Giovanna Bandini, Lettere dall’Egeo. Archeologhe italiane tra 1900 e 1950

Lettere dall’Egeo. Un libro raro (e prezioso)

lettere dall'egeo
Giovanna Bandini, Lettere dall’Egeo

Questo volumetto dovrebbe essere considerato libro di testo nei corsi di storia dell’archeologia e di archeologia minoica. Invece a malapena se ne trova qualche copia nelle biblioteche di Firenze o nei negozini di libri usati. Il motivo è presto detto: il lavoro da cui nasce la pubblicazione fu presentato a Progetto Donna – un progetto del Comune di Firenze mirato allo sviluppo di studi di genere, con la costituzione dell’archivio di Studi di Storia delle donne. Giovanna Bandini, con “Lettere dall’Egeo” vinse la Borsa di Studio Franca Pieroni Bortolotti e di conseguenza si aggiudicò la pubblicazione della sua ricerca.

Una tiratura limitata, dunque. Ma che meriterebbe una ristampa, o una maggiore diffusione. Sarebbe auspicabile che lo leggessero non solo le studentesse – gli studi di genere non servono solo alle donne – ma tutti coloro che vogliano conoscere la storia dell’archeologia italiana, attraverso i suoi protagonisti e le sue protagoniste. Anche se, avverte l’autrice fin dalla prima riga della prima pagina dell’introduzione, “Le donne arrivano seconde. Sembra sempre questo il loro posto nelle professioni“.

Cos’è Lettere dall’Egeo

Lettere dall’Egeo è una grande opera di ricerca d’archivio. Archivi privati, corrispondenze di docenti universitari con le loro allieve, dei Direttori della Scuola Italiana di Atene che si susseguirono da fine Ottocento alla metà del Novecento con le allieve, archeologhe e architette, che si alternarono a Creta e Atene durante il loro anno di studi in Grecia previsto dalla Scuola di Specializzazione.

Già l’esperienza all’estero è, per le donne che studiano archeologia nei primi decenni del Novecento, un’impresa fuori dal comune. Soprattutto visto come sono considerati (dalle famiglie, dalla società, molto spesso dalle stesse allieve) gli studi di archeologia per una fanciulla italiana all’università: niente più di un vezzo, di una passione utile a consentire una carriera successiva nell’insegnamento.

Il volume ruota intorno alle esperienze di studio ad Atene delle più rappresentative tra le donne, ciascuna con il suo carattere, il suo temperamento, le sue inclinazioni e ambizioni, che solo in rari casi corrispondono ad una carriera totalmente dedita all’archeologia. Di tutte queste donne viene fornita una nota biografica, perché non si perda la memoria della loro attività scientifica e archeologica.

Tre livelli di lettura

Lettere dall’Egeo si basa essenzialmente – lo dice il titolo – sulla corrispondenza che le allieve tennero col Direttore della Scuola di Atene di turno, ma anche con la famiglia, spesso apprensiva nei confronti della figlia giovane e inesperta del mondo all’estero.

Il volume si distingue in tre livelli di lettura.

logo SAIA Atene
il Logo della Scuola Archeologica italiana di Atene: il disco di Festòs e la data di fondazione: 1909

Il primo è un livello storico: la necessaria introduzione a come nacque la Scuola Archeologica di Atene e prima ancora la Missione Archeologica italiana a Creta guidata da Fedico Halberr. Un livello narrativo che non risparmia, comunque, di raccontare i fatti attraverso la testimonianza – sempre esposta attraverso lettere – di occhi femminili, spettatrici privilegiate per certi versi, “spettatrici non mute” come si definisce, ad esempio, Emilia De Sanctis Rosmini, moglie di Gaetano De Sanctis. Proprio attraverso gli occhi della De Sanctis Rosmini, accompagnatrice del marito, dunque non archeologa, ci viene narrata l’attività della Missione Archeologica Italiana di Creta negli anni ’10 del Novecento.

Il secondo livello entra nel vivo delle “Lettere dall’Egeo”: la presenza e l’attività di studio e ricerca delle archeologhe che si alternarono alla Scuola Italiana di Atene tra gli anni ’20 e gli anni ’50. Non sono tantissime le donne che giungono ad Atene per completare il loro percorso di studi. E tra loro pochissime alla fine del loro soggiorno proseguiranno la loro attività di archeologhe in Grecia e a Creta: Margherita Guarducci, ad esempio, rimane un caso più unico che raro.

