un’occasione si complimentò con lei per il lavoro svolto. Importante il suo lavoro sull’Arma di Nasino, grotta nella quale per prima in Liguria rinvenne vasi campaniformi e per la quale fornì una sequenza cronologica con datazioni assolute avvalendosi delle datazioni al C14 di carboni che le consentirono di pubblicare la prima sequanza stratigrafica della Liguria in ambito preistorico datata con questo metodo e – grazie a una pubblicazione scientifica in inglese del 1968 – a proiettare l’Arma di Nasino (CN) nel panorama internazionale. Negli anni ’70 e ’80 la Anfossi viene gradualmente messa da parte ed esautorata dal compiere ricerche archeologiche proprio perché non aveva mai conseguito alcun titolo specifico, né alcun incarico ufficiale. Se infatti negli anni ’50 e ’60 la partecipazione a indagini archeologiche da parte di dilettanti e appassionati era favorita da personaggi quali Nino Lamboglia e tollerato dalla Soprintendenza, nel corso del tempo fu sempre più osteggiato. Tuttavia, nonostante non abbia mai conseguito un titolo di studio, si può considerare a tutti gli effetti un’archeologa, per l’importante apporto scientifico che ha dato nel corso delle sue ricerche e per questo motivo rientra a pieno titolo tra le donne di questo volume.

Elena Lidia Laguzzi (1919-1983) [Eugenia Isetti, Guido Rossi] è l’ultima biografia di archeologa trattata in questa galleria di donne. Formatasi nel II Dopoguerra, scava ad Albenga, nella Grotta dei Pipistrelli di Finale, studia i reperti archeologici del Riparo Mochi ai Balzi Rossi, e fuori dalla Liguria lavora a San Felice Circeo e a Pofi (FR), e all’estero a Suhare nei Bassi Pirenei e in Dordogna. Dal 1967 al 1973 ricopre il ruolo di docente di paletnologia all’Università di Genova; è responsabile del Museo Etnografico del Castello d’Albertis; importantissimo il suo lavoro di schedatrice presso il Museo di Archeologia ligure di Pegli, di cui per qualche anno ricopre il ruolo di Direttrice Responsabile, e di catalogazione. Proprio la catalogazione inventariale e la cura dei depositi e delle collezioni sono state le attività cardine del suo operato, alla base di una buona gestione e conservazione delle collezioni museali.

Emergono da questa disamina ritratti di donne che seppero impegnarsi in un mondo che, fino agli anni ’60 del Novecento, è stato sempre appannaggio maschile per quanto riguarda i ruoli di gestione e di potere (se di potere si può parlare, a proposito dell’ambito archeologico). Donne che non sempre però sono riuscite a emergere, ed è a maggior ragione importante che questo volume sia stato pubblicato. Per quanto in poche pagine per saggio non si possa dare del tutto conto della vastità degli interessi dell’una o dell’altra studiosa, collezionista o archeologa raccontata qui, è già un grande passo riunirne insieme le biografie, anche per rendere conto della varietà di esperienze, di interessi, di opportunità che ciascuna di esse seppe sfruttare a vantaggio proprio e della propria aspirazione alla ricerca e alla conoscenza.

Un grande punto a favore – ulteriore – di questo volume è il ricco apparato bibliografico che in quasi tutti i casi accompagna le biografie. Auspico che un lavoro di questo tipo possa essere fatto per altre donne per altre regioni d’Italia. Sono tante le archeologhe italiane che meritano di essere raccontate nelle sedi opportune.

Info: AA.VV, Le donne e l’archeologia in Liguria tra ‘800 e ‘900, Genova, De Ferrari, 2025

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