La storia dell’archeologia è femmina: un progetto digitale e una mostra raccontano la storia delle archeologhe anglosassoni

Gli studi di genere negli ultimi anni stanno facendo passi da gigante, nel riscoprire biografie di donne impegnate in ogni campo del sapere e dell’agire. Per quanto riguarda le donne in archeologia, studi effettivamente non ne mancano, anche in ambito nazionale: il primo in assoluto fu Lettere dall’Egeo di Giovanna Bandini, esito di un’importante ricerca negli archivi della SAIA – Scuola Archeologica Italiana di Atene alla ricerca del passaggio di studiose e archeologhe che hanno fatto la storia dell’archeologia in Grecia e in Italia; poi c’è Archeologia al femminile, di Laura Nicotra, infine, di recente pubblicazione, Passaggio in Oriente di Paola Cianfardoni. Anche dal punto di vista della divulgazione non mancano buoni esempi: il podcast Paladine realizzato da Chora Media in collaborazione con il Ministero della cultura si è soffermato, ad esempio, sulla figura di Paola Zancani Montuoro; una bella iniziativa del Museo archeologico nazionale di Firenze nel 2023 ha presentato al pubblico una ricerca – nuovamente d’archivio – sulle donne impiegate presso il Regio Museo; infine non posso non citare la figura di Raissa Gourevich Calza alla quale Jane Shepherd prima e il Parco archeologico di Ostia antica poi ha dedicato negli ultimi anni una serie di iniziative, tra pubblicazioni, conferenze e una giornata di studi.

Insomma, gli studi di genere in archeologia fervono. Si tratta di dare il giusto valore e peso a figure che spesso sono rimaste ai margini – soprattutto agli albori della disciplina e comunque fino a tutta la prima metà del Novecento – ma il cui apporto in termini di ricerca, di studio, di pubblicazioni non è da meno di quello dei colleghi uomini.

Così sono stata contenta di apprendere, a pochi giorni di distanza l’una dall’altra, di due iniziative promosse da due istituti di archeologia stranieri in Italia, la British School of Rome e l’American Academy in Rome che, ciascuna indipendentemente, ha dato vita a un progetto decisamente importante.

Women transcending boundaries: un progetto digitale dedicato alle archeologhe dei British International Research Institutes

Il primo progetto di cui parlo qui è un lavoro interamente digitale, realizzato su Storymap. Arcgis, strumento davvero interessante per creare progetti divulgativi interamente online com’è questo.

Women transcending boundaries è un progetto digitale realizzato da una collaborazione tra gli istituti di cultura britannici nel Mediterraneo che racconta le biografie di archeologhe che tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento studiarono, scavarono e pubblicarono studi in missioni condotte in Grecia, in Italia, nell’Africa romana, in Medio Oriente e in Turchia. Troviamo volti noti come Gertrude Bell, o come Jane Harrison, tanto amata dall’archeologa divulgatrice Mary Beard, ma anche figure meno note (almeno a me, eterna ignorante) come ad esempio Winifred Lamb, co-fondatrice del British Institute of Archaeology in Ankara (Turchia) dopo la II Guerra Mondiale, oppure Esther Boise Van Deman.

Questo progetto attinge a piene mani agli archivi degli istituti coinvolti, mostrando fotografie storiche, documenti e fornendo sempre il contesto geografico di riferimento con tanto di cartine navigabili. Completa il quadro una ricca bibliografia e un elenco di risorse online, nonché il link agli archivi degli istituti coinvolti. Da passarci le ore, navigando, leggendo, interrogando, studiando. Tra l’altro, la piattaforma stessa, Storymaps.arcgis, è mooooolto interessante, perché decisamente dinamica, diversamente da un sito web che ha una sua impostazione molto statica. Strumento da approfondire, senza dubbio, perché si presta molto a operazioni di divulgazione online.

Women and Ruins: Archaeology, Photography, and Landscape: una mostra all’American Academy in Rome Gallery

Dal digitale passiamo all’analogico o al fisico, o al tradizionale. Una mostra prevalentemente fotografica che va a scartabellare negli archivi dell’American Academy in Rome per scovare le archeologhe, ma anche le esploratrici, le viaggiatrici che all’inizio del Novecento utilizzarono la macchina fotografica per documentare gli scavi archeologici in corso all’epoca e le rovine già ben evidenti a Roma.

