Un tempio egizio semisommerso dalle acque è la copertina di questo libro. Libro che è solo la punta di iceberg di uno studio approfondito, decennale, che ha portato l’autore, l’archeologo Federico Zaina, ad approfondire il tema dei beni culturali e in generale del patrimonio archeologico-storico scomparso o in via di distruzione per via di fenomeni che sono dovuti principalmente all’azione dell’uomo. O per meglio dire, in una sola illuminante parola, all’Antropocene.

Parola chiave: Antropocene
Inutile girarci attorno e inutile aspettare di rivelare il protagonista. Del resto per lo stesso autore, Federico Zaina, che da anni studia il fenomeno proprio attraverso questa lente, l’Antropocene è il vero protagonista e al tempo stesso antagonista nel libro. In realtà ci sarebbe una co-protagonista, la Grande Accelerazione, cioè quel fenomeno nato dalla combinazione di boom economico, sviluppo velocissimo, industrializzazione, modernizzazione che ha investito l’intero nostro pianeta dagli anni ’50 del Novecento, dunque dopo la fine della II Guerra Mondiale, fino ai giorni nostri.
Ma è l’Antropocene la vera parola chiave del libro, intorno alla quale tutti i singoli casi denunciati di distruzione del patrimonio archeologico e culturale vanno ricondotti: ovvero a una pressione antropica così forte, fatta di volta in volta di modificazione del paesaggio, di industrializzazione, di modernizzazione, di inquinamento e di overtourism (eh sì eh già) da cancellare interi siti e contesti, o da minacciarli al punto da poter considerare irreversibile il danno.
L’Antropocene, dice Zaina, è l’epoca in cui “l’essere umano è diventato forza geologica” (p. 291): ecco, questa, di tante definizioni che ho letto, è quella che meglio fotografa cosa sia l’Antropocene: l’epoca in cui l’uomo è riuscito a imporre in maniera talmente efficace e pervasiva, direi pure parassitaria, la sua presenza da condizionare la vita dell’intero pianeta.
Zaina però fa un passo in più: l’Antropocene, questa umanità che si fa forza geologica, non influenza solo l’ambiente naturale, ma anche quello stesso umano, sociale e culturale, andando a intaccare e sovente distruggere il patrimonio culturale e quindi il retaggio identitario di intere comunità.
Ciò che Zaina mostra fin dall’introduzione, e non fa che reiterare in tutto il saggio, declinato di volta in volta a seconda del tema, è proprio questo: dal 1950 ad oggi ogni intervento umano di modificazione sull’ecosistema o sulla natura dei luoghi è aumentato esponenzialmente in qualunque campo si voglia guardare: lo sfruttamento delle acque, delle terre, il surriscaldamento globale, il consumo di energia, l’overtourism e la pressione antropica, ma anche cose che potrebbero sembrare positive, come lo sviluppo infrastrutturale in regioni depresse. Proprio queste fanno i danni maggiori, perché dietro le “buone intenzioni” si annida la distruzione di siti importanti e identitari.
Non sto a fare l’elenco dei siti e contesti di cui parla Zaina, né la disamina di tutti i concetti da lui delineati. Lascio per questo alla lettura del libro. Qui mi limito ad alcuni casi da lui citati, a partire dai quali sono fiorite, libere come l’aria (come al solito), le mie considerazioni.
Il primo capitolo è dedicato a un tema sorprendente. Ma come, parliamo di distruzione del patrimonio culturale come esito dei disastri dell’Antropocene, e poi il primo capitolo è dedicato all’impatto delle dighe e al caso di Abu Simbel? Ma come, mi avete sempre detto che lo smontaggio e rimontaggio di Abu Simbel per salvarlo dalla Diga di Assuan è un’eccellenza (peraltro cui partecipò anche l’Italia) e poi scopro che sì, Abu Simbel è stato salvato, ma altre centinaia di siti sono andati perduti? Così è, dice Zaina, e nel ricco apparato di note e bibliografico non manca di dare tutti i riferimenti a quei siti, ormai perduti per sempre: sacrificabili? Può darsi, ma chi decide cosa è sacrificabile del nostro passato e cosa no?

