Bicchieri che raccontano storie: il deposito votivo di Vicarello

Il Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme è talmente pieno di spunti di racconto, che davvero non saprei da dove cominciare. È un museo dedicato principalmente all’arte antica ed espone capolavori che si trovano su tutti il libri di storia dell’arte greca e romana. Lo visito spesso: è a due passi dalla stazione Termini, per cui quando mi avanza un’oretta è facile che vada a farci un giro di ristoro intellettuale. L’ultima volta però ho notato qualcosa cui nelle scorse occasioni non avevo mai fatto caso, forse perché nella sezione dedicata alla storia della moneta non entro mai… comunque, ho scoperto l’interessante storia, e l’ancor più interessante musealizzazione, del deposito di Vicarello.

Vicarello

La vetrina dedicata ai Bicchieri di Vicarello al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme

Vicarello si trova sul lago di Bracciano, vicino a Trevignano Romano. È una località termale fin da tempi antichissimi: vi è una sorgente di acque sulfuree ad alta temperatura dalle doti altamente salutari. Come sempre in questi casi, alla sorgente salutare si associava un culto delle acque, ed è così che Vicarello ospitava accanto alle acque termali un santuario curativo, le Aquae Apollinares. Come avveniva sovente nell’antichità, i malati, o comunque i fedeli, che si recavano presso le fonti sacre o le acque termali, lasciavano doni, ex-voto, oppure monete, che venivano poi raccolti in un deposito votivo, una stipe. L’Etruria, ad esempio, conta numerosi santuari salutari: il Lago degli Idoli, per esempio, sul Monte Falterona alle sorgenti dell’Arno, fu per lungo tempo un importante santuario salutare etrusco, che ha restituito centinaia di bronzetti votivi, statuette di offerenti, di votivi anatomici a forma di gamba, mani, o braccia, di teste, ex-voto donati dai fedeli, che hanno consentito agli archeologi di capire per quanto tempo esso fu frequentato sulla base dell’analisi stilistica dei bronzetti, dai primi, arcaici, di VI secolo a.C., ai più recenti di età ellenistica.

La stipe votiva di Vicarello

L’eccellente ricostruzione stratigrafica della successione delle monete donate nel deposito di Vicarello al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme

Tornando a Vicarello, la stipe fu scoperta nel 1852 durante lavori di ristrutturazione del complesso termale (l’ho detto che ha una vocazione millenaria!), presso il pozzo che metteva in comunicazione con la sorgente. Esso apparve da subito pieno di “antico metallo”: fu condotto un recupero frettoloso e disagevole di tutto il materiale senza che si tenesse conto di ogni informazione riguardo la stratigrafia (un concetto all’epoca completamente inesistente per la ricerca archeologica). Di fatto andò distrutto il contesto di rinvenimento, e anche molti degli oggetti, principalmente le monete, dovettero andare smarrite (nelle tasche di qualcuno). All’epoca fu comunque pubblicato un resoconto a cura di Giuseppe Marchi: La stipe tributata alle divinità delle Acque Apollinari.

I materiali confluirono nella collezione del Museo Kircheriano che accoglieva la collezione di Atanasius Kircher, gesuita erudito del XVII secolo che si dilettava di antichità (tra le tante tentò una traduzione dei geroglifici egizi) e che come molti del suo tempo collezionava oggetti antichi. I materiali del deposito di Vicarello confluiti nel Museo Kircheriano passarono poi al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme e qui si trovano.

Per un archeologo è già difficile studiare un contesto archeologico; figurarsi cercare di ricostruire un contesto a partire da oggetti che ne sono stati privati. È quello che però è accaduto per Vicarello, per studiare il quale sono stati interrogati gli oggetti. Si tratta di un cospicuo tesoro di monete greche, etrusche e romane (più 400 kg di aes rude, cioè di pezzi di bronzo non lavorato usati come primitivissima moneta di scambio) che ci raccontano la frequentazione del luogo per almeno 1000 anni, dal VI secolo a.C. al IV secolo d.C. In museo, questa successione cronologica è stata risolta brillantemente ricostruendo una stratigrafia virtuale, ma realistica, delle deposizioni successive di monete: negli strati più bassi le più antiche e via via quelle più recenti fino alle ultime monete che furono gettate nel pozzo decretando la fine della frequentazione del santuario.

I bicchieri di Vicarello

Uno dei bicchieri di Vicarello

Insieme alle monete nel deposito votivo si trovavano anche vasi in oro, in argento e in bronzo. Tra i vasi, i 4 bicchieri d’argento colpiscono l’attenzione. Perché? Perché fanno parte di un lotto unico, sul quale è iscritto, tappa dopo tappa, l’itinerarium Gaditanum, ovvero l’itinerario, città per città che conduceva da Gades, Cadice, sulla costa atlantica spagnola oltre le Colonne d’Ercole, a Roma.

I bicchieri sono uguali tra loro, tutti di forma cilindrica a imitazione dei cippi miliari che si incontravano lungo le vie consolari e che segnavano le distanze dalla Capitale dell’Impero. I bicchieri fungevano così da guida, con la segnalazione di ogni tappa e le distanze relative. Un oggetto indispensabile nel bagaglio di un viaggiatore antico, che risale al IV secolo d.C. e, per noi, un prezioso documento della viabilità romana di quei tempi, con l’indicazione dei centri e delle stazioni di posta più importanti o strategiche lungo il cammino.

L’Itinerarium Gaditanum

Insieme alla Tabula Peutingeriana, l’Itinerarium Gaditanum è una delle fonti più importanti per conoscere la viabilità, e gli itinerari, del mondo romano. Mentre la Tabula Peutingeriana è la riproduzione medievale di un documento del IV secolo d.C., che riproduce una mappa del mondo romano con le strade segnate in rosso e ogni singolo centro, città o stazione di posta, l’Itinerarium Gaditanum è un elenco di città disposte secondo l’ordine di percorso da Gades a Roma. L’itinerario tocca tantissime città note del mondo antico (e moderno): non è difficile infatti riconoscervi in Spagna Cordoba, Evora, Sagunto, Tarragona, per la Francia Narbonne, Nîmes, Arles, Glanum, Lione, per l’Italia Susa, Torino, Pavia (Ticinum), Piacenza, Firenze, Parma, Modena e Bologna, Forlì, Cesena, Rimini, Pesaro, Fano, Fossombrone, Cagli (che all’epoca era solo una stazione di posta lungo la via Flaminia), Iesi, Nocera Umbra, Narni e infine Roma.

Itinerarium Gaditanum, trascrizione. Credits: Bibliotheca Augustana

Per gli archeologi e gli studiosi di topografia antica l’Itinerarium è un prezioso documento che informa sulle strade consolari più battute, sulle città importanti all’epoca, fa interrogare sul perché delle scelte di un determinato percorso piuttosto che un altro: per esempio, in Italia invece che scendere, accorciando, lungo la via Aurelia sul Tirreno o lungo la Cassia nell’interno, una volta toccata Florentia, attraversa la Pianura Padana lungo la via Postumia e scende l’Adriatico per congiungersi con la Flaminia attraversando gli Appennini. Evidentemente c’erano delle buone motivazioni, come la sicurezza stradale e città meno fiorenti sul lato tirrenico rispetto a quello adriatico. Ecco che allora un documento come l’Itinerarium Gaditanum aiuta nella comprensione di alcuni aspetti della storia antica che altrimenti non si potrebbero inferire con altrettanta facilità.

 

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