#5SGUARDI: un’archeoviaggiatrice a Palazzo Strozzi per “Il Cinquecento a Firenze”

Avete mai pensato a quante chiavi di lettura possano avere le opere d’arte? E a quante narrazioni possano dare origine? Le chiavi di lettura possono essere molteplici, anche bizzarre, a volte; possono essere inaspettate. Per esempio, avete mai pensato di raccontare un’opera d’arte dal punto di vista del viaggio che ha percorso, o del viaggio che ha fatto l’artista, o del viaggio che racconta?

È quello che ho fatto io in occasione di #5SGUARDI alla mostra Il Cinquecento a Firenze a Palazzo Strozzi.

Cos’è #5SGUARDI

Da un’idea di Stefania Berutti di Memorie dal Mediterraneo, con l’approvazione di Palazzo Strozzi, io, Stefania, Antonia Falcone di Professione Archeologo, Michela Santoro di Nati sotto Mercurio e Gennaro De Luca, abbiamo visitato la mostra Il Cinquecento a Firenze, attualmente a Palazzo Strozzi, raccontandola in livetwitting, ma ciascuno col suo punto di vista: #5sguardi, appunto, cinque modi di intendere, di osservare e di raccontare l’opera d’arte: c’era la narratrice, Stefania, l’archeologa glamour, Antonia, la ludica dell’arte, Michela, il critico d’arte, Gennaro, e poi io, l’archeoviaggiatrice.

Rimando alla conversazione su twitter #5sguardi per captare tutti i tweet e gli “sguardi”. Qui vi racconto il mio punto di vista, quello cioè del viaggio.

Un viaggio nell’arte del ‘500 a Firenze

Molte opere e le biografie di molti artisti si prestano a parlare di viaggi. Qui vi voglio dare solo alcuni spunti su alcune opere particolarmente significative e su alcune vite particolarmente movimentate.

Opere in viaggio

Bronzino, Cristo Deposto
  • Agnolo Bronzino, Cristo Deposto. La Cappella privata di Eleonora di Toledo è un piccolo ambiente all’interno degli Appartamenti privati dell’amatissima moglie di Cosimo I Medici in Palazzo Vecchio. Il fulcro della stanza è il Cristo Deposto dipinto dal Bronzino che con i suoi colori accesi vivacizza lo spazio angusto. Ma prima di questa pala che oggi tutti possono vedere in Palazzo Vecchio, il Bronzino aveva già dipinto un’altra pala, con soggetto analogo, che però fu donata da Cosimo I a Nicolas Perrenot de Granvelle, segretario particolare dell’imperatore Carlo V, originario di Besançon, che intratteneva rapporti politici con Firenze. Così la pala, che aveva visto la luce in riva all’Arno, fu trasferita in una cittadina, Besançon, che sorge nell’ansa del fiume Doubs. Correva l’anno 1545. Da quella data non fece più ritorno in Italia e al Bronzino, qualche tempo dopo, fu commissionato un dipinto con identico soggetto per la solita Cappella privata di Eleonora.
Vincenzo Danti, Leda e il cigno
  • Vincenzo Danti, Leda e il cigno. Oggi si trova al Victoria & Albert Museum, giunto a Londra grazie ad un acquisto che nel 1865 fece il pittore preraffaellita John Everett Millais, su consiglio di un archeologo, Henry Layard, che fu lo scopritore di Ninive e che bazzicava parecchio Firenze. Millais, tra l’altro, è l’autore del celeberrimo Ophelia: tante storie si intrecciano nella vita delle opere. Millais riteneva che l’opera fosse di Michelangelo e la portò a Londra nel 1866. Qui sperava di poterla rivendere ad un grande museo, ma fin da subito furono avanzati dubbi, giustamente, sulla paternità della scultura.
  • Alessandro Allori, Venere e Amore. Questo dipinto, dolcissimo, fu realizzato per Lodovico Cattani da Diacceto, fiorentino che viveva a Lione. Costui divenne uno dei banchieri più potenti di Francia grazie alla protezione di Caterina de’ Medici e la sua stella fu sempre così fortunata da fargli acquisire il titolo di conte di Châteauvillaine nel 1578 e da fargli sposare la figlia del Duca d’Atri, consentendogli l’ingresso a tutti gli effetti nella nobiltà francese. Già dal 1571, comunque, si era trasferito a Parigi dove aveva acquistato, nel Marais, in Rue Vieille du Temple, un palazzo enorme che aveva ornato di antichità e opere d’arte. Il Marais fu per lungo tempo il quartiere privilegiato per le residenze nobiliari degli aristocratici parigini: tutt’oggi i grandi palazzi che si incontrano nelle strade strette di questo caratteristico quartiere di Parigi sono le antiche dimore dei grandi casati. La tavola di Venere e Amore fu quindi portata a Parigi nella residenza del Cattani. Ma come si sa, la fortuna gira e così già nel 1586 il banchiere fu costretto a vendere il Palazzo e le opere che lo adornavano. Per alterne vicende di passaggi di proprietà, che portarono il dipinto fino a Londra, alla fine la tavola si fermò a Montpellier, dove si trova oggi.
Alessandro Allori, Venere e Amore

