Colosseo_Troia e Roma

“Troia e Roma”: la mostra in corso al Colosseo

Ha inaugurato l’11 giugno, alla presenza del ministro della cultura italiano Alessandro Giuli e del ministro della cultura e del turismo turco Mehmet Nuri Ersoy, la mostra “Troia e Roma. Miti, leggende, storie del Mediterraneo antico“, esposta al Colosseo fino al 18 ottobre 2026.

Una mostra-evento, che si inserisce in un programma ben più ampio, e già avviato dal Parco archeologico del Colosseo, di grandi mostre di ampio respiro che coinvolgono siti di ampia rilevanza internazionale e si inseriscono nell’ambito delle linee di azione del Piano Mattei per l’Africa e il Mediterraneo: è successo l’anno scorso con la mostra “Magna Mater tra Zama e Roma” che però è stata dislocata su più sedi al Foro Romano, comportando dispersione e un po’ di straniamento nei visitatori internazionali e generalisti, che non comprendevano probabilmente la natura degli allestimenti.

Al Colosseo, nello spazio solitamente riservato alle mostre, al II Anello, è più facile dare il senso di un’esposizione, che sia un percorso, che sia un approfondimento, con un inizio e una fine. La mostra “Troia e Roma” ospitata al Colosseo effettivamente risponde a quest’esigenza, nonostante sia anch’essa divisa in sezione tematiche. Indubbiamente, avere a disposizione uno spazio unico e ben riconoscibile fa la differenza e in questo secondo me hanno peccato le mostre finora ambientate negli spazi del Foro romano; d’altro canto, l’ambientazione negli spazi del II Anello – angusti per definizione – rischia di essere mal fruita per l’innegabile perenne alta affluenza di pubblico all’interno del monumento.

Ma bando alle ciance, dedichiamoci al percorso espositivo.

Troia e Roma: due città legate da un mito, e non esattamente un mito qualsiasi: il mito fondativo di Roma, che prende il via dalla fuga di Enea con il padre Anchise sulle spalle e il piccolo Ascanio, figlio della sua unione con Venere. Il mito di Enea, tramandatoci da Virgilio, a sua volta discende da quello della Guerra di Troia, raccontata nell’Iliade di Omero.

Ma non è dal mito che prende le mosse la mostra. Piuttosto, con una scelta intelligente, parte dal dato storico e archeologico. La prima sezione della mostra contestualizza Troia e la Troade inquadrandola nell’ambito cronologico del III-II millennio a.C., quando in Anatolia si diffonde e prospera l’impero Ittita. Proprio il primo reperto in mostra è un trattato di pace tra il re di Wilusa, Ilio in lingua ittita, di nome Alaksandu, e il re ittita Muwattalli II. Il trattato di pace si colloca dunque negli anni 1290-1272 a.C. (il regno di Muwattalli II) ed è un testo piuttosto lungo in cui il nome Wilusa torna con una certa frequenza. Soprattutto, si inferisce dal testo che Wilusa è un distretto di frontiera del regno di Hatti, con il quale vige un antico patto di non belligeranza e anzi di fedeltà al re Ittita. L’importanza di quest’iscrizione risiede nel fatto che si tratta della più antica menzione del nome della città che sia giunto fino a noi.

Trattato di pace tra il re ittita e il re di Wilusa, prima menzione del nome della città

Situata presso lo stretto dei Dardanelli, in posizione strategica tra il Mar Egeo e il Mar Nero per quanto riguarda i collegamenti tra Anatolia mar Egeo e Mediterraneo orientale, faceva di Troia un centro commerciale e culturale importante fin dalla prima età del Bronzo; il periodo di massimo sviluppo corrisponde alla tarda età del Bronzo, tra il XVII e il XIII secolo, quando la città era protetta da imponenti mura, mentre una vasta area abitata si estendeva ai piedi della collina.

Più volte in mostra si fa riferimento alle relazioni commerciali con il mondo miceneo, l’Anatolia Ittita e il Mediterraneo orientale, sia a livello di cultura materiale per oggetti di vita quotidiana, che a livello di contesti funerari. Le prime sale esplorano proprio la storia e la società di Troia: la città era di tipo palaziale, ben evidente nella fase di Troia precedente a quella corrispondente alla Guerra di Troia, cioè la VI, datata al 1750-1300 a.C., quando all’interno della cittadella sorgevano edifici di grandi dimensioni costuriti su terrazze artificiali e destinati ai gruppi aristocratici e alle attività amministrative. In questa fase sigilli, armi, gioielli e ceramiche importate o di imitazione dal mondo miceneo documentano i rapporti intensi con l’Egeo e col Mediterraneo orientale.

