quasi giallo giannichedda

Enrico Giannichedda, Quasi giallo

E se si riuscisse a comunicare l’archeologia attraverso un romanzo? Parlo di archeologia in quanto metodo, in quanto dibattito teorico, in quanto disciplina. Se si raccontasse attraverso un romanzo come l’archeologo conduce il suo ragionamento, alla base di qualsiasi tipo di ricerca egli porti avanti?

Quasi giallo

La copertina di Quasi Giallo, di Enrico Giannichedda, Edipuglia editore

L’archeologo lavora per prove, secondo quello che è stato definito paradigma indiziario, cioè il metodo di analisi proprio di chi indaga per scoprire i colpevoli di un fatto. Non è casuale che spesso si dica “indagini archeologiche”. La ricerca archeologica assume spesso i contorni di un giallo. Anzi, di un Quasi Giallo. Così il titolo del romanzo di Enrico Giannichedda, Quasi Giallo, non deve stupire. Il suo non è un racconto giallo, non del tutto, perché anche se si parte da un fatto che ha tutti i contorni del giallo, le indagini che vengono raccontate pagina dopo pagina non sono indagini poliziesche, ma indagini… archeologiche. Esatto. Se lo sfondo del romanzo è un fatto di cronaca nera che coinvolge i protagonisti, di fatto l’attenzione dell’intera trama ruota tutta intorno al “Seminario”, il ciclo di lezioni e di tesine annesse, e costituisce la parte preponderante dell’intero racconto.

La trama

Un professore di Numismatica Antica, Schelotto, muore a seguito di quello che viene considerato da tutti un infarto. In Università la notizia viene appresa con una certa inquietudine dai docenti e ricercatori che ruotano intorno al Dipartimento. E tra di essi non tutti, anzi quasi nessuno, ha la coscienza pulita. In particolare Bollo, il protagonista del romanzo, un giovane ricercatore, ha parecchi motivi per cui non stare tranquillo, ma più di tutto è importante l’organizzazione e lo svolgimento del “Seminario” di archeologia. Seguiamo giorno dopo giorno lo svolgersi delle lezioni in università, gli scambi di email con gli studenti, le relazioni amorose, esistenti, nascenti e forse desiderate, e poi i vari incidenti di percorso, in un intrecciarsi di personaggi che intervengono sulla scena: la prof, Serena, la dottoranda, Emy, la studentessa, Alessandra.

In un crescendo di eventi, sempre più gravi e sempre più pericolosi, l’unica costante che rimane, il porto sicuro in cui ripararsi, è la lezione del “Seminario”, che ogni volta ci spalanca nuove prospettive. Attraverso il racconto di scoperte archeologiche, problematiche interpretative, metodi di indagine, approfondimenti sull’archeologia teorica e sulla storia della cultura materiale, è in queste lezioni che si sviluppa il vero “Romanzo di archeologia” che fa da sottotitolo a Quasi giallo, e che fa il verso e richiama “Il romanzo dell’Archeologia” di C. W. Ceram (come fa notare lo stesso autore nella nota bibliografica in calce al romanzo).

Interpretare la realtà materiale

Otzi
La mummia di Similaun, Ötzi, è uno dei casi di studio affrontati nel “Seminario” (credits: wikipedia)

Il titolo del “Seminario” è “Interpretare la realtà materiale“. Un titolo che è il significato stesso del fare archeologia. Nel corso delle lezioni il giovane ricercatore Bollo – alter ego dell’autore, come vedremo poi – racconta scoperte e teorie archeologiche molto varie fra loro. Si va dai noti Ötzi, Lupa Capitolina, Sindone e Troia, ai meno noti Uomo di Kennewich e alle Iene del Circeo, passando da vere lezioni sul metodo archeologico, sul modo di procedere che ha molti moltissimi punti in comune col modo di procedere delle investigazioni poliziesche. Tutti i casi presentati vengono sviscerati con grandi approfondimenti, puntando sulla presentazione delle tesi contrapposte, e su come la lettura dei dati possa portare a interpretazioni diverse. In alcuni casi è incontrovertibile scegliere un’interpretazione piuttosto che un’altra, ma in altri ciò non è ancora possibile, per insufficienza di prove, e bisognerà continuare ad indagare, tenendo conto di alcune importanti osservazioni:

  1. In archeologia si rischia di trovare ciò che si cerca, ovvero di interpretare le tracce sulla base della propria idea, e non viceversa. Un suggerimento, questo, che non si rivolge solo agli studenti, ma anzi, si rivolge agli archeologi più esperti e navigati (e non manca, nel testo, qualche frecciatina).
  2. Se non troviamo la risposta giusta ai nostri interrogativi, forse ci stiamo ponendo la domanda sbagliata. Allo stesso tempo, la direzione presa da un’interpretazione può portare alla formulazione di nuove domande, che all’inizio non ci saremmo posti, ma che ad un certo momento diventano quasi più importanti della domanda di partenza stessa (è un po’ ciò che è avvenuto con il mio progetto di dottorato, poi divenuto Sentinum 2 😉  )
  3. Archeologia è vedere le persone nelle cose che ci sono giunte, ovvero vedere gli uomini di un tempo dietro gli oggetti e i reperti che rinveniamo e quindi ricostruire le storie di queste persone a partire dalle evidenze materiali che esse ci hanno lasciato. E questo è il fondamento di quella disciplina che va sotto il nome di Storia della Cultura Materiale.

Enrico Giannichedda e la Cultura Materiale

Per chi non conosce l’autore, e soprattutto non è stato suo studente all’Università, non sarà facile, se non per qualche rarissimo segno lasciato qua e là, riconoscere Genova e la sua Facoltà di Lettere e Filosofia. Io ho avuto entrambe le fortune, e ho seguito all’università (di Genova) il corso di Storia della Cultura Materiale che Enrico Giannichedda teneva in una fredda aula di via Balbi 4, all’epoca la sede dei vari dipartimenti facenti capo ad archeologia. Pagina dopo pagina, lezione dopo lezione, mi sono ritrovata catapultata in aula, a prendere appunti, così come facevo all’epoca (15 anni fa? Può essere?). Nessun seminario, all’epoca, ma ugualmente lezioni sul metodo archeologico, sull’interpretazione della realtà materiale, sull’archeologia teorica.

Se eliminiamo dal romanzo le pagine relative all’intreccio, otteniamo le dispense di un corso di metodologia della ricerca archeologica. Dispense in cui si alternano a casi di studio (i vari Ötzi, Lupa Capitolina, ecc.) lezioni teoriche su paradigma indiziario, differenza tra metodo deduttivo e induttivo, il concetto di interpretazione in archeologia.

Questo romanzo ha valore in quanto è un volume di archeologia romanzato. Chi si occupa di storytelling vi potrebbe trovare del materiale interessante: Giannichedda ha costruito un intreccio intorno ad un corso di archeologia, ha inserito in una cornice – il giallo in cui è invischiato Bollo insieme agli altri personaggi della vicenda – vere e proprie lezioni di archeologia e di metodo.

Un romanzo che si rivolge principalmente agli addetti ai lavori, agli studenti in primis. Per quanto mi riguarda, un bell’esperimento di compenetrazione tra due generi, il romanzo e la saggistica per la didattica, che ha del potenziale e di cui spero di leggere in futuro altre prove. Magari dello stesso autore.

 

Enrico Giannichedda, Quasi Giallo, Edipuglia, Bari, 2018

 

3 pensieri su “Enrico Giannichedda, Quasi giallo

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