Artisti in viaggio

Andrea del Sarto, Pietà di Luco
  • Andrea del Sarto, Compianto sul Cristo morto. Chiamato anche “Pietà di Luco” questo dipinto fu realizzato dal pittore fiorentino (che per qualche tempo, tra l’altro, dimorò in via Gino Capponi, accanto alla chiesa della SS. Annunziata per la quale lavorò e accanto al Museo Archeologico Nazionale di Firenze dove invece lavoro io) per il monastero camaldolese di San Pietro a Luco del Mugello, località fuori città nella quale il pittore si era rifugiato per sfuggire alla peste. Ed ecco un tipo di viaggio tutto particolare: la fuga da un focolaio di malattie, la residenza in un posto salutare. Come lui, nel 1523 lasciarono Firenze per colpa della peste numerosi artisti che elessero a dimora altre destinazioni, dove ugualmente lavorarono. A Luco, le monache del convento di San Pietro gli commissionarono l’opera, desiderose di possedere un dipinto di un artista che godeva di grande fama.
Federico Zuccari, Porta Virtutis
  • Federico Zuccari, Porta Virtutis. Cosa succede ad un pittore se offende il suo committente con un’opera in cui allude a lui ritraendo un personaggio con le orecchie d’asino? Le orecchie d’asino, sin dai tempi del mito di re Mida e Apollo, indicano colui che non capisce niente di arte (di musica nel caso di Apollo, che era molto suscettibile quando concorreva in sfide musicali, v. il mito di Apollo e Marsia e la brutta fine che Marsia fa); inoltre indicano la calunnia ed è con questo duplice significato che Zuccari le rappresenta nella sua Porta Virtutis, un dipinto che diventa una sorta di manifesto di difesa dell’espressione dell’artista. Tornando a noi, il committente si offende a morte, e siccome è ricco e potente, caccia il nostro Zuccari da Bologna e letteralmente lo esilia. Zuccari allora si reca a Firenze e Venezia, dove professa la sua innocenza: e a Firenze gli credono senz’altro, perché qui dipinge l’interno della Cupola del duomo. Solo qualche anno dopo verrà graziato dal papa e potrà andare a Roma. Ecco dunque un altro tipo di viaggio: quello obbligato, perché costretto dall’esilio.
  • Pietro Candido (Pieter de Witte), Giovanni Stradano (Jan van der Straet), Giambologna (Jean de Boulogne). Ecco tre pittori con tre storie diverse ma accomunate da tre elementi: l’origine fiamminga, il viaggio in Italia per completare la propria formazione artistica ed esercitare la professione, il peregrinare per le corti d’Europa mettendo a frutto la propria esperienza e il proprio ingegno. E se Stradano nella sua Crocefissione per la chiesa della SS.Annunziata inserisce dei dettagli di stampo fiammingo, come il volto grottesco del moro ai piedi della croce, lo scheletro incatenato e il cane mostruoso, che hanno una forte valenza morale, come tanta pittura fiamminga, Giambologna, scultore, viene a Roma per studiare l’arte antica e di Michelangelo, per metterne in pratica gli intendimenti rielaborando i modelli e creando opere innovative.
Giovanni Stradano, Crocefissione, dettaglio
Giambologna, Venus Fiorenza

Giambologna ha tantissima fortuna a Firenze, dove lo vediamo attivo alla corte dei Medici per tante opere: il Ratto delle Sabine che realizza sia in bronzo che in marmo (in marmo si trova nella Loggia dei Lanzi, in piazza della Signoria, in bronzo a Napoli), la grande statua dell’Appennino nella villa medicea di Pratolino, lungo la strada che conduce a Bologna attraverso il Mugello e le sculture che ornano le fontane della villa medicea di Castello. Queste sono l’Ercole e Anteo, tema caro alla Firenze medicea, e la Venus Fiorenza, ovvero una reinterpretazione del tipo dell’Afrodite Anadiomene, ovvero la dea nuda che si strizza i capelli uscendo dall’acqua: e in effetti proprio dall’acqua di una fontana emergeva (oggi non è più a Castello, ma in un’altra villa medicea, la Petraia, a poca distanza). Proprio a Bologna, poi, realizza la statua di Nettuno per l’omonima famosissima fontana e il Mercurio che, progettato inizialmente per l’Archiginnasio di Bologna (la sede della più antica università d’Europa) è poi giunto a Firenze ed ora si trova al Bargello.

Mirabello Cavalori, Michelangelo, Soderini e il sultano
  • Mirabello Cavalori, Michelangelo, Soderini e il sultano. In questo caso il dipinto ci racconta la storia di un viaggio mancato: quello che Michelangelo avrebbe potuto fare a Costantinopoli per realizzare un ponte su commissione del sultano turco. L’artista fu però convinto a non andare da Pier Soderini, che fu Gonfalone di Firenze agli inizi del Cinquecento, negli anni della Repubblica fiorentina. I tre personaggi rappresentati sono dunque il sultano, che indossa un turbante, Soderini che discute con lui in primo piano, e Michelangelo in piedi dietro, che ascolta ma sostanzialmente non interviene nella conversazione. Ecco che allora abbiamo il viaggio che non avverrà mai. E non sapremo mai se Michelangelo avrebbe voluto andare fino a Costantinopoli, oppure se tutto sommato non avesse voglia di allontanarsi dall’Italia.

#5sguardi per fare storytelling

Affrontare la lettura delle opere d’arte scegliendo un punto di vista privilegiato è stato per me un’esperienza davvero stimolante: mi sono costretta a osservare le opere, a documentarmi e a studiarne l’origine, la storia seguente alla loro creazione (quella che un bel progetto chiama “Vita delle opere“) e le vicende degli artisti che le hanno eseguite. Ho imparato davvero tanto, tanti dettagli non sarebbero mai venuti a galla. Raccontandole su twitter, poi, nei risicati 140 caratteri a mia disposizione, ho dovuto privilegiare dettagli, cercare confronti e collegamenti, costruendo un racconto (storytelling come viene chiamato nel web 2.0 e nei social) che fosse accattivante. Interpretare il personaggio dell’archeoviaggiatrice è stato divertente, ma altrettanto divertente è stato scoprire i punti di vista degli altri personaggi. Perché di base per raccontare la mostra “Il Cinquecento a Firenze” ognuno si è focalizzato sul suo tema, senza sovrapporsi agli altri. Uno storytelling a 5 voci, anzi, a 5 sguardi.

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