incendio navi di nemi

31 maggio 1944: bruciano per sempre le navi di Nemi

C’è un capitolo della storia italiana che noi tutti dovremmo conoscere a menadito: la Seconda Guerra Mondiale. Ci ha riguardato da vicino, alcuni (sempre meno, ahimè) dei nostri nonni l’hanno vissuta in prima persona e possono testimoniarci quei momenti e ricordarci chi siamo e per cosa abbiamo combattuto, da dove venivamo e a che punto ci siamo ritrovati.

La Seconda Guerra Mondiale ha segnato per l’Italia un momento decisamente significativo. Non parlo in termini di giudizi di merito, ma parlo in termini storici. Siamo entrati in guerra in un modo, ne siamo usciti in un altro. Gli anni di guerra, ma soprattutto il biennio ’43-’45 ci ha forgiato e ha costituito la nazione italiana moderna.

Gli Italiani, durante la guerra, hanno dovuto fare una scelta. E non sta a me giudicare le scelte di ciascuno. Ma tante di queste scelte sono state eroiche, e molte di queste scelte eroiche hanno riguardato la difesa del Patrimonio Culturale.

La Seconda Guerra Mondiale e il Patrimonio Culturale italiano in pericolo

Già altrove ho affrontato il tema della difesa del Patrimonio Culturale italiano durante la Seconda Guerra Mondiale.* Per estrema sintesi dirò che in Italia Germania nazista e Alleati si contendevano a suon di proclami la difesa del patrimonio culturale. Vero è che gli Alleati non ci fecero una bella figura né a Pompei né a Cassino, dove distrussero l’antico monastero perché ritenevano vi fossero i Tedeschi asserragliati. Ma nel frattempo gli Alleati stavano approntando all’interno del proprio esercito il rivoluzionario corpo dei Monuments Men: non erano armati di mitra, ma di libri di storia dell’arte e di archeologia e riuscirono, lentamente ma inesorabilmente, a istillare nell’esercito Alleato l’idea di patrimonio culturale dell’Umanità da preservare.

Quando si svolsero i fatti del 31 maggio 1944 sul Lago di Nemi, non erano gli Alleati quelli a dover essere formati sull’importanza del Patrimonio culturale italiano. A pensarci bene neanche i Tedeschi, che sapevano benissimo quale ne fosse il valore.

museo navi nemi
L’esterno del Museo delle navi di Nemi: costruito appositamente come se fosse un cantiere navale, il suo architetto fu Morpurgo, lo stesso dell’Ara Pacis

L’incendio delle navi di Nemi

Grazie al bel post per Vanilla Magazine di Annalisa Lo Monaco sono venuta a conoscenza di una pubblicazione interessantissima, perché storica, realizzata nel 1946, alla fine della Guerra, quando tutti i diretti interessati erano chiamati a rispondere dei danni al Patrimonio e all’erario.

L’incendio delle navi a Nemi” pubblicato come stralcio della Rivista di Cultura Marinara del gennaio-febbraio 1946, riporta la relazione fatta all’indomani dell’incendio e dell’indagine che ne seguì, raccogliendo i racconti dei testimoni: i custodi del Museo delle navi romane, cacciati dalla loro postazione dai Tedeschi che vi avevano cercato riparo. Quegli stessi Tedeschi che poi avrebbero appiccato l’incendio.

lago di Nemi
Panorama del Lago di Nemi con indicazione del Museo delle Navi romane

Lo stralcio riporta la narrazione dei fatti e le indagini condotte all’indomani dell’incendio, volte a verificare sia i danni che le responsabilità. Fu condotta un’accurata analisi dei fatti, e le prove che si raccolsero coincidevano con la testimonianza dei custodi che, cacciati dal museo, avevano trovato rifugio nelle grotte nei pressi del museo. Nelle parole del capo dei custodi Giacomo Cinelli si coglie tutta l’abnegazione di un uomo per il suo lavoro e per il patrimonio archeologico del quale aveva la custodia. Un ruolo di cui si sentiva investito con grande senso di responsabilità, tanto che non fuggì via, ma rimase nei pressi per controllare i Tedeschi all’interno.

