Cosa non mi ha convinto della mostra “Colori dei romani” alla Centrale Montemartini

Dal 27 aprile è visitabile alla Centrale Montemartini, la mostra Colori dei Romani. Mosaici dalle Collezioni capitoline, promossa da Roma CultureSovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.

La Centrale Montemartini è un museo che amo particolarmente e che torno a visitare sempre volentieri. L’occasione della mostra è stata dunque propizia, nonché la scusa per rivedere uno degli allestimenti museali per me più belli di sempre: all’interno della Sala Macchine di una centrale idroelettrica degli anni ’20, nella quale le opere di scultura romana, nel loro marmo candido e nelle loro forme classiche e senza tempo, dialogano con le rudi e enormi turbine che azionavano la Centrale.

La mostra “Colori dei Romani”

Il sottotitolo della mostra cita “I mosaici dalle Collezioni Capitoline”. Il concept della mostra è esporre una discreta selezione di mosaici provenienti da scavi condotti a Roma in particolare alla fine dell’Ottocento e attraverso di essi descrivere i contesti di rinvenimento: ricche domus in particolare, ma anche spazi del sacro e funerari. Un percorso che parte dalla descrizione della tecnica musiva e che passa via via a collocare i mosaici nel contesto degli edifici di cui facevano parte.

Mosaico da Isola Sacra (Fiumicino) con scena di bottega di mosaicisti

La mostra “Colori dei Romani”: cosa non mi ha convinto.

Non mi ha convinto il titolo. Anzi, il sottotitolo. Perché se i mosaici sono protagonisti nella prima sezione della mostra – e vi sono esposti esemplari magnifici, come il mosaico policromo con motivo a scacchiera proveniente da Villa Adriana a Tivoli – dalla seconda sezione in avanti viene sempre meno la centralità del mosaico rispetto alla narrazione che si persegue. Così il visitatore, man mano che va avanti, rimane sempre più confuso, perché vede sempre meno mosaici e sempre più reperti che descrivono i contesti da cui provengono. Di fatto i mosaici sono calati in una narrazione molto più complessa, cui il titolo non rende giustizia.

Mi direte “Eh, ma se rimani soltanto sui mosaici diventa una mera giustapposizione di reperti di pregio, decontestualizzati e senza un filo logico“. Intendiamoci: non voglio eliminare i contesti, tutt’altro! Però nel corso dell’esposizione perdono quella centralità che il visitatore si aspetta.

Detto questo, in mostra vi sono dei contesti memorabili, narrati molto bene. Come la domus di Claudius Claudianus.

La mostra “Colori dei Romani”: la domus di Claudius Claudianus

Claudius Claudianus era un esponente del ceto senatorio di origine africana che rivestì molte cariche politiche sotto gli imperatori Settimio Severo e Caracalla. La sua domus, individuata grazie al rinvenimento di tubature dell’acqua bollate col suo nome, venne in luce tra il 1875 e il 1901 nel corso dei lavori per l’apertura di via Nazionale, nel giardino di Palazzo Rospigliosi Pallavicini. La domus aveva ricchissimi arredi scultorei, ma l’ambiente più lussuoso rinvenuto è senz’altro il ninfeo, decorato con tre mosaici parietali e che si completava con un grande mosaico a parete, raffigurante una nave in un porto, con tanto di faro. Un riferimento, questo, alle attività commerciali tra Africa e Roma per le quali Claudius Claudianus si era arricchito.

Il mosaico del faro e del porto – domus di Claudius Claudianus

La scoperta del ninfeo fu registrata in un acquerello di Vincenzo Marchi, grazie al quale ben ci si rende conto delle dimensioni monumentali che doveva avere: l’edificio fu infatti distrutto poco dopo la scoperta.

Tornando al mosaico con nave e faro che decorava una parte del grande ninfeo, esso raffigura probabilmente il porto di Alessandria, sia per la struttura del faro che per il molo su arcate. Una nave a vele spiegate esce dal porto: che rappresenti una nave oneraria col suo carico di grano destinato a Roma? Molto probabile, anzi certo: sotto i Severi il grande Portus di Roma Imperiale, voluto da Claudio a nord della foce del Tevere e ampliato da Traiano con la realizzazione di un bacino esagonale interno, fu ulteriormente potenziato proprio per accogliere sempre più navi e merci provenienti da ogni parte del Mediterraneo, Africa in particolare.

Il mosaico doveva essere racchiuso da una cornice di conchiglie rotonde, onde meglio enfatizzare il rapporto con l’acqua, sia del ninfeo che del mare solcato dalla nave.

La mostra “Colori dei Romani”: la Basilica Hilariana

Un contesto che ho fatto fatica a collocare nel percorso della mostra è quello della Basilica Hilariana. Essa era la sede collegiale dei sacerdoti addetti al culto di Cibele e Attis. Essa venne in luce tra il 1889 e il 1890 durante gli scavi per la costruzione dell’Ospedale militare del Celio. Prende il nome da Manius Poblicius Hilarus, ricco mercante di perle del quale conosciamo il ritratto, rinvenuto proprio durante gli scavi.