Rhyton (vaso per bere) a forma di torre, Ankara, Museo delle civiltà anatoliche

La vita quotidiana a Troia nella tarda età del Bronzo, tra il 1750 a il 1000 a.C. mostra come agricoltura, artigianato e commercio fossero strettamente integrati. Le abitazioni erano articolat ein più ambienti destinati alla preparazione del cibo, alla conservazione delle derrate e alle attività artigianali: forni, macine e grandi contenitori da sotaccaggio parlano di un’economia absata su agricoltura, allevamento e gestione delle risorse alimentari; molto attestata la produzione tessile, così come quella della ceramica, del bronzo e dell’osso.

Un’attenzione particolare merita quello della religiosità e dei culti: gli scavi hanno restituito statuette antropomorfe e zoomorfe, idoli stilizzati in pietra e marmo, vasi miniaturistici, dosse rituali e deposizioni di oggetti di valore simbolico, legati a rituali di protezione, fertilità e culto degli antenati; la religiosità è fortemente influenzata dal mondo ittita, nel quale vi erano numerose divinità associate ai fenomeni naturali e alla fertilità e con rituali che prevedevano pratiche di purificazione, cerimonie che dovevano allontanare epidemie e malattie attraverso animali, figurine o oggetti simbolici. La dimensione religiosa era profondamente integrata nella vita quotidiana, come documentano piccole figurine e idoli che suggeriscono pratiche cultuali domestiche legate alla protezione della casa.

Vasi da offerta a forma di toro, Ankara, Museo delle civiltà anatoliche

Anche i contesti funerari rivelano la convivenza e l’influenza reciproca di tradizioni anatoliche con elementi egei. La necropoli più interessante, perché rivela caratteri comuni con il mondo miceneo, è quella di Besik-Tepe, sulla costa a sud-ovest di Troia, caratterizzata da tombe a camera e corredi funerari costituiti da armi, gioielli, oggetti di prestigio e ceramica importata che riflettevano il prestigio delle élite locali che attraverso le proprie ricche sepolture si autorappresentavano.

In questo mondo magnifico, fatto di scambi commerciali e culturali con l’Egeo e il Mediterraneo Orientale, fatto di contatti e influenze culturali ittite, ecco che dal XIII secolo a.C. in avanti si fa sempre più pressante la presenza dei Micenei in Anatolia occidentale. Chiamati Ahhiyawa dagli Ittiti, sono di fatto gli Achei cantati da Omero. Da questo momento le sorti di Troia cambieranno. Troia VII è ritenuta essere la Ilio cantata da Omero.

Arriviamo quindi, finalmente, alla Guerra di Troia.

Qui la narrazione archeologica lascia il passo a quella epica e mitologica. D’ora in avanti subentra il mito. Ma ciò significa che subentra la rappresentazione artistica di episodi della guerra di Troia dapprima nell’arte greca e poi nell’arte romana, passando anche per l’arte etrusca, nel momento in cui le aristocrazie etrusche vengono in contatto con i Greci.

Sarcofago di Aurelia Botiane Demetria, da Perge, Museo di Antalya

La prima opera, eloquente, magnifica, è un sarcofago del III secolo d.C.: appartenuto ad Aurelia Botiane Demetria, e rinvenuto a Perge (Panfilia, Turchia Meridionale), raffigura tre episodi della guerra di Troia narrati nell’Iliade. Abbiamo Achille che colpisce Tersite, Afrodite che trae in salvo Paride sconfitto, mentre Ettore, armato, ha alle spalle Odisseo, e infine Menelao che trasporta il corpo di Patroclo ucciso da Ettore. Un sarcofago decisamente tardo, ma che intanto racconta di quanto la narrazione dell’Iliade fosse davvero importante. Troia, grazie al revival romano voluto da Augusto, era diventata una sorta di meta turistica o di pellegrinaggio (fate voi) sui luoghi narrati dal mito. Anche un mosaico da Xantos, di III-IV secolo d.C., quindi ancora più tardo, tradisce la memoria del racconto di Omero, nella raffigurazione di Teti che regge il piccolo Achille per un tallone.

Mosaico con Teti e Achille, da Xantos, Museo di Antalya

E poi c’è quel capolavoro che è il Sebasteion di Aphrodisias, un santuario dedicato alla dinastia Giulio-Claudia e ad Afrodite, da cui proviene una serie di rilievi di cospicua grandezza che riportano scene tratte dall’Iliade e dall’Eneide: per esempio, uno dei rilievi raffigura Afrodite, Eros e Anchise (dalla loro unione nascerà Enea), cui segue il rilievo che raffigura Enea (volto barbato, incredibilmente somigliante al ritratto di Caracalla, se non fosse per l’epoca di realizzazione, il I-II secolo d.C.) mentre trasporta in braccio Anchise e tiene per mano il piccolo Ascanio, controllato da Afrodite, che veglia e protegge la fuga.

