Dolia dududu: finalmente esposti i dolia della nave romana di Diano Marina

Ha recentemente inaugurato il nuovo Museo Navale di Imperia, in uno splendido spazio espositivo e con l’ambizione di diventare il principale polo museale dedicato al mare del Ponente Ligure. Ho avuto la fortuna di trovarmi a Imperia proprio il giorno dell’inaugurazione e la sorpresa più grande è stata trovare, nella prima sala al pianoterra del museo, i dolia della nave romana di Diano Marina.

  • Punto primo: cosa sono i dolia?
Uno dei dolia di Diano Marina
Uno dei dolia di Diano Marina: si vedono molto bene le incrostazioni

I dolia, al singolare dolium, sono dei contenitori da trasporto di grandi dimensioni. In terracotta, avevano pareti molto spesse perché dovevano resistere agli urti e dovevano contenere grandi quantità di derrate alimentari sia solide, come granaglie e cereali, che liquide, come il vino. Il corrispettivo in italiano è la giara: e guardando infatti ognuno di questi oggetti non può non tornare in mente la novella di Pirandello.

Questi grandi contenitori erano utilizzati per conservare e stivare, dunque, grandi quantitativi di cibarie o liquidi: nelle grandi dispense, negli horrea, i magazzini di epoca romana, questi erano i contenitori dai quali si riempivano le anfore per il commercio al dettaglio.

  • Punto secondo: navi onerarie sui mari dell’impero
La fiancata della stiva della nave romana di Albenga ricostruita col suo carico di anfore
La fiancata della stiva della nave romana di Albenga ricostruita col suo carico di anfore

Solitamente erano le anfore a solcare i mari nelle stive delle navi onerarie nel corso dell’impero: trasportavano olio e vino, ma anche il garum, la salsa di pesce che non mancava mai in tavola, e poi olive, frutta secca, cereali. A seconda del luogo di provenienza, le anfore trasportavano i prodotti verso i loro mercati nei vari porti del Mediterraneo, secondo rotte spesso complicate da ricostruire: innanzitutto è necessario risalire alla forma dell’anfora, perché a seconda del prodotto trasportato e del luogo di produzione variavano le forme di collo, orlo, pancia, anse e puntale, nonché la capacità stessa del contenitore. L’impasto varia in funzione delle terre utilizzate: analisi archeometriche accurate oggi sono in grado di di risalire alle regioni di produzione. Sempre le analisi archeometriche possono, nei casi più fortunati, dirci cosa era contenuto dentro l’anfora. A questo si aggiunge la presenza, quando c’è, del bollo del produttore e dei tituli picti scritti a mano, sui quali poteva essere indicato anche il contenuto. Il luogo di rinvenimento, se in contesto di scavo archeologico in un sito sulla terraferma, ci dice qual era la destinazione finale dell’anfora, e ci dice quindi quali prodotti arrivavano nel sito. Se lo scavo invece è subacqueo, non sappiamo dove stesse andando la nave oneraria, ma possiamo ipotizzare la rotta commerciale sulla base del luogo del naufragio.

  • Punto terzo: le navi doliari
Uno dei dolia di Diano Marina nel Museo Navale di Imperia
Uno dei dolia di Diano Marina nel Museo Navale di Imperia

Le navi onerarie romane trasportavano per la maggior parte anfore impilate nelle stive, in mezzo alle quali trovava posto vasellame più fine da immettere sul mercato della destinazione finale del viaggio. La forma così sinuosa delle anfore permetteva di stivarne insieme il più possibile, e gli interstizi erano occupati da piatti e altri oggetti, la cosiddetta “merce di accompagnamento”.

Ci fu un momento, però, nella storia dei trasporti commerciali su mare romana, in cui si pensò che poteva essere conveniente far viaggiare navi cariche di dolia, navi conteiner, per così dire. La nave era costruita intorno ai contenitori, che erano davvero pesantissimi e di difficile trasporto e stivaggio: immaginate a calarli dall’alto in una stiva; impossibile. Vi spoilero subito il finale: navi di questo tipo, con un carico troppo pesante e poco maneggevole, hanno viaggiato per il Mediterraneo per pochissimo tempo. I relitti rinvenuti sono pochissimi rispetto a quelli di navi da anfore, e si concentrano in un periodo limitato di tempo: a cavallo tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.: evidentemente naufragavano con una frequenza maggiore rispetto alle navi onerarie consuete, per cui quest’esperimento che forse, dal punto di vista economico, sarebbe stato più fruttuoso, fu abbandonato in fretta perché maggiormente esposto ai rischi. Un peccato per i commercianti, dato che un dolio dei più grandi poteva contenere sino a 3100 litri, cioè il contenuto di 110 anfore!

il recupero dei dolia della nave romana di Diano Marina
il recupero dei dolia della nave romana di Diano Marina

Le navi a dolia trasportavano principalmente vino: oltre ai dolia, nella stiva erano contenute anche anfore (non si risparmiava neppure un pertugio!) riconosciute come vinarie: solitamente si tratta di anfore del tipo Dressel 2/4, utilizzate appositamente per il trasporto di vino da una costa all’altra del Mediterraneo.