Il mosaico esposto, e che costituiva il pavimento del vano d’ingresso alla basilica, è distinto in due parti: un’iscrizione entro tabula ansata che recita “A chi entra qui e alla basilica Hilariana gli dei siano propizi”; una raffigurazione simbolica e beneaugurante, con una serie di animali selvatici che convergono verso un grande occhio trafitto da una lancia, da interpretare come il malocchio sconfitto, sul quale è poggiata una civetta. La raffigurazione è a tessere bianche e nere con la sola eccezione dell’occhio, che invece è policromo.

Il mosaico nel vano d’accesso alla Basilica Hilariana

Sulla soglia marmorea, poi, era scolpita con due coppie di piedi, una in entrata, l’altra in uscita, col significato dell’itus reditus (salvos ire, salvos redire), ovvero l’augurio beneaugurante al pellegrino di arrivare salvo e di tornare in patria ugualmente in salute.

Contesto molto interessante dunque, ma ecco, poco attinente ai “Colori dei Romani”, a mio onestissimo parere.

La mostra “Colori dei Romani”: alcuni mosaici degni di nota

Visto che il focus della mostra è sui mosaici, qui di seguito indico quelli più interessanti (secondo me, naturalmente).

Il mosaico a scacchiera da Villa Adriana a Tivoli

Per me questo è un mosaico strepitoso: sembra una coperta all’uncinetto, tanto sono piccole le tessere. Costituiva il pavimento della Piazza d’Oro. Appartenente alla collezione del Marchese Campana, fu acquistato dal comune di Roma dopo il 1870.

Curiosa, tra l’altro, l’ascesa e la seguente caduta del Marchese Campana: da grande collezionista di arte e di antichità, riconosciuto, ammirato e anche invidiato, improvvisamente le sue fortune mutarono ed egli si trovò a impegnare parte della sua collezione per debiti. Era un grande collezionista di arte greca, etrusca e romana. Dopo la sua accusa per malversazione, il suo incarceramento nel 1857 e il sequestro dei suoi beni, la sua collezione di antichità fu messa in vendita. E molti musei italiani e stranieri, e molti collezionisti privati, si scatenarono nello shopping selvaggio di antichità. Opere facenti parte della Collezione Campana si trovano al Louvre come al Museo archeologico Nazionale di Firenze come ai Musei Capitolini.

Mosaico a rombi da Villa Adriana a Tivoli

Il mosaico con leone insidiato dagli amorini

Questo mosaico è un emblema, ovvero il riquadro centrale di un pavimento a mosaico. In esso è raffigurato un leone in riposo che però è costretto a subire i dispetti di alcuni amorini. Il povero leone è mezzo ubriaco (lo vediamo dal cratere rovesciato davanti a lui e dall’espressione spersa dei suoi occhioni) e gli amorini ulteriormente lo incantano col suono di strumenti musicali. Questa scena, da ricondurre al mondo dionisiaco, è stata interpolata nel Settecento con l’inserimento di quella figura maschile in abiti femminili che vorrebbe richiamare Ercole presso la regina Onfale. Ma si tratta di un’invenzione che nel mosaico originale con tutta probabilità non era presente.

Il mosaico del leone e degli amorini

Il mosaico con labirinto e mura

Risale al I secolo a.C. e proviene da piazza San Giovanni in Laterano, dove è stato rinvenuto nel 1958. Raffigura un labirinto delimitato da una cinta muraria. Il mosaico si è conservato in parte, ma il tema fa pensare che nel centro del pavimento dovesse trovarsi un emblema – quindi una scenetta figurata – con il Minotauro e Teseo. Nonostante il tema iconografico possa sembrare semplice e lineare, geometrico, in realtà l’esecuzione rivela una committenza elevata e di conseguenza maestranze di livello: lo si vede nella resa delle mura, in cui si legge la tessitura in opera isodoma, le torri e le merlature. Il committente, nel far rappresentare il labirinto di Cnosso sul pavimento della propria dimora, doveva evidentemente essere un personaggio pubblico in grado di immedesimarsi con Teseo e le sue imprese, all’inizio del I secolo a.C. Un peccato non sapere a chi appartenesse la domus di cui questo mosaico era parte integrante: ci direbbe molte cose su di lui e sulla storia dell’ultimo periodo della Repubblica.

Il mosaico del Labirinto

Il mosaico con la planimetria delle Terme

Non so voi, ma a me non verrebbe mai in mente di far raffigurare sul pavimento di casa mia la planimetria di un impianto termale. E invece questo mosaico, datato al III secolo e rinvenuto nel 1872 presso la Stazione Termini, rischia di essere davvero un unico nel suo genere: perché non capita tutti i giorni di trovare, disegnata su un pavimento a mosaico, la planimetria di un edificio, termale per l’appunto. Purtroppo non si sa molto altro del mosaico, se non che grazie ai colori impiegati si comprende la pianta: giallo e nero per le murature, bianco per gli ambienti, verde per le piscine, azzurro per i canali idrici, rosso per le finestre o per i praefurnia. Insomma: un pavimento che mi aspetterei nella casa di un architetto!

Il mosaico con la planimetria delle terme

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