“Il megalitismo nella Preistoria”: un convegno a Santa Fiora

Nell’ambito degli eventi organizzati in concomitanza della mostra multimediale “Le orme dei Giganti“, Santa Fiora (GR) ha ospitato il 29 giugno un convegno, organizzato dalla rivista Archeologia Viva, sul megalitismo in Italia.

Tema lungi dall’essere chiarito, sia per la molteplicità delle sue forme, sia per la sua diffusione, si potrebbe dire, a chiazze sul territorio italiano (come del resto su quello europeo), quello del megalitismo è un aspetto della preistoria cha da molto tempo affascina sia i ricercatori che i semplici appassionati con esiti, talvolta, fantasiosi e poco credibili (si pensi alla marea di teorie strampalate che circolano intorno a Stonehenge o agli allineamenti di Carnac…tutte teorie che rientrano in quello che io chiamo l’Effetto Voyager).

A fare il punto della situazione sulla ricerca in Italia sono intervenuti alcuni dei ricercatori maggiormente impegnati sul campo. Essi hanno presentato al pubblico, costituito dai più appassionati lettori di Archeologia Viva (per i quali la redazione a addirittura organizzato un autobus, una vera e propria gita!) e dagli abitanti di Santa Fiora, il quadro attuale delle nostre conoscenze in materia di megalitismo in Italia.

Hanno aperto il convegno Fulvia Lo Schiavo, Emanuela Paribeni, Paola Perazzi, Elena Sorge della Soprintenenza per i Beni Archeologici della Toscana, le quali hanno presentato un aggiornamento sulla riceca relativa alle statue-menhir/statue-stele della Lunigiana. Fenomeno conosciutissimo, al quale è dedicato un intero museo a Pontremoli (MS), quello delle statue-stele è uno studio che procede via via che si fanno nuovi ritrovamenti. L’ultima ipotesi, suffragata dal ritrovamento di una serie di 7 statue-stele rinvenute a Groppoli, fa propendere per il loro impiego lungo gli assi viari, piuttosto che in connessione con usi funerari. Le statue stele, statue antropomorfe sia maschili che femminili, realizzate a partire dall’apparizione dei Metalli, si classificano tradizionalmente in 3 gruppi, a seconda del trattamento della testa rispetto al resto del corpo: nel gruppo A, più antico, la testa non si differenzia dal resto del corpo, ma è separato da esso solo da una linea incisa; nel gruppo B, invece, la testa assume la caratteristica forma “a cappello di gendarme” e nel gruppo C, infine, la testa diviene tonda. Le statue stele più antiche in qualche caso vengono rilavorate e quindi riutilizzte nell’età del Ferro dalle comunità dei Liguri che vivono nella Lunigiana. In qualche caso la sopravvivenza di una qualche forma di culto o di funzione legata alle statue stele giunge fino all’età tardo-romana, ed è infine col Cristianesimo che l'”uso” scompare definitivamente. Un progetto di valorizzazione del territorio volto a focalizzare l’attenzione delle statue stele lunigianesi consta di un percorso lungo i siti interessati dai ritrovamenti, sistemando, nel luogo del rinvenimento o della loro giacitura originaria delle copie degli originali che si trovano, per motivi di tutela, ma del tutto decontestualizzati, dislocate nei vari musei, tra cui in particolare Pontremoli.

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Sebastiano Tusa della Soprintendenza del Mare della Regione Sicilia ha illustrato la presenza del megalitismo in Sicilia. Si tratta di una presenza piuttosto scarsa, anzi, marginale, legata a fenomeni di ipogeismo, con le cosiddette tombe a grotticella artificiale. La cultura di Castelluccio in particolare sviluppa questa forma, realizzando anche facciate monumentali di ingresso alla tomba. Giusto l’isola di Pantelleria offre qualche dato in più. Su di essa si trova l’unico caso di allineamento di menhir, che sembra puntare verso un punto preciso, non astronomico come in genere succede, ma dell’isola, dove si verificano emissioni di gas. Oltre a questa evidenza, l’architettura megalitica di Pantelleria realizza i Sesi, tombe molto articolate costruite in elevato, che potrebbero essere la trasposizione su terra ferma della tomba a grotticella artificiale ipogeica della Sicilia. Gli antichi abitanti di Pantelleria, giunti qui dalla Sicilia, non avendo trovato le stesse caratteristiche geomorfologiche per scavare tombe sotterranee ne rifecero il modello in elevato, dando vita a strutture che se dall’esterno possono somigliare ai nuraghe sardi, in realtà non hanno niente a che vedere.

