Beram (Croazia): la chiesa di S. Marija (e il docufilm che me l’ha fatta scoprire)

Sono appena rientrata da un breve ma intenso viaggio in Istria. Si tratta di una regione che volevo visitare da tempo, attirata dal suo ricco patrimonio archeologico e culturale di cui magari in Italia giunge poca eco, ma che in realtà è piuttosto consistente.

In questo caso però non parlo di archeologia, ma di storia dell’arte piuttosto. E di comunicazione. E di riflessioni su quanto bene possa fare un documentario, anche se lì per lì gli abbiamo dato poca fiducia.

Vi parlo della piccola chiesa di S. Marija di Beram.

Una piccola chiesa di campagna, né più né meno. Immersa nel verde della boscaglia, a un km circa dal piccolo borgo arroccato di Beram, che a sua volta si trova a pochi chilometri da Pazin, nell’Istria croata interna.

S.Marija (Beram)

La chiesa di Santa Marija è una chiesa parlante, come ne esistono tante: una chiesa affrescata nel 1474 da Vincenzo da Castua con temi legati a vicende della vita di Cristo e della Madonna, di alcuni santi particolarmente venerati, più la danza macabra sulla controfacciata: una teoria di personaggi maschili e femminili di varia estrazione sociale che danzano e scorrono, non si sa se volenti o nolenti, insieme a scheletri, rappresentazioni macabre della morte. Il significato, per il fedele della seconda metà del Quattrocento era chiaro: tutti siamo uguali quando si tratta di morire; poveri o ricchi, soffriamo tutti alla stessa maniera, pertanto, è meglio vivere rettamente per aver salva la vita eterna.

La danza macabra, dipinta sulla controfacciata della chiesa di S. Marija a Beram

La chiesa non è particolarmente grande, anzi. A me, che non ho poi grande dimestichezza con le pievi poste lungo i cammini nel mondo cristiano, ha ricordato certe chiese del Ponente Ligure (le uniche di cui saprei dire qualcosa): la semplicità delle architetture e insieme la complessità del ciclo pittorico, infatti, mