Come al solito, quelle che seguiranno saranno riflessioni, o sproloqui, fate voi, in ordine sparso. Che nascono da ciò che accade ultimamente in Italia, rilanciato dai media su qualsiasi piattaforma, ma anche da ciò che nelle scorse settimane a me di persona personalmente è capitato, a riflettori spenti (per ora). Siccome, è inutile girarci attorno, è quando le esperienze negative ci colpiscono da vicino che alziamo la cresta, eccomi qua, Signor Giudice, perché pur essendo mezza immersa in questo sistema non propriamente sano, comunque cerco di individuare le problematiche più emblematiche. E comincio infatti da un’esperienza che mi ha colpito da vicino, visto che sono stata turista-protagonista: la mia visita alle Catacombe di San Callisto.
Prima, però, vorrei dire che i tempi sono maturi per riflessioni più ampie che dovrebbero fare su se stessi i Luoghi della cultura (evidentemente statali e non) e cioè: cosa vogliamo ottenere? Qual è lo scopo? A cosa servono i beni culturali? Perché certe operazioni da polli in batteria che io (spoiler) ho vissuto alle Catacombe di San Callisto, ma che per i visitatori di Colosseo e Pompei sono all’ordine del giorno, non servono né ai beni culturali, né alle persone che traggono giovamento dalla visita (che poi si potrebbe discutere pure sulla natura di quel giovamento, ma si aprirebbero ulteriori fronti che non affronterò qui, ma magari prossimamente).
Come dicevo in apertura, seguono casi puntuali in ordine sparso, senza una gerarchia d’importanza – cosa che non sta a me stabilire, quanto ai media – di situazioni che dovrebbero farci interrogare sul tema del consumo culturale, ma anche del suo consumismo e, di conseguenza, della sua consunzione.
Le Catacombe di San Callisto: pellegrini? visitatori? turisti? No, polli in batteria
Le catacombe più importanti di Roma, che hanno cunicoli sotterranei che corrono per circa 20 km a pochi passi dalla via Appia e dalla via Ardeatina, sono ormai una macchina da turisti. Come polli in batteria, ogni mezz’ora circa 60 persone – distinte in gruppi in funzione della lingua – scendono nelle catacombe per una visita che dura 40 minuti (di cui 10 introduttivi fuori): una corsa a perdifiato appresso a una guida che fornisce pochissime informazioni, essenziali forse, ma non esaustive: la sosta nella Cripta dei Papi dura tre minuti, la spiegazione della cripta successiva, di Santa Cecilia, non menziona minimamente i pur interessanti affreschi sul soffitto, che raffigurano santi, ma dei quali non conosciamo l’attinenza con la martire. Quanto alla serie di camere affrescate con scene di ultima cena, o di Giona e la balena, di nuovo poco e niente: si passa velocemente, uno sguardo buttato dentro e via, fino alla fine della visita.
La scusa che ci viene propinata è il radon rilasciato dal tufo nel quale le catacombe sono scavate: la salute dei turisti (impossibile chiamarli visitatori, perché questa a parer mio non è una visita) è così preservata, stando soltanto 30 minuti nelle gallerie. In più non si possono fare foto (e sapete quanto la cosa mi faccia incazzare): e del resto come si potrebbe? Banalmente non c’è il tempo…
Mentre si corre tra i cunicoli appresso alla guida, viene spontanea una riflessione sul significato dell’espressione “consumo culturale” che qui è evidentemente declinato in molto consumo e poca, pochissima cultura. Ad essere consumato è innanzitutto il luogo, la catacomba, che viene percorsa da migliaia di piedi e di passi veloci al giorno; ma ad essere consumato è anche il visitatore, visto come un biglietto da 10 € e niente più, al quale viene offerta una visita molto banale nei contenuti, superficiale e sbrigativa.
Un’occasione persa, perché cosa resterà al visitatore della visita se non il ricordo di aver percorso velocemente dei cunicoli con dei buchi alle pareti? Per dirne una: durante la visita non viene neanche detto chi è il Callisto che dà il nome alle Catacombe, né viene fornita alcuna informazione sugli accessi antichi ad esse. Insomma, andrebbe completamente rivista l’organizzazione delle visite, mettendo al centro il visitatore e il suo interesse culturale: l’interesse infatti c’è, prova ne è la grande quantità di visitatori giornaliera. E poi, quest’organizzazione così serrata, degna dell’incubatrice di uomini che nutre le macchine di Matrix (cit. dal film), non lascia la possibilità alla fruizione secondo altre modalità, né offre la possibilità ad altri operatori culturali – v. le guide abilitate – di poter lavorare qui. Mi direte, le Catacombe sono “private” (in gestione a un ente ecclesiastico: in questo caso i Salesiani), per cui il privato può scegliere come gli pare come far fruttare, pardon, fruire, il proprio patrimonio culturale. Non credo però che sia giusto, né liberale, un tale atteggiamento.
Il 2025 è l’anno del Giubileo: i visitatori/pellegrini potranno solo che aumentare di numero. E le visite guidate, condotte in questa maniera, potranno solo che peggiorare. Un peccato – è il caso di dirlo – davvero. Ma chi lo confesserà? E soprattutto, vi sarà assoluzione?
La #domenicalmuseo e la sua insostenibilità
Eh lo sapete, questo tema mi sta molto a cuore, tanto che ne ho discusso ampiamente in un post specifico di un paio d’anni fa, ma comunque sempre attuale.
Qual è il problema? La #domenicalmuseo esiste probabilmente da un decennio: facevo ancora l’assistente alla vigilanza al Museo Archeologico Nazionale di Firenze quando fu istituita dall’allora ministro Franceschini. E già all’epoca, in un contesto racchiuso, fatto di sale piccole e strette, di opere non sempre protette da vetrine e di servizi per il pubblico non particolarmente attrezzati, le prime domeniche del mese erano un incubo. Erano un incubo per i lavoratori, per me e i colleghi, quindi, costretti in sala ad avere dodicimila occhi tesi non tanto a regolare i flussi, quanto a impedire comportamenti sconvenienti come bussare sul dorso della Chimera per verificare che fosse effettivamente di bronzo…
Ora ho fatto l’upgrade, non sono più assistente alla vigilanza, e non sono più a Firenze, ma al Parco archeologico di Ostia antica dove, nelle ultime domeniche gratuite abbiamo registrato fino a 5ooo ingressi. Ok. Il superiore ministero è contento, le persone sanno che esiste Ostia antica e ci passano una giornata, ma a quale prezzo (gratuità del biglietto a parte)? 5000 persone in un sito che sì è molto ampio, per cui non si ha affollamento se non in limitati luoghi del sito [come la terrazza delle terme di Nettuno, dalla quale si vedono i grandi mosaici che determinano la notorietà di questo monumento rispetto ad altri, o il Thermopolium della via della Casa di Diana, ambiente abbastanza piccolo e pure delicato, visti i rivestimenti in marmo e gli affreschi], ma tale affollamento, con conseguenti disagi, si ha sicuramente in un punto: i servizi igienici; e in un altro: la caffetteria, che certo non è in grado di gestire una tale invasione.
C’è quindi un disagio per i visitatori innanzitutto. C’è un disagio poi per i lavoratori a vario titolo impegnati, dal personale di biglietteria a quello di ristorazione alla vigilanza, che si ritrovano a gestire masse di persone decisamente sovradimensionate.
C’è un disagio anche e soprattutto per i monumenti stessi, che subiscono delle sollecitazioni, dovute al sovraffollamento, in termini sia di pressione sugli edifici che di temperature e umidità (penso per esempio alle pinacoteche).
Non mi dilungo oltre su questo tema, che ho discusso ampiamente qui: https://generazionediarcheologi.com/2022/06/09/linsostenibile-leggerezza-della-domenicalmuseo/ e andiamo oltre.
Airbnb, il Colosseo, il Gladiatore II
Questo fatto, che dopo il polverone sollevato all’uscita della notizia – nel bene e nel male – ora è finito nel dimenticatoio, vale la pena ricordarlo al volo: per promuovere l’uscita del film Il Gladiatore II, che si ambienta in un Colosseo che molto poco somiglia all’Anfiteatro Flavio originale, il colosso degli affitti brevi Airbnb e il Parco archeologico del Colosseo hanno stretto un accordo economico in base al quale, a fronte di 1,5 milioni di dollari che serviranno al Parco per realizzare l’allestimento permanente all’interno del Colosseo, AirBnb indice un concorso secondo il quale 16 soggetti che avranno prenotato un appartamento a Roma da qui a maggio potranno, qualora selezionati, esibirsi nell’arena come veri gladiatori, vivendo un’esperienza di reenactement (per dirla all’ammeregana) che farà vivere le emozioni dell’arena suscitate dalla visione del film Il Gladiatore II.
Ora, detto tra noi – ma qui potrei scrivere un post a parte – se davvero uno ha come modello gli scontri nell’arena del Gladiatore II, forse c’è un problema di fondo. Perché Il Gladiatore II non è un Peplum, non è un kolossal con la pretesa di essere storico (come era stato Il Gladiatore I (compianto, ormai, mi viene da dire. E da urlare: Russell dove seiiiii?), non è un…boh? Ma che è Il Gladiatore II? Per me è un fantasy, perché racconta una favoletta che non è fatta per il pubblico americano (che un minimo – almeno quello di una certa fascia culturale – sa che il Colosseo non sta in collina, per esempio), tantomeno non è fatta per un pubblico europeo, ma è fatta per un pubblico il più globale possibile, così che in Cina, a Taiwan, a Tokio, a Vanuatu, questo film possa essere una godibile pellicola fantasy. Non vedo molte differenze, a livello di trama, tra Il Gladiatore II e Vaiana (il nostro Oceania, film animato Disney), per fare un esempio provocatorio, ma neanche poi tanto: se devi stravolgere un mito o una storia, tanto vale che lo fai sotto forma di cartone animato, però, no? Forse no.
Tornando all’accordo AirBnb- Parco archeologico del Colosseo, mi viene da dire solo una cosa: operazioni come questa sviliscono il nostro patrimonio culturale. Ne sviliscono il valore, ne sviliscono il senso, ne sviliscono l’antichità, ne sviliscono l’identità, culturale innanzitutto. Se l’arena del Colosseo diventa un palco su cui esibirsi allora vale tutto, allora non possiamo far altro che alzare le braccia, che arrenderci.
Però.
Vale la pena di fare una riflessione. Parliamo del Parco archeologico del Colosseo, che da una parte ha il monumento più visitato d’Italia e che – siccome evidentemente ha ancora poca notorietà – si propone quale sfondo per un reenactement per i clienti di AirBnb. Lo stesso Parco è impegnato, dal momento della sua costituzione, a cercare di deferire il suo pubblico, offrendo continue “distrazioni” culturali, proponendo sempre nuove aperture ora alla Domus Aurea, ora al Palatino, ora al Museo del Foro Romano. Anni fa vi fu l’iniziativa #percorsifuoridalParco che cercava di far interessare le persone a luoghi della cultura diversi dal Colosseo. Quella lodevole iniziativa non ha avuto seguito e ora ci troviamo con degli improvvisati gladiatori che godranno di un selfie in armatura da far stampare e da raccontare ai nipoti insieme a quella volta che hanno fatto un rodeo in Texas e sono riusciti a stare in sella al cavallo per 5 secondi. Eh sì, la tipologia di esperienza – e la tipologia di persone – è esattamente la stessa. Mentre mi riecheggia nelle orecchie Madonna che canta Dont’tell me mentre è alle prese con un toro meccanico mi accingo a tirare due conclusioni sensate da questa vicenda.
Il Parco del Colosseo non ha bisogno del milione e mezzo di dollari di Airbnb per allestire la sezione musealizzata dell’Anfiteatro Flavio. Il Colosseo è il primo attrattore di un turismo di massa globale e mondiale che VUOLE entrare nel Colosseo almeno una volta nella vita. Airbnb è il colosso degli affitti brevi che, volente o nolente, sta facendo sì che i centri storici delle città – magari a Roma si avverte meno, ma a Firenze è drammatico – si stiano spopolando dei proprietari e soprattutto dei cittadini, per fare spazio agli affitti brevi di turisti che dai tre ai quattro giorni vivono in appartamento e nel frattempo girano e visitano la città. Secondo stime recenti, il soggiorno di un turista medio a Roma è di 2-3 giorni massimo, il che consente al turista di visitare solo ed esclusivamente i “must do”: Colosseo, Musei Vaticani, San Pietro, Fontana di Trevi, cena a Trastevere. Tutti posti che sono sovrafrequentati in ogni momento dell’anno, da che è finita la pandemia ancora di più e, presumibilmente, sempre peggio col Giubileo del 2025.
