Fidia. Basta il nome per evocare in ciascuno di noi il Partenone, i suoi frontoni, il suo fregio continuo, la statua crisoelefantina di Athena Parthenos. Fidia, indubbiamente lo scultore più noto, o comunque nella top five degli scultori greci più noti del mondo antico (insieme a Prassitele, Policleto, Mirone, Skopas: questi quantomeno i miei prefe). Fidia, colui che di fatto “inventa” la scultura classica, la cui notorietà presso i contemporanei diventerà mito già presso i Romani, per giungere immutato fino a noi.
Fidia. Basta il nome. E infatti semplicemente “Fidia” si intitola la mostra in corso ai Musei Capitolini (Palazzo Caffarelli, ingresso indipendente, ma stessa biglietteria dei Musei Capitolini). “Fidia”: un nome evocativo, un nome che attira l’attenzione. Una mostra su uno scultore antico. Fa presa sul pubblico tanto quanto potrebbe fare presa (e la fa) una mostra su Caravaggio. Con una differenza: di Caravaggio noi le opere le possediamo. Di Fidia, con l’eccezione delle sculture del Partenone (di cui conosciamo fin troppo bene le questioni politiche relative alla restituzione da parte del British Museum alla Grecia), no.

Where is Fidia?
Partirei proprio da questo punto. In mostra una cosa doveva essere messa in evidenza fin dall’inizio e non lo è stata: il fatto che quelle che vedremo, con la sola eccezione di tre frammenti del fregio nord del Partenone, prestati dal Museo dell’Acropoli di Atene, sono tutte copie. Copie di assoluto pregio, di assoluto lustro, prestate dai maggiori musei del mondo, non solo d’Europa. Ma copie. Che, si badi bene, non hanno meno valore, eh, ma non sono propriamente Fidia.
Lo racconta molto bene Valeria Di Cola nella sua recensione della mostra di cui vi lascio il link: https://muripertutti.com/2024/01/17/fidia-a-villa-caffarelli-la-mia-recensione/; io sono sostanzialmente d’accordo su molte cose, a partire da questa (lo scoramento della visitatrice intercettata da Valeria è la dimostrazione che quest’impressione purtroppo è giusta). Parlare di Fidia attraverso le sue copie senza spiegare che sono copie romane principalmente di II secolo d.C. equivale a far fare ai visitatori lo stesso errore che fece Winkelmann quando pensava di canonizzare l’arte greca studiando le copie romane in marmo.
Quello che voglio dire è che andava esplicitato meglio, fin dall’inizio, che Fidia è evocato attraverso le copie romane più rappresentative delle sue opere: in apertura di mostra è l’Apollo Kassel messo a confronto con teste di Apollo provenienti da vari musei. Poi è L’Athena Lemnia, della quale è fornita una ricostruzione, perché conosciamo al limite qualche testa – copia ovviamente – e poco altro. Poi è l’Amazzone Ferita, che anche in questo caso conosciamo grazie a copie romane.
In realtà Fidia c’è in mostra. Ma non è presente tanto nelle opere, quanto in altro tipo di documenti, indiretti, forse, ma molto significativi.
Innanzitutto c’è quella coppetta, piccolissima, sulla quale è inciso a caratteri greci “appartiene a Fidia” che, giuro, mi ha fatto commuovere. Mi ha fatto pensare alle feste di compleanno da bambini, quando sul bicchiere di carta si scriveva il nome a pennarello, per far sì che non si perdesse tra le decine di altri bicchieri. L’ho trovato di un’immediatezza pazzesca, mi sono immaginata lo scultore che beve nelle serate invernali, dopo una giornata febbrile di lavoro nella sua bottega.
Dove ho trovato Fidia, ancora? Nei rendiconti scolpiti su marmo delle spese sostenute da Atene per l’acquisto di carbone, legna da ardere, rame, piombo, argento, nonché per il pagamento dei salari necessarie per la realizzazione dell’Athena Promachos. Ecco, vedere quei conti – frammentari ormai – è una dimostrazione molto concreta di come funzionavano le pubbliche commissioni di monumenti e di statue di culto, come nel caso dell’Athena Promachos. Anche per il Partenone abbiamo i rendiconti di spesa relativi a una statua in avorio e oro: avete capito di chi si tratta, sì? Dell’Athena Parthenos. Questi documenti erano pubblici, scolpiti su marmo ed esposti, nel caso dell’Athena Parthenos, all’interno del Partenone stesso. Ecco, sono documenti come questo, un piccolo ma significativo frammento esposto in mostra, che mi avvicinano di più a Fidia, al suo lavoro quotidiano, al suo confrontarsi non solo con l’esercizio del suo estro artistico, ma anche con il suo essere imprenditore, con i conti che non tornano, con la gestione di una bottega nella quale lavorano altri scultori che devono essere pagati, ma anche seguiti e formati, perché lo stile parli un linguaggio univoco e perfettamente riconoscibile.

Infine, ho trovato Fidia nella sala dedicata alla bottega che egli installò per la realizzazione della statua crisoelefantina – oro e avorio – di Zeus, lo Zeus di Olimpia. In mostra è esposto un modellino, efficace, certo, ma impersonale. Nelle vetrine invece sono esposte sime e antefisse in terracotta rinvenute nella bottega. Perché, signori miei, la bottega di Fidia a Olimpia è stata ampiamente scavata dai colleghi tedeschi. I quali hanno trovato le tracce materiali del funzionamento di una bottega della seconda metà del V secolo a.C. Queste sono le cose che mi mandano in brodo di giuggiole. Queste sono le cose che, più che le copie romane, raccontano chi era Fidia e come lavorava.
Palazzo Caffarelli: siamo sicuri che sia una sede espositiva adeguata sempre e comunque?
Sale piccole, passaggi stretti. Stanze dalle pareti scure, che se da un lato vogliono esaltare i marmi dall’altra restringono la percezione dello spazio. Visitate questa mostra di sabato e vi sentirete oppressi, schiacciati, senza alcuna possibilità di guardare liberamente le opere, di avvicinarvi a un pannello, di camminare liberamente.
Avevo sperimentato un’esperienza simile con la mostra sui Marmi Torlonia, sempre a Palazzo Caffarelli: i percorsi angusti, le sale troppo piccole e troppo piene per le loro dimensioni, non aiutavano nella fruizione della mostra. Allo stesso modo, alla mostra “Fidia” ho avuto la percezione di spazi troppo angusti per opere che meriterebbero più spazio per poter essere osservate da vicino. Insomma, rispetto a una mostra come “Nuova luce da Pompei a Roma“, in cui sia gli oggetti esposti – di dimensioni ben più misurate delle statue – sia il colore delle pareti – quel bel giallo che a me piace tanto e che conferiva più luce e creava l’illusione di uno spazio più ampio – qui non si è cercato di “sfondare” le pareti, ma al contrario di creare un ambiente volutamente raccolto, in cui emergesse il candore del marmo delle opere (copie) di Fidia.

Cambiare il senso di visita?
Faccio mia, semplicemente perché l’ho apprezzata come proposta e perché è una riflessione che condivido e che mi piace rendere pubblica, la proposta avanzata da Luca Girella e Stefania Berutti, archeologo e archeologa con cui ho visitato la mostra, relativamente all’opportunità di proporre la sala sull’eredità e il mito di Fidia nell’età moderna all’inizio del percorso di visita invece che alla fine.
Siccome infatti in mostra conosceremo Fidia attraverso le copie delle sue opere, poteva essere interessante proporre fin da subito il tema del mito di Fidia presso i posteri e i contemporanei, per poi scendere nel concreto di ciò che effettivamente conosciamo di lui.
Concludendo
Inizialmente non volevo scrivere la recensione di questa mostra. Molto ne avevo letto, molto è stato scritto. Altro potrei dire, per criticare ad esempio l’espressione “pezzi da novanta” utilizzata in un pannello a proposito degli scultori che si sfidarono nella famosa gara per l’Amazzone Ferita (vinta tra l’altro da Policleto, con sommo scorno di Fidia). Un’espressione che posso usare io sul blog, che può usare Alberto Angela in una sua trasmissione, che può utilizzare un giornalista in un suo articolo in merito. Ma che non è adatto al linguaggio di un pannello espositivo di una mostra. Perché è vero che un linguaggio più alla portata di tutti è apprezzato dal grande pubblico, ma è pur vero che “pezzi da novanta” è un’espressione talmente colloquiale che su un pannello di una mostra sì divulgativa, ma al tempo stesso dal preteso alto spessore scientifico, stona parecchio.
Mi ritrovo invece qui, alla fine di questa recensione, rendendomi conto che come al solito ho buttato là nel minestrone che mi contraddistingue tutta una serie di cose, di riflessioni, di osservazioni fatte sul momento, fatte a mente fredda, condivise con chi ha visitato con me la mostra. La mia impressione finale non è del tutto negativa. Però emerge una contraddizione in termini: la volontà di fare una mostra monografica su un artista noto almeno nel nome, quindi sperando di attirare un pubblico che non sia solo di specialisti e appassionati, ma al tempo stesso senza spendersi in spiegazioni sincere sulla figura di Fidia e sul senso della mostra. Perché quel “Un percorso straordinario nella vita e nell’attività dell’artista, con oltre 100 opere, alcune esposte per la prima volta, tra reperti archeologici, dipinti, manoscritti, disegni, installazioni multimediali.” come si legge sul sito dei Musei Capitolini a presentazione della mostra, regala illusioni che poi non soddisfa.
Voi avete visitato la mostra? Che ne pensate? Vi aspetto nei commenti.







Scrivi una risposta a Visitare Atene in due giorni: il mio itinerario. Parte prima: Acropoli e Museo dell’Acropoli – Maraina in viaggio Cancella risposta