Il terzo livello è un approfondimento sulla figura di una tra le allieve della Scuola, unica nel suo genere: Enrica Fiandra. Innanzitutto è un’architetta, e non un’archeologa. In secondo luogo conserva un epistolario notevole: la corrispondenza che intrattiene col Direttore dell’epoca (seconda metà degli anni ’50) Doro Levi, con la moglie di lui Anna Levi e con l’amica Paola Pelagatti, che ad Atene svolge le mansioni di bibliotecaria. Infine ha una penna tagliente, tanto quanto lo sono i suoi fumetti, ironici, a tratti dissacranti. Anche nei rapporti con Doro Levi la Fiandra non si fa troppi problemi, tanto che arriverà allo scontro scientifico semplicemente per un motivo: porterà avanti una propria tesi non accettando quella del suo maestro.

Perché leggere Lettere dall’Egeo

Se sei appassionato di archeologia egea, in particolare minoica, e ti interessa la storia dell’archeologia italiana, questo libro, nonostante la lettura in chiave femminile, racconta tutta l’epopea, se così la vogliamo chiamare, della Missione Italiana a Creta dai tempi della sua costituzione. Inoltre un ricco apparato bibliografico consente di approfondire oltre l’argomento senza necessariamente il taglio femminile che permea invece il libro.

Donne e archeologia

lettere dall'egeoSe sei donna e sei archeologa, ti verrà naturale appassionarti alle storie delle donne raccontate in questo volume; rifletterai sulla condizione della donna nei primi decenni del Novecento, condizione che in qualche caso era accettata dalle protagoniste, in qualche altro non era compresa, ma che era essenzialmente espressione del comune sentire della società: che una ragazza di buona famiglia andasse all’estero per un anno era cosa quantomai pericolosa – per non dire disdicevole. Ciò che emerge è un quadro che in effetti non ci stupisce, perché siamo abituate a vedere la donna sempre in secondo piano: con la scusa della “debolezza” del sesso femminile, intesa sia come resistenza alla fatica fisica e agli eccessi estremi che potevano comportare certe esperienze a Creta, sia come sconvenienza nel doversi adeguare ad avventure prive di ogni comodità. Di fatto, le donne che riescono in ogni caso ad affrontare queste esperienze non sembrano risentirne più di tanto. Ma il senso di “protezione” che il Direttore della Scuola e dei colleghi uomini impongono è più forte di qualsiasi “velleità” di avventure.

Molte riflessioni salgono alla mente mentre scorrono le pagine: è cambiata la condizione delle donne in archeologia? La risposta è sì, per molti versi, ma ancora molto c’è da fare perché le donne dell’archeologia abbiano tutele maggiori. Perché, ad esempio, abbiano la possibilità di poter scegliere in tranquillità la professione e la maternità e non dover rinunciare all’una per potersi dedicare all’altra come ancora oggi troppo spesso accade.

Anche l’intervista a Margherita Guarducci, che significativamente si intitola “Io ho fatto quel che dovevo” e che è riportata in appendice, sfiora questo tema: “(…) perché se mi fossi sposata avrei dovuto lasciare tutto” e aggiunge poi “Avere dei bambini? E come facevo?

In una prospettiva storica, Giovanna Bandini pone problemi sempre attuali; lo fa in punta di piedi, ma le sue riflessioni scavano un solco.

Le conclusioni

Le conclusioni sono affidate, in maniera magistrale, alle parole di Enrica Fiandra. Questa figura giustamente occupa un ruolo di primo piano nel volume: innanzitutto non è archeologa, ma architetta; in secondo luogo stringe un rapporto molto stretto con Doro Levi, il Direttore della Scuola; in terzo luogo è decisamente ironica e disincantata, nonché acuta osservatrice e, condividendo molti anni il lavoro con gli archeologi, si fa un’idea molto precisa sia dell’archeologo uomo che dell’archeologa donna. Le sue parole sono un manifesto valido ancora oggi. Ne riporto qui alcuni passaggi.

L’archeologia è la scienza più innocua, dove gli errori vengono definiti opinioni.

Le archeologhe sono nate per questo mestiere non possono fare altro che questo hanno la missione dell’archeologia, a meno che non trovino un marito, allora rimangiano tutto e guardano con sufficienza le poverette rimaste a scavare. Ben inteso ve ne sono di quelle che veramente sono nate per l’archeologia e fino a tarda età continuano imperterrite la loro missione tra scavi e scavi e queste sono le vere archeologhe. Che non hanno trovato marito.

E con le parole ironiche di Enrica Fiandra vi invito a procurarvi Lettere dall’Egeo e a leggere questo capitolo di storia dell’archeologia italiana al femminile.

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