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A Lucia Sarti dell’Università di Siena tocca fare alcune riflessioni sul megalitismo, in particolare sull’assenza di fenomeni megalitici in Italia centrale. Non solo, ma viene posto l’accento sulla diversità delle forme che vengono di volta in volta raccolte sotto il nome di megalitismo. In sostanza c’è ancora molto da studiare, da capire e da cercare, per avere una visione completa del problema.

Dopo questa pausa di riflessione Raffaella Poggiani Keller della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia ha portato il caso di studio dei Santuari megalitici della Lombardia, in particolare della Valtellina. I numerosi santuari della regione vengono realizzati secondo caratteri comuni: la topografia tipica è quella del complesso collinare, su terrazze di versante che affacciano sul fiume Adda e collegate tra loro da percorsi antichi. Il terrazzo viene spianato artificialmente: l’uomo interviene sul territorio, lo modifica e lo costruisce. I santuari sono siti di culto la cui funzione permane nei millenni: un santuario dell’età del Rame viene rifrequentato nell’età del Ferro e in qualche caso nei pressi sorge un’edicola votiva cristiana. La continuità va quindi dall’epoca megalitica fino ad oggi, si potrebbe dire! La Lombadia è famosa anche e soprattutto per i famosi massi istoriati della Val Camonica, alcuni dei quali sono stati rinvenuti proprio in questi santuari megalitici.

Per concludere Roberto Maggi della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria ha presentato il caso anomalo della Liguria, che al confine Ovest ha lo straordinario caso delle incisioni rupestri del Monte Bego, mentre all’estremità orientale, la Lunigiana, ha il caso delle già citate statue stele. In mezzo non c’è nessuna espressione di megalitismo propriamente inteso. Ma sul territorio si leggono chiaramente i segni dello sfuttamento e della trasformazione del paesaggio. Così intorno a 3800 anni prima di Cristo in Val Lagorara (SP) viene sfruttato un giacimento di diaspro rosso, utile per le punte di freccia usate all’epoca, così come nello stesso periodo nell’interno di Genova inizia lo sfruttamento di miniere di rame. Non solo, ma gli abitanti dell’attuale Liguria riuscirono a trasformare, grazie all’uso controllato del fuoco, ampi tratti di bosco in zone di pascolo per gli armenti, quegli stessi armenti che vengono rappresentati così numerosi (37% del totale di 32mila incisioni) sul Monte Bego. Provocatoriamente Maggi suggerisce che la grandezza dei gruppi umani dell’epoca non stia solo nel realizzare grandi opere in pietra, ma anche nel saper trasformare a proprio vantaggio il territorio. Allora è giusto chiamare “Giganti” quei gruppi umani che oltre a saper realizzare monumenti esagerati in pietra, avevano il saper fare necessario per realizzare laghetti artificiali, per sfruttare le miniere, per crere pascoli…insomma, per trasformare il paesaggio, che è la base per lo sviluppo ulteriore dell’evoluzione umana verso sempre più evolute forme di civiltà.

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Infine Luigi Biondo della Soprintendenza per i Beni Culturali di Trapani, ha introdotto la visita alla mostra “Le orme dei Giganti“, spiegando da dove nasce il progetto, ovvero l’importanza di far conoscere i Sesi al di fuori di Pantelleria e insieme di spiegare unitariamente un fenomeno che invece è quanto mai vario e ricco di sfaccettature. Infine, la scelta della sede, la Chiesa di Sant’Agostino a Santa Fiora, vuole essere l’inaugurazione di un nuovo spazio espositivo in un paese, Santa Fiora, appunto, immensamente interessato alla diffusione della cultura in tutte le sue forme.

Marina Lo Blundo

 

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