In tutto questo casino di overtourism, di sovrapopolamento, di condizioni di vita e di servizi di base inefficienti quando non esistenti, non ultimi i mezzi pubblici, l’accordo Airbnb- Parco del Colosseo, stride perché non fa altro che consacrare un sistema che invece sta uccidendo i nostri centri storici, cioè il sistema di affitti brevi promosso da Airbnb che sta distruggendo qualsiasi possibilità per chi invece cerca affitto per vivere stabilmente in città. Si è ingenerato un meccanismo nel mercato immobiliare che è davvero malato. Nel momento in cui il Parco del Colosseo, cioè il Ministero della cultura, avvalla questo fenomeno, allora abbiamo un problema. E sinceramente vedo poca soluzione.
Un sistema come Airbnb è alla base, poi, della crisi degli affitti per i lavoratori, che non riescono più a trovare appartamenti per vivere, e non per stare pochi giorni, in città, perché incontrano puntualmente affitti brevi o soluzioni agghiaccianti di appartamenti piccolissimi a peso d’oro al metro quadro. Una situazione questa che non riguarda direttamente il comparto culturale, ma per la quale lo Stato non sta adottando soluzioni, e che sta segnando la lenta ma non troppo morte dei nostri centri storici che saranno sempre meno abitati da cittadini e sempre più frequentati da turisti privi di punti di riferimento. Verranno meno (lo stanno già facendo) le botteghe di quartiere e i negozi storici, perché i turisti non possono costruirsi abitudini, ma vogliono paninoteche, streetfood, pub e ristoranti dove mangiare da nord a sud la vera cucina italiana, quindi tagliatelle alla bolognese, carbonara e fiorentina rigorosamente accompagnate da cappuccino. Chi siamo noi per negarglielo? Forse, sotto sotto, ce lo meritiamo.
Non si parla più dell’accordo Colosseo-Airbnb. Se ne parlerà, perché lo faranno le agenzie di stampa, a maggio 2025, quando l’evento tanto agognato avverrà. E allora anche in quel caso per 72 ore si scatenerà l’indignazione social. Dopodiché il silenzio, il buio, tutto nel dimenticatoio. Per questo ne scrivo io: un blog, a differenza dei social, resta. E resterà testimonianza di questo, e del mio dissenso, per quanto possa valere.
Pompeii e il biglietto nominativo
Se n’è parlato a metà di novembre. E in effetti il sito web del Parco archeologico di Pompei annuncia che dal 15 novembre il Parco introduce il biglietto nominativo, e in ogni caso vige il limite di 20mila ingressi giornalieri al sito. Il che non significa, si badi bene, che tutti i biglietti vadano fatti online, perché la biglietteria fisica in presenza continua a sussistere, significa piuttosto che il Parco archeologico di Pompei mette un tetto ai suoi ingressi giornalieri. Questa decisione è molto interessante ed è lo specchio dei tempi. Ed è anche ciò che dovrebbero perseguire – a mio onesto parere – gli altri due luoghi della cultura italiani che fanno all’incirca gli stessi numeri, cioè Colosseo e Uffizi. Lo dovrebbero fare anche i Musei Vaticani, a pensarci bene, anzi: proprio dai Musei Vaticani è partita mesi fa una sorta di protesta bianca da parte di guide che non riescono a lavorare perché è talmente folle la confusione ogni giorno da non riuscire a svolgere bene il proprio lavoro né ad assicurare ai visitatori una visita decente del luogo.
Tornando a Pompei e a questa decisione, sembra di poter dire “finalmente”. Cioè, finalmente ci si accorge che i siti archeologici soffrono per la troppa pressione antropica. Non che 20mila ingressi giornalieri siano pochi, anzi, però si fa in modo che almeno nelle domeniche gratuite non si verifichi il disastro totale. Tanto più che a Pompei, il sito archeologico più visitato in Italia, non è che ci siano poi tutti ‘sti servizi a disposizione dei visitatori, intendendo con essi bagni e caffetteria, cioè gli spazi essenziali per il benessere durante una visita lunga.
In un’epoca di grandi numeri urlati ogni primo lunedì del mese dopo l’ennesima #domenicalmuseo, e di numeri che saranno urlati a inizio 2025 per dichiarare quanto sono cresciuti i visitatori nel corso dell’anno nei Musei Italiani, la decisione del Parco archeologico di Pompei è senz’altro in controtendenza, quasi provocatoria. Eppure è il primo, timido passo, nella direzione della sostenibilità nel lungo periodo del sito. Un sito che sotto le scarpe, gli zaini, le mani, l’alito, le vibrazioni di 20mila persone al giorno è comunque soggetto a un lento ma continuo logorìo e degrado.