  • Punto quarto: la nave romana di Diano Marina

Ed eccoci finalmente ai nostri dolia. La nave che li trasportava affondò nel golfo di Diano in età claudio-neroniana, tra il 41 e il 68 d.C. Trasportava sicuramente vino, per associazione con le anfore rinvenute al suo interno, del tipo Dressel 2/4 di produzione della Spagna Tarraconense (regione di Tarraco, Tarragona, ancora oggi grande produttrice di vini), oltre ad anfore del tipo Dressel 7/11 per il trasporto del garum (anch’esso prodotto in Spagna: un esempio su tutti la città di Baelo Claudia, fondata da Claudio). Le anfore erano disposte a prua e a poppa, mentre la parte centrale della stiva era occupata dai dolia, ben 14 di due tipologie differenti: 10 molto panciuti e larghi, 4, centrali, più allungati e stretti, che si inserivano bene nello spazio. I dolia panciuti, alti 1,80-1,90 m, contenevano fino a 3100 litri, quelli longilinei erano alti 2 m e contenevano però “solo” 1200 litri.

Il rilievo della nave di Diano Marina
Il rilievo della nave di Diano Marina

Osservando i dolia si notano le incrostazioni marine, lo spessore della terracotta, l’imponenza e l’immobilità, i bolli laterizi che indicano i fabbricanti, liberti della gens Pirania, originaria di Minturno, nel Lazio. Conosciamo dunque con buona probabilità il luogo di produzione di questi grandi contenitori e della nave che li ebbe in carico.

Una cicatrice in metallo su un dolio del carico della nave di diano marina
Una cicatrice in metallo su un dolio del carico della nave di diano marina

E ancora, sui dolia si notano le cicatrici: sono vere e proprie cuciture, saldature in grappe di metallo, che univano i pezzi andati rovinosamente in frantumi di un dolio che, durante una tempesta, era andato a battere contro un altro infrangendosi. Non si può buttare una nave per un solo dolio rotto, e non si può sostituire il dolio rotto con uno sano; pertanto direttamente sul posto, nella stiva, si riassemblavano i grossi frammenti. I dolia di Diano Marina hanno combattuto tante battaglie, prima che la loro nave affondasse definitivamente durante una tempesta più forte delle altre.

  • Punto cinque: i dolia di Diano, simbolo di identità cittadina

Perché vi ho voluto parlare di questa nave e del suo carico? Perché mi ha emozionato vedere i dolia finalmente esposti in una sede consona (speriamo che vengano musealizzati come si deve, con apparati didattici adeguati, che al momento sono assenti)? Chi non è di Diano Marina difficilmente può comprendere questo, che è un fenomeno sociale interessantissimo.

I dolia del palazzo comunale di Diano Marina
I dolia del palazzo comunale di Diano Marina

Fin da quando il relitto della nave romana di Diano è stato scoperto, i Dianesi sono stati orgogliosissimi di questo ritrovamento. L’archeologia subacquea era nata pochi decenni prima proprio in Liguria con un altro importante relitto, la nave romana di Albenga, grazie al ritrovamento di Nino Lamboglia; quello di Diano era il secondo rinvenuto nel Ponente Ligure: lo scavo subacqueo fu condotto dall’Istituto Internazionale di Studi Liguri, fondato da Lamboglia, prima con il Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina, poi con la Soprintendenza Archeologica della Liguria. Non solo, ma era il primo relitto che avesse un carico di dolia: il ritrovamento costituiva dunque una novità assoluta e un primato di cui davvero andar fieri. E i Dianesi ne andarono fieri, ed esposero alcuni dei dolia nel proprio palazzo comunale, e rimasero sempre molto attenti alle loro sorti, quando si trattò di restaurarli e fu promesso che avrebbero avuto una degna sede espositiva.

Storia dei dolia: quando furono prelevati dal comune di Diano, scatenando la protesta della cittadinanza
Storia dei dolia: quando furono prelevati dal comune di Diano, scatenando la protesta della cittadinanza

I Dianesi amano i loro dolia, li considerano un elemento e monumento della loro città al pari della chiesa parrocchiale, per capirci. Sono un frammento di storia passata cui sono particolarmente legati, cui non rinuncerebbero mai. Sono un segno distintivo, identitario. Sono un bellissimo esempio di come una scoperta archeologica fortifichi il senso di appartenenza ad una comunità civica.

Le ho sentite, all’inaugurazione del Museo Navale di Imperia, le esclamazioni di stupore, di felice sorpresa e di ammirazione nelle persone presenti, che per la prima volta dopo anni si sono trovate davanti tutta la distesa dei dolia. Le ho viste contemplarli, osservarli, fotografarli, certo, notare le cicatrici, commentare che “Finalmente, era l’ora!”. Era l’ora che i dolia tornassero a casa.

 

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