Ritornano qui le figure di Gertrude Bell e di Esther Boise Van Deman, ma anche delle sorelle Dora e Agnes Bulwer e, per la quota italiana, Maria Ponti Pasolini, non un’archeologa ma una filantropa, impegnata nella difesa dei diritti delle donne così come del patrimonio archeologico.

Non ho ancora visitato la mostra – cosa che spero di riuscire a fare: gli orari sono dal 4 maggio al 9 novembre 2025 (chiuso dal 6 luglio all’8 settembre) solo il venerdì e il sabato, dalle ore 16:00 alle 19:00. Me lo appunto qui, sia mai che riesca nell’impresa di incastrarmi con questi orari molto limitati (d’altronde non si può pretendere di più: la mostra è gratuita e l’ente ospitante non è un museo).

Vi lascio qui comunque due link per documentarvi sulla mostra, nel caso susciti il vostro interesse. Il mio è già stato suscitato.

https://www.aarome.org/it/news/features/aar-honors-pioneering-women-rome-archaeological-golden-age-photographic-exhibition

https://www.aarome.org/it/eventi/women-ruins-archaeology-photography-landscape

2 risposte a “La storia dell’archeologia è femmina: un progetto digitale e una mostra raccontano la storia delle archeologhe anglosassoni”

  1. […] Come scrivevo in un post precedente, stanno aumentando, fortunatamente, gli studi di storia dell’archeologia che puntino la lente sulla componente femminile. Fin dagli albori della disciplina le donne si sono interessate di archeologia; ma per un motivo o per un altro hanno sempre occupato posizioni subalterne rispetto ai colleghi maschi. Così la loro importanza per l’avanzamento della disciplina, sia dal punto di vista della ricerca che dal punto di vista metodologico, ha sempre stentato a emergere. Per esempio, lo sapevate che un volume sulle tecniche edilizie romane fu pubblicato da Marion Blake nel 1947, ben 10 anni prima che Giuseppe Lugli, da sempre dall’Accademia italiana considerato il padre delle tecniche edilizie, pubblicasse il suo “La tecnica edilizia romana, con particolare riferimento a Roma e Lazio“? Ebbene, in mostra è esposto un volume, sfogliabile, dal frontespizio fino alle tantissime tavole di immagini fotografiche, del vero e proprio catalogo che Marion Blake e la sua mentore Esther B. Van Deman composero nel corso degli anni, documentando, studiando, confrontando, murature provenienti da contesti ben diversi (altro che Roma e Lazio: fino ad Aosta si sono spinte nella loro ricerca, hanno sconfinato nelle Marche e fino a Pompei, Benevento e Tindari in Sicilia). […]

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  2. […] Come scrivevo in un post precedente, stanno aumentando, fortunatamente, gli studi di storia dell’archeologia che puntino la lente sulla componente femminile. Fin dagli albori della disciplina le donne si sono interessate di archeologia; ma per un motivo o per un altro hanno sempre occupato posizioni subalterne rispetto ai colleghi maschi. Così la loro importanza per l’avanzamento della disciplina, sia dal punto di vista della ricerca che dal punto di vista metodologico, ha sempre stentato a emergere. Per esempio, lo sapevate che un volume sulle tecniche edilizie romane fu pubblicato da Marion Blake nel 1947, ben 10 anni prima che Giuseppe Lugli, da sempre dall’Accademia italiana considerato il padre delle tecniche edilizie, pubblicasse il suo “La tecnica edilizia romana, con particolare riferimento a Roma e Lazio“? Ebbene, in mostra è esposto un volume, sfogliabile, dal frontespizio fino alle tantissime tavole di immagini fotografiche, del vero e proprio catalogo che Marion Blake e la sua mentore Esther B. Van Deman composero nel corso degli anni, documentando, studiando, confrontando, murature provenienti da contesti ben diversi (altro che Roma e Lazio: fino ad Aosta si sono spinte nella loro ricerca, hanno sconfinato nelle Marche e fino a Pompei, Benevento e Tindari in Sicilia). […]

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