Il “Turismo della Memoria”
Ben vengano i cammini, ben vengano gli itinerari, ben vengano i percorsi transregionali. Ma se il tema è quello delle stragi occorse ai partigiani e ai civili durante la II Guerra Mondiale, io eviterei di parlare di “Turismo della Memoria”. Semplicemente avvicinare la parola “turismo” a un tema che è di morte, di riflessione sulla guerra e sulle sue brutture, mi sembra decisamente svilente. Mi ricorda certo “turismo macabro” come quello che portò fior di persone a vedere il relitto della Costa Concordia sull’Isola del Giglio, per citare il più celebre. O come quello, esasperato nel film di Maccio Capatonda “Omicidio all’italiana” che prende in giro proprio la snaturazione dei luoghi in funzione di un turismo becero che si crea a partire da un fatto di cronaca nera. Quella del film è un’esasperazione in chiave comica e demenziale, ma strizza l’occhio a tante situazioni italiane (la più eclatante nel prossimo paragrafo).
La Seconda Guerra Mondiale è una ferita ancora aperta in Italia. Ancora non abbiamo fatto i conti con il regime fascista, figurarsi con le figure dei Partigiani. Solo in anni recenti un luogo come Sant’Anna di Stazzema, dove si consumò la più grave strage nazifascista di cui si abbia memoria, seconda solo a Marzabotto e Montesole, ha avuto la dignità del riconoscimento di quell’orrore. E a Sant’Anna di Stazzema sono stati molto bravi, e il loro lavoro ha avuto riconoscimento nell’assegnazione dell’European Heritage Label – Marchio del Patrimonio Europeo.
Ma allora a maggior ragione dobbiamo lavorare sulle parole. Parlare di “turismo della memoria” a me fa rabbrividire: mi fa pensare a visitatori di un’attrazione come un’altra, laddove è ovvio che chi percorre questi itinerari, tra Toscana e Emilia Romagna lungo la Linea Gotica, sia un “pubblico” (cado anch’io nello stesso errore) naturalmente selezionato: persone che hanno a cuore l’argomento, il tema, i luoghi. E allora, perché svilirli chiamandoli turisti? Sono persone interessate, che hanno a cuore la propria storia più recente, che certo non si faranno un selfie davanti al monumento di Sant’Anna di Stazzema, né davanti al Sacrario di Marzabotto. Livellare itinerari culturali così importanti appiccicando l’etichetta di “Turismo” per renderli pacchetti appetibili per i tour operator mi sembra così triste, così avvilente, da far passare la voglia di impegnarsi per valorizzarli o, come ho sentito dire ultimamente, con agghiacciante neologismo, promozionarli.
Pasolini e “La forma della città”(1974): il problema dei borghi
Non è del tutto estranea al tema di questo post la visione di questo documentario di PierPaolo Pasolini realizzato a Orte, nel Viterbese, la cui silhouette è ben visibile dall’A1 per e da Roma. Rivedere oggi questo video, risalente agli anni ’70 del Novecento, fa pensare quanto non sia cambiata da una parte la percezione del paesaggio antico e storicizzato, da parte di chi ha a cuore il Patrimonio, dall’altra quanto la ragione del profitto e delle istanze della modernità stiano portando inevitabilmente al cambiamento dei nostri paesaggi culturali. Nonostante una Carta del Paesaggio firmata a Firenze nel 2000 e nonostante una Giornata Nazionale del Paesaggio che ogni 14 marzo ce lo ricorda.
Lo diceva già Pasolini a metà degli anni ’70: abbiamo appreso qualcosa dalla sua lezione? O piuttosto Pasolini ha registrato un fotogramma di un film/processo ben più lungo, inarrestabile col quale facciamo i conti ancora oggi?
Qui si può vedere il documentario di Pasolini: https://www.youtube.com/watch?v=btJ-EoJxwr4
Il tema dei borghi che rischiano di perdere la propria identità è decisamente attuale e preoccupante. Io rimasi impressionata, anni fa, da Civita di Bagnoregio, visitata il 15 agosto. Al netto della ricorrenza, che probabilmente smuove più persone rispetto a un qualunque weekend, mi fece impressione – ed era diversi anni fa – l’organizzazione di bus navette e la dislocazione strategica di negozietti e bar nel borgo, fatta apposta per i turisti, compresa la produzione e vendita di una “birra di Civita di Bagnoregio” prodotta però a Sarzana (SP). Se la narrazione che ha reso famosa Civita di Bagnoregio, quella della “città che muore” perché il banco di tufo sul quale si fonda si va sgretolando, attira, allo stesso tempo è la causa stessa della sgretolazione del borgo, perché una pressione antropica decisamente superiore a quella che mai abbia potuto avere quel povero banco di tufo, rischia davvero di farlo crollare. E allora qual è il senso? Ha senso far accedere torme di visitatori, migliaia al giorno nei periodi dalla primavera all’inizio dell’autunno, su un acrocoro tufaceo la cui instabilità è il motivo stesso della sua notorietà?
Questo è il paradosso del turista ambientalista, colui il quale, sapendo che un bene, che sia paesaggistico, archeologico, naturalistico, sapendo che è in pericolo e/o a rischio di distruzione/consunzione/morte, vuole vederlo a tutti i costi. Di fatto, la pressione turistica in contesti del genere, non fa altro che ulteriormente indebolire il monumento, il luogo, l’ecosistema. Io, a suo tempo e altrove, ne avevo parlato a proposito della Barriera Corallina Australiana. Ma il discorso si applica anche al Patrimonio Culturale.
Vedete bene come i temi sollevati fin qui si incontrino e si sovrappongano: la pressione antropica, il turismo di massa, la snaturazione dei luoghi, il profitto che passa sopra ogni altra cosa. A patirne è il nostro Patrimonio. Culturale, materiale e immateriale.
Andiamo all’estero: la passerella in cemento sull’Acropoli di Atene
Questa polemica in realtà non è recente, ma risale a quando effettivamente fu rifatta la pavimentazione dell’Acropoli di Atene, salutata da più parti nel peggiore dei modi, perché si andava a tombare la percezione dell’Acropoli originale, la cui roccia scabrosa, rosata e scivolosa era il luogo su cui sono fondati i monumenti principali e identitari della cultura europea (il Partenone, principalmente).
Allora, prima di criticare incondizionatamente occorre porsi due ordini di problemi: 1) l’Acropoli (leggi: il Partenone) è un monumento pubblico, peraltro mondiale? Se sì, si deve dare la possibilità a tutti di accedere? La risposta è sì. E allora 2) come si può rendere accessibile a tutti la sommità di un acrocoro che invece è ed è sempre stato roccioso?
La passerella in cemento – che peraltro è reversibile – è fatta apposta per consentire a tutti, non solo in sedia a rotelle, ma banalmente che abbiano scarpe con suole consumate, a non inciamparsi e scivolare ogni più sospinto sulla roccia invece lisciata da migliaia di piedi che per centinaia di anni l’hanno calcata. A livello cromatico non è impattante, a livello di accessibilità invece risolve molto. A livello conservativo, la guaina di cemento risparmia lo stesso percorso in roccia, evitandone la consunzione. I puristi insorgono, e ce ne faremo una ragione. Ma ci porremo, e ci poniamo una riflessione: il Partenone, come il Colosseo, come Pompei, sono luoghi estremamente massificati e visitati da tutti. Quando e dove ci si deve porre un limite? Si può decidere arbitrariamente di impedire la visita a un settore più o meno ampio di pubblico per preservarne l’integrità? La risposta è sì, oppure è fare in modo che un pubblico il più ampio possibile possa visitare il sito o il monumento senza arrecare danno. La passerella cementizia e accessibile dell’Acropoli di Atene, se da una parte può essere considerata “brutta”, dall’altra è funzionale e soprattutto reversibile, preserva il suolo e al tempo stesso consente la fruizione a un pubblico quanto più ampio possibile. Siamo sicuri che in Italia ciò sia sempre possibile?
Concludendo, o forse no
Ultimamente questo titoletto, “Concludendo, o forse no” lo sto usando spesso. L’ho usato, ad esempio, nelle conclusioni del saggio “Femminicidio e violenza di genere nell’antica Roma“, ma in questo caso il senso è diverso. Cioè, neanche in questo caso si può concludere qualcosa, dato che il tema è complesso, attuale e con sviluppi nel lungo periodo che né io né altri possiamo prevedere.