Rilievi del Sebasteion di Aphrodisias: scena di Enea con Anchise in spalla, Ascanio per mano e Afrodite sullo sfondo

Per quanto riguarda la ceramica attica non si può non citare l’Hydria Vivenzio dal MANN Napoli, che raffigura alcuni episodi della fine della Guerra di Troia: la morte di Priamo, la fuga di Enea da Troia e l’episodio di violenza di Aiace su Cassandra. Questo in particolare mi è caro: ho analizzato l’iconografia della violenza su Cassandra, e in generale la rappresentazione della violenza sulle donne nell’arte (romana, sì, ma partendo da modelli greci) nel volume “Femminicidio e violenza di genere nell’antica Roma“, nel capitolo dedicato all’arte.

Hydria Vivenzio, scena con Aiace e Cassandra

Insomma, Enea fugge da Troia: iniziano le sue peregrinazioni che lo portano tra gli altri a Cartagine e poi lungo le coste dell’Italia. Proprio al viaggio di Enea e alle sue tappe in Italia è dedicata una sezione interessante, che ha il merito di portare nel cuore di Roma e nel monumento simbolo dell’archeologia italiana, contesti altrimenti periferici e noti solo agli esperti del settore. Così, ecco illustrato il contesto di Castro, nel Salento Leccese, in territorio Messapico, nel quale da diversi anni è in corso di scavo e di studio un grande santuario dedicato ad Atena, l’Athenaion, noto dalle fonti e cantato da Virgilio nel libro III dell’Eneide, dove racconta del primo approdo in Italia di Enea, a Castro, per l’appunto. Dall’Athenaion proviene il busto panneggiato di Athena, rinvenuto privo della testa. Testa che però è stata riconosciuta in una testa di divinità con elmo frigio conservata al MArTa di Taranto: non si tratta dunque della statua di un’Athena qualsiasi, ma di Athena di Troia, la divinità che aveva accolto Enea e i suoi proprio sulle rive di Castro, stando al racconto virgiliano.

Castro, l’area dell’Athenaion (foto mia, 2018)

Una mostra al MArTA di Taranto di qualche anno fa racconta l’Athenaion e i suoi rapporti con Taranto. Il santuario, situato sull’Acropoli che sovrastava il porto, accoglieva pellegrini e viaggiatori provenienti da ogni parte: Castro sorgeva in posizione strategica, sul Canale di Otranto e all’imbocco del mare Adriatico. Un articolo a firma di Francesco D’Andria, il direttore scientifico degli scavi, e disponibile su Academia.Edu permette di approfondire dal punto di vista archeologico tutti i rinvenimenti. Infine, a Castro, un piccolo ma prezioso museo archeologico accoglie la statua di Atena rinvenuta nel santuario (priva della testa, che è comunque rimasta a Taranto) e altri interessanti reperti provenienti dallo scavo dell’Athenaion, delle mura entro le quali l’acropoli di Castro era racchiusa e dell’altare, rinvenuto nel 2017. A un altro articolo scientifico da “Notizie dagli Scavi” del 2024, disponibile online, lascio il compito di approfondire il rinvenimento dell’altare.

La statua di Athena al museo di Castro (foto mia, 2018)

Il viaggio di Enea prosegue ora la sua corsa verso il Lazio. Ed ecco allora la statuetta di Minerva col Palladio rinvenuta a Lavinium, altro luogo di sbarco di Enea, e databile al V secolo a.C.

Statuetta di Minerva da Lavinium

Infine arriviamo a Roma arcaica, nella quale iniziò a formarsi il processo attraverso il quale i Romani elaborarono la propria origine troiana, elemento centrale nella costruzione dell’identità politica e ideologica della città. La mostra infine si conclude con l’età augustea, quando con Virgilio si sancisce definitivamente e in maniera equivocabile la discendenza da Enea non solo della stirpe dei Romani, ma precisamente di Giulio Cesare e quindi, per adozione, del princeps, Ottaviano Augusto.

Concludendo: perché visitare la mostra “Troia e Roma”

Il rischio di concepire una mostra scontata e “acchiappa-like” era dietro l’angolo: poteva essere una “banale” mostra basata sulle rappresentazioni del mito, dei vari episodi dell’Iliade prima e dell’Eneide poi. Per carità, avrebbe suscitato comunque un certo interesse, sarebbero stati scelti manufatti di eccelsa qualità artistica che avrebbero assicurato un effetto WOW.

Statuetta di Afrodite, I secolo a.C., Museo di Troia

Invece no. “Troia e Roma” è una mostra archeologica. Racconta Troia e il suo territorio nella tarda età del bronzo, portando in Italia reperti che, a meno che non andiamo appositamente a visitare Troia e il suo museo, non vedremo mai. La mostra si muove sul doppio filo del dato archeologico e del racconto epico e mitologico, ma il racconto mitologico è funzionale spesso a raccontare contesti archeologici, come nel caso citato di Castro. Anzi avrei sviluppato meglio la sezione del viaggio di Enea, dedicando ulteriore spazio alle altre tappe del viaggio di risalita dell’Italia fino al Lazio.

In ogni caso una mostra interessante, da visitare, sperando di riuscire a godersela in mezzo alla ressa delle folle di visitatori che quotidianamente percorrono l’Anfiteatro Flavio.

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