Tra l’altro il capitolo sulle dighe fa correre immediatamente il pensiero al Vajont e quindi ai danni che inevitabilmente un disastro ambientale quale il crollo di una diga può comportare. E dunque dal Vajont al recente caso del Nepal il passo è breve. Ma spostandoci in Nepal, seguendo il filo di questo libro, i temi in ballo diventano due: i cambiamenti climatici con surriscaldamento globale e l’overtourism.
Il Nepal è sempre stato una terra impervia e inospitale. Impossibile un tempo per un uomo bianco entrare nella città sacra di Lhasa. Solo una donna vi riuscì per prima, nel 1924, Alexandra David-Néel, una francese che però aveva talmente assorbito la cultura e religione buddista da desiderare di entrare nella città sacra non come turista o viaggiatrice, ma come devota. E riuscì nell’impresa.
Oggi la realtà è molto diversa e il Nepal è una meta di turismo internazionale molto quotata. E troppo percorsa e frequentata, e questo ha inevitabilmente cambiato anche le abitudini locali in merito all’accoglienza e ai facili guadagni. Ma poi, com’è successo il 26 agosto 2026, accade che un pezzo di ghiacciaio si stacca e finisce nel lago artificiale formato da una diga, che necessariamente esonda e fa una strage. Anche tra i turisti. Il caso del Nepal mette insieme due cose: l’overtourism e il riscaldamento globale, perché se un pezzo di ghiacciaio si stacca vuol dire che la sua rigida struttura ghiacciata è venuta meno.
Tornando alle dighe e all’Italia, ben più vicina a noi, il pensiero corre anche al Lago di Vagli, nell’alta Garfagnana, ottenuto da una diga completata nel 1947 il cui invaso ha necessariamente visto l’allagamento e la scomparsa di ben tre piccoli paesini di montagna, costringendo gli abitanti ad andare ad abitare altrove, a lasciare la propria casa. Tra questi, Fabbriche di Careggine, il cui impianto risale al 1270: un borgo medievale in piena regola, che emerge solo quando la diga viene svuotata: l’ultima volta nel 1994. Un esempio di impianto abitativo rurale del XIII secolo praticamente scomparso per sempre.
Impressionante il numero di dighe con sbarramenti più alti di 15 m nel mondo: più di 30.000, 2/3 delle quali costruite dal 1950 in avanti. Le dighe comportano danni al patrimonio culturale, ma anche naturale, com’è più facilmente immaginabile. E sempre Zaina riporta lo scellerato caso di una diga in Brasile che nel 1973 ha comportato la distruzione delle cascate di Sete Quedas e il trasferimento di 10.000 famiglie delle comunità locali, con danni non solo alla biodiverisità, ma con la cancellazione di un luogo – le cascate – sacro e identitario per le popolazioni autoctone.
Se da una parte si allaga per assicurare acqua, dall’altra parte si prosciuga: andiamo in Asia, sulle rive del Lago d’Aral. Io me lo ricordo bene il Lago d’Aral, quando alle Medie si studiava ancora la geografia e sull’Atlante Zanichelli del 1993 era ancora lì ben evidente, il più grande lago dell’Asia centrale. Così oggi è uno shock cercarlo su Google Maps e non trovarlo. O meglio, trovare due moncherini che si vanno prosciugando sempre più e scompaiono giorno dopo giorno sotto i nostri occhi. Il prosciugamento del Lago d’Aral è frutto di una gestione scellerata della risorsa acqua da parte del governo dell’Unione Sovietica per irrigare le sterminate piantagioni di cotone dell’Uzbekistan. Il processo di prosciugamento, in atto a partire dagli anni ’60 del Novecento, ha portato alla progressiva desertificazione di una riserva d’acqua naturale che nasceva dal bacino formato dai due immissari Amu Darya e Syr Darya. E fa quasi impressione se si pensa che ancora negli anni ’30 una viaggiatrice come Ella Maillart raccontava della sua navigazione in un paesaggio che oggi è completamente scomparso. Forse, di tutti i casi presentati da Zaina, questo è il più disastroso in termini ambientali, oltre che, naturalmente, culturali, perché le comunità che vivevano lungo le rive del lago e vivevano del lago si sono dovute necessariamente spostare altrove per cercare nuove condizioni di vita decenti.