Mi vengono però alcune linee di ragionamento da isolare:
- numeri numeri numeri: il nostro patrimonio culturale si nutre di statistiche e di numeri. Il successo delle nostre strategie culturali si traduce in numeri di ingressi ai musei, poco importa che essi siano drogati alla base dai dati delle #domenicalmuseo che forniscono ingressi gratuiti cui non corrisponde un introito e cui non corrisponde una media sensata dei visitatori del singolo museo.
- accessibilità vs turismo di massa: i percorsi di accessibilità fisica sono al centro dell’attenzione, non solo in Italia, ma a livello europeo, perché si rischia che le istanze dell’accessibilità (vedi ascensori da realizzare in castelli o in edifici storici, o passerelle che vanno a tombare percorsi antichi) surclassino e soverchino le istanze della tutela. Quindi è sempre più importante far sì che i percorsi di accessibilità abbiano come primo scopo la tutela del bene che si propongono di far fruire a un pubblico quanto più ampio. Questo concetto, che sembrerebbe basilare, di fatto evidentemente non lo è, se siamo ancora qua a parlarne.
- chi muove il turismo di massa? La polemica scoppiata (e subito implosa) per l’accordo Airbnb e Colosseo ha messo in luce un aspetto importante: quanto sia collegato il turismo di massa con l’ospitalità, e di conseguenza con l’adattamento dei luoghi, che siano capitali europee, che siano città d’arte, che siano borghi pittoreschi a diventare alberghi diffusi in funzione dei turisti mordi-e-fuggi che, nel caso di Roma vanno al Colosseo e se riescono a vincere il concorso potranno essere gladiatori per un giorno; nel caso di Venezia si fanno la foto in Piazza San Marco e si lamentano se non c’è l’acqua alta che è così caratteristica (non mi credete? Date uno sguardo ai social del Museo archeologico nazionale di Venezia, che in passato ne ha parlato).
- snaturazione dei luoghi: che sia il Colosseo, che sia un borgo che punta la sua narrazione sul fatto di essere “la città che muore”, che sia un centro storico che non ha più botteghe storiche ma solo street food di bassa categoria, in Italia (ma non solo) si sta verificando un fenomeno di massificazione – il termine corretto è gentrificazione – che non riguarda solo la società e gli effetti del turismo, ma riguarda anche il Patrimonio culturale. Ci vuole un cambio di passo per far sì da quantomeno limitare, d’ora in avanti, la perdita di identità dei luoghi, dei quartieri, dei borghi, dei centri storici, cosa che invece sta avvenendo, giorno dopo giorno, sotto gli occhi di tutti.
- Identità dei luoghi è quella che si sta perdendo. è quella che fa sì che nel film Il Gladiatore II il Colosseo – già chiamato così, ma questa è un’altra storia – stia in collina e domini il panorama circostante, senza alcun interesse a restituire la realtà storica, perché tanto si rivolge a un pubblico che non è solo americano, non è solo occidentale, ma vuole essere globale, comprendendo Cina, Giappone, India e Vanuatu. In un mondo in cui un film del genere reinventa il Colosseo, ma il Colosseo fa accordi con AirBnb per promuovere questo film, e Airbnb è guardacaso la causa dell’overtourism a Roma come altrove che fa sì che proprio il Colosseo sia sovraffollato, c’è un cortocircuito di fondo che per prima cosa ha spento l’identità dei luoghi. Il Colosseo non è più il monumento simbolo di Roma, ma è diventato lo sfondo per un selfie perché è protagonista di due film. Cosa fosse Roma all’epoca del Colosseo non importa a nessuno e probabilmente non importa neanche sapere cosa fosse esattamente il Colosseo: il fatto che delle persone vogliano partecipare a un concorso per impersonare uno spettacolo di violenza quale era quello tra gladiatori lascia molto da pensare sullo spessore morale e intellettuale di chi effettivamente parteciperà al concorso. E certo il nostro Patrimonio non ha bisogno di questi spettacolini, né di arricchire ulteriormente l’ego di questi soggetti.
Altro si potrebbe dire, ma mi fermo. Spero anzi che proseguirete voi nei commenti, oppure sui social. In ogni caso buon Natale!







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