torque de vix

Il furto del torque della Principessa di Vix

Il 24 luglio 2026 i musei francesi hanno subìto un altro grave colpo alla loro sicurezza. Dopo il caso alquanto imbarazzante del Louvre di qualche tempo fa, adesso tocca a un altro museo, molto meno noto e ben più periferico, ma non per questo meno degno di tenere alta l’attenzione sulle sue misure di sicurezza. Il museo in questione è il Musée du Pays du Chatillonais a Châtillon-sur-Seine, in Borgogna. L’oggetto rubato è un torque, dunque un collare celtico, in oro, che faceva parte del corredo della cd. Principessa di Vix.

Parlo di questo caso non tanto perché sia eclatante – di fatto lo è – ma perché ancora una volta mette al centro il tema della sicurezza dei musei (francesi e non), del traffico internazionale di opere d’arte – sembra proprio che questo sia un furto su commissione – e del tema, suscitato da un’intervista a Dominique Garcia, direttore dell’INRAP, sulla necessità di custodire i reperti “preziosi” in un posto sicuro ed esporre al loro posto delle copie. Una provocazione? Può darsi. Ma prima di parlare di questo punto è necessario contestualizzare. E dunque partiamo dall’inizio: la Principessa di Vix, il suo corredo e il suo torque in oro.

La tomba della “Principessa di Vix”

Scoperta nel 1953, la tomba della Principessa di Vix è la sepoltura principesca più prestigiosa più nota per la fine della prima età del ferro (circa 540-530 a.C.). La principessa, distesa su un carro, indossava gioielli preziosi, tra cui un torque in oro, capolavoro di oreficeria celtica. A lato si trovava il celebre cratere in bronzo, noto come “Cratere di Vix” di dimensioni fuori dal comune: alto 1,64 m, del peso di 208 kg e della capacità di 100 litri! In sostanza è il cratere in bronzo più grande a noi giunto dall’antichità. La pancia liscia del cratere contrasta con il collo e le anse estremamente decorate ed elaborate. Il fregio sul collo mette in scena una parata militare di soldati greci e di carri condotti da aurighi. Le anse mostrano un gorgoneion centrale, mentre nelle volute si nasconde un leone rampante. Si tratta di un oggetto davvero unico nel suo genere, che costituiva il pezzo da novanta di un corredo in cui non mancavano altri oggetti da riferire al banchetto aristocratico, tra cui una phiale in argento, un’oinochoe e tre bacili in bronzo, una coppa in ceramica a figure nere con la raffigurazione di una scena di battaglia e datata al 520-510 a.C.

Il cratere di Vix

E poi ci sono i gioielli. Fibule in bronzo, vaghi di collana in ambra e diorite, bracciali in bronzo e il torque in oro. Esso pesa 480 g, non esattamente un monile leggero. La lamina d’oro è martellata a forma di arco chiuso e termina da entrambe le parti a zampa di leone. Le due zampe poggiano su due sfere cave dal fondo appiattito e decorate da due cerchi concentrici a motivi geometrici. Nel punto di congiunzione tra zampa leonina e sfera si colloca un cavallo alato, molto dettagliato pur nelle sue minuscole dimensioni. Esso richiama Pegaso, nato dal sangue della testa spiccata della Gorgone che si ritrova sull’ansa del grande cratere parte del medesimo corredo. Anche se il torque è di fattura celtica e autoctona, il riferimento alla mitologia greca è comunque molto forte.

Torque de Vix, dettaglio del cavallo alato

Infine, del corredo faceva parte un carro, sul quale la defunta era distesa. Esso, in legno con decorazioni in bronzo, era a quattro ruote, deposte smontate all’interno della sepoltura. Ulteriori elementi del carro, insieme ad altri minuti oggetti del corredo, sono emersi nel corso di nuovi scavi condotti nel 2019, andando a completare i rinvenimenti degli anni ’50.

Il furto del torque di Vix

Diciamo che al Musée du Pays du Chatillonais avevano già alzato la guardia: a detta de Le Figaro già 8 mesi fa c’era stato un tentativo di effrazione e due tentativi di furto nelle notti del 17 e del 18 luglio 2026 non erano andati a buon fine, mentre ha avuto successo quello messo a segno il 24 luglio, durante l’orario di apertura al pubblico. Secondo le parole del sindaco di Châtillon-sur-Seine, “gli autori di questo crimine, presenti in museo dopo essere entrati dall’ingresso come normali turisti, sono riusciti a impadronirsi del torques malgrado i dispositivi di sicurezza in essere. E sono riusciti a uscire dall’ingresso principale col prezioso bottino. Hanno agito a viso scoperto in presenza degli altri turisti a qualche metro di distanza da loro, con un’organizzazione e una rapidità da professionisti“. E che i dispositivi di sicurezza ci fossero, lo aveva assicurato ancora pochi giorni fa la direttrice del museo, stando ai fatti: 150.000 € spesi per rafforzare la sorveglianza, tra videocamere e porte blindate. Ma evidentemente non c’era un custode in sala a vigilare sulla vetrina incriminata.

La provocazione di Dominique Garcia: bisogna esporre le copie e mettere gli originali al sicuro

In un’intervista rilasciata a Le Figaro, il Direttore de L’Inrap, Institut National des Recherches Archéologiques Préventives, ha lanciato una provocazione (riassunta anche sul suo profilo LinkedIn): “vogliamo dei musei aperti e accoglienti, con vetrine fini per non frustrare il pubblico, ma ciò necessita di una protezione massima per gli oggetti preziosi“. Che poi, preziosi. Il valore in peso d’oro del torque rubato è di 50.000 €: elevato, sì, ma una cifra risibile rispetto al suo valore patrimoniale e commerciale: e infatti, dice sempre Garcia, sul mercato torques di qualità e importanza inferiori a quello di Vix sono venduti tra i 150.000 e il milione di euro, il che significa che dietro al furto c’è una committenza, non la volontà di semplici ladri di fondere l’oro. Cosa fare allora per proteggere altri oggetti del livello del torque di Vix dal rischio di furto? “La migliore protezione risiede nello studio e nella diffusione della conoscenza. Gli oggetti di così grande valore possono continuare ad essere esposti al pubblico all’interno di mostre temporanee particolarmente in sicurezza, ma per le esposizioni permanenti sembra più ragionevole accontentarsi delle copie“.

Esporre le copie. Mettere gli originali al sicuro nei depositi (ammesso che siano – almeno quelli – effettivamente protetti da sistemi di allarme funzionanti). Personalmente, al netto della provocazione, la boutade mi colpisce e mi lascia perplessa. Innanzitutto chi decide cosa debba essere sostituito dalla copia e cosa no? Chi stabilisce che è più sicuro esporre la copia di un oggetto piuttosto che di un altro se non ha il sospetto che proprio quell’oggetto – e non un altro – potrebbe essere rubato? Cosa facciamo allora, nei musei esponiamo le copie e realizziamo depositi a prova di caveau di banca per custodire tutto ciò che potrebbe solleticare le voglie di un collezionista committente di furti senza scrupoli?

Può la paura dei furti spingere un direttore di museo a scegliere di esporre la copia invece dell’originale? Può la paura dei furti costringere la comunità, alla quale un museo in prima battuta si rivolge, a fruire di una copia dei reperti identitari del proprio territorio?

Sinceramente, provocazione a parte, non sono d’accordo con Garcia. Anche solo proporre di esporre le copie significa tornare all’idea di museo come tempio impenetrabile, nel quale i reperti o le opere d’arte originali non sono esposti al pubblico, ma al contrario negati “per la loro sicurezza”.

E’ pur vero che tante volte, soprattutto quando lavoravo come assistente alla vigilanza al Museo Archeologico di Firenze, mi sono sentita chiedere da turisti stranieri se gli oggetti nelle vetrine fossero originali e alla mia risposta affermativa rimanessero stupiti. Quindi forse il tema dell’esposizione dell’originale rispetto alla copia tocca in maniera diversa differenti società. Ma noi siamo abituati a ragionare con gli originali, e personalmente mi sentirei presa in giro a visitare un museo di copie.

La copia, infatti, non può sostituire un originale, mai, e il museo non può essere un mero luogo di esposizione delle copie, ma il luogo dell’incontro tra le persone e gli oggetti generati da culture del passato che con quegli oggetti vivevano. Si va a perdere, secondo me, tutto il ruolo educativo del museo nei confronti del proprio patrimonio: come si può dare valore a un oggetto che è una copia di un originale che non vedrò mai?

Queste sono solo riflessioni in libertà in una serata di fine luglio, a partire da una provocazione lanciata, però, da un’autorità dell’archeologia francese la cui opinione è molto stimata – e giustamente. Non so se resterà una boutade estiva o se seguirà un dibattito. Di certo il tema non è sostituire gli originali con copie per sperare che non vengano rubati, ma ulteriormente rendere sicuri i musei e continuare a fare opera di informazione e di diffusione della conoscenza del nostro patrimonio presso le comunità territoriali: instillare un senso di identità è il primo passo verso la protezione spontanea del patrimonio culturale.

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