Quello del Lago d’Aral è il frutto non previsto di uno sfruttamento di una risorsa che nel lungo periodo è andata esaurendosi. Ma vi sono casi in cui la scelta di distruggere è stata deliberata: mi riferisco al caso della distruzione di due grotte nella Gola di Yuukan in Australia. Qui una multinazionale dell’estrazione del ferro, sfruttando una lacuna nella legislazione australiana ha scelto deliberatamente di distruggere due grotte delle quali si conosceva l’importante valore sia archeologico (indagini lì compiute dimostravano la presenza umana fin da 47.000 anni fa) che culturale per le comunità aborigene che lì vivono. La distruzione ha colto di sorpresa queste comunità che di fatto si sono trovate depauperate di un luogo sacro e identitario. Non stiamo parlando di un fatto avvenuto decine di anni fa, ma nel 2020, dunque molto vicino a noi. La distruzione ha innescato una serie di proteste che ha portato – troppo tardi ormai, ma meglio che niente – a rivedere la legge australiana in materia di sfruttamento del suolo in presenza di siti archeologici, anche se ricadono in proprietà privata (com’era nel caso della multinazionale in questione, che possedeva le terre nelle quali sorgevano le grotte).
E qui entra in scena un elemento importante e comune a molti “disastri” raccontati nel libro: non si prendono mai in considerazione le istanze delle comunità locali, in particolare per quanto attiene il legame di tipo culturale e identitario con il proprio territorio. Il caso del tracciato di una strada in Belize che ha distrutto la piramide Maya di Nohmul è particolarmente rilevante perché di nuovo mette in luce il divario tra una legislazione poco attenta e la disattenzione alla comunità territoriale che in quel sito archeologico, la città Maya di Nohmul, è legata da vincoli di memoria e identitari.

Questi casi mi hanno fatto venire in mente il caso di Viminacium, la città romana in Serbia che sorge accanto ad una miniera di carbone. O meglio, è la cava che sorge accanto alla città romana e cnel corso dei decenni passati ha distrutto molte tracce del passato di quel territorio. Oggi il Parco archeologico di Viminacium lavora, grazie anche al progetto europeo Green Heritage, anche per sensibilizzare su tematiche di sostenibilità ambientale. La città romana che ha come sfondo le ciminiere della centrale idroelettrica sono un colpo al cuore, ma al tempo stesso sono il segno della consapevolezza di dover preservare il nostro passato nonostante le logiche del “progresso” e lo sfruttamento delle risorse del sottosuolo.
Nel capitolo dedicato all’overtourism Zaina prende come esempio prevalente quello di Angkor Wat, ma molti se ne potrebbero aggiungere: in Italia il Colosseo o Pompei, che ogni giorno sono calpestati da migliaia di turisti sono un caso con cui prima o poi bisognerà fare i conti, e non in termini di record di numero di visitatori, ma di sostenibilità di una tale pressione antropica per monumenti e contesti così antichi; Venezia è un altro caso, citato da Zaina a proposito dell’ultimo capitolo dedicato al clima; all’estero di recente mi sono imbattuta, in Vietnam, nella baia di Ha Long, patrimonio UNESCO, e nella gestione agghiacciante delle masse di turisti che ogni giorno invadono la baia su navi da crociera troppo grosse per navigare tra quei faraglioni, che inquinano, fanno rumore, disturbano gli animali e ledono la biodiversità. Oltre al danno culturale che deriva dall’aver costretto la comunità tradizionale dei pescatori che vivevano nella baia a ritirarsi in una zona decisamente ridotta rispetto al passato.
Il saggio propone molti altri esempi – del resto il titolo parla di “atlante” del passato perduto – di siti culturali, archeologici e non , distutti dagli effetti dell’Antropocene e della Grande Accelerazione. Molti altri potremmo aggiungerli noi.
Nelle conclusioni l’autore propone 4 strade per cercare di cambiare la tendenza, 4 strade che però – avverte – solo se seguite sinergicamente possono avere un ruolo fattivo: il senso di comunità e l’ascolto delle comunità locali, prime vittime indirette della distruzione di un sito culturale: dunque il coinvolgimento della comunità, secondo quanto dice anche la Convenzione di Faro; il pluralismo culturale, che consenta di prendere in considerazione le tante istanze delle comunità, riconoscendo il valore di tanti passati, storie e tradizioni; la scienza, che oggi più che mai può aiutare a prevedere disastri e a prevenire distruzioni, al tempo stesso studiando il passato e monitorando lo stato di conservazione dei siti; infine le istituzioni, che in dialogo con le comunità, tenendo conto della pluralità delle tradizioni e collaborando con la ricerca scientifica, possano intraprendere strade efficaci, sostenibili e non distruttive del patrimonio culturale. Sicuramente una soluzione molto teorica e utopistica, mi viene da dire. Ma è già qualcosa.
Interessantissima, a mio parere, la “Serie di consigli per continuare a esplorare questo libro“, ossia tutta una serie di consigli bibliografici ragionati che ulteriormente arricchiscono il già cospicuo apparato di note e bibliografico. E un rimando al portale Lost Heritage Atlas, sviluppato in ambiente web dallo stesso Zaina, dove si continua a monitorare l’impatto dell’Antropocene sul patrimonio culturale dell’Umanità. Perché su un libro bisogna necessariamente scrivere la parola “fine”, ma il bello dell’online è che invece si può continuamente aggiornare e implementare, così come una ricerca di questo tipo deve continuare a fare.







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