Secondo la relazione, i Tedeschi arrivarono a Nemi il 28 maggio e occuparono il museo cacciando via i custodi “per questioni di sicurezza”. Di lì a poco sul lago sarebbero giunti gli Alleati. Il Museo all’epoca era stato svuotato degli oggetti più “preziosi” ovvero degli arredi in bronzo, le bocche di leone e di lupo e la testa di Medusa, le erme e gli altri arredi preziosi che erano stati portati preventivamente riparati a Roma e che oggi sono esposti al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme.

I bombardamenti si scatenano durante la giornata del 31 maggio, ma cessano in serata. Ed è proprio allora, però, che avvampa l’incendio all’interno del museo. Il Cinelli ne è sicuro: non sono state eventuali bombe sganciate dagli aerei alleati (nessuna ha colpito il museo) né i colpi di artiglieria scagliati contro i muri dell’edificio possono aver dato origine alla fiamme. No. L’incendio è stato appiccato sicuramente volontariamente dall’interno. Solo il 2 giugno, quando i Tedeschi se ne sono andati, Cinelli e gli altri custodi possono rientrare nel museo, constatando i danni.

incendio navi di Nemi
Ciò che resta di una delle navi di Nemi dopo l’incendio: esatto: niente. Tutto andò in fiamme e persino i rivestimenti in piombo si fusero. Credits: “L’incendio delle navi romane a Nemi

Nella relazione viene analizzata ogni singola prova, si cerca qualunque segno che possa dare una risposta: sarebbe troppo facile dare la colpa ai Tedeschi in fuga, ma in questo caso è proprio così; i Tedeschi in sommo spregio decidono di dare fuoco alle due navi: “… consapevoli dell’imminente ritirata, avrebbero voluto procurare un’altra gravissima perdita all’Italia“.

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Il museo delle Navi oggi. Parte degli scafi è ricostruita in un hangar, nell’altro sono esposti i materiali provenienti dai santuari romani e italici della zona

Preziosi documenti d’archivio

Ci sono molti modi di fare storia dell’archeologia. E la storia della difesa, o della distruzione in questo caso, del Patrimonio archeologico durante il Secondo Conflitto mondiale rientra decisamente nella storia dell’archeologia. Uno dei modi, anzi il più importante, per ricostruire fatti e vicende, è la ricerca d’archivio, senza la quale molte informazioni sarebbero perdute.

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La relazione “L’incendio delle navi romane a Nemi”. Credits: Museoscienza.org

Carta carta e ancora carta. Carte spesso scritte a mano, minute di lettere e di relazioni, annotazioni su registri e su inventari. Ogni documento, saputo interrogare nel modo giusto, può dare risposte davvero inimmaginabili.

Nell’era del digitale sarebbe sempre più opportuno mettere online, o quantomeno digitalizzare per rendere fruibili a tutti, i propri archivi storici, fonti preziosissime che spesso rivelano molto più di quanto vi è scritto.

Meritoria è quindi l’opera del Museo della Scienza di Milano, che ha messo online, ben leggibili, alcuni documenti e pubblicazioni d’epoca a tema scientifico e non solo, attingendo al proprio archivio. Proprio sull’archivio online del Museo della Scienza è possibile rintracciare la relazione di cui vi ho raccontato, la cui copertina ho utilizzato come immagine principale in questo post (anche la foto in b/n del museo andato a fuoco è tratta dalla stessa pubblicazione).

A questo link potete rintracciare il documento e leggerlo direttamente:

http://www.museoscienza.org/voci-della-scienza/documento.asp?doc=122#document_open

Sappiamo bene, noi archeologi, ma in generale noi tutti che facciamo ricerca in qualsiasi ambito, quanto siano importanti le fonti per la ricostruzione storica. Ebbene, ricordiamoci sempre di dare uno sguardo in archivio. Spesso le risposte che cerchiamo sono già state scritte da qualcun altro prima di noi.

 

Alessandro Marzo Magno, Missione Grande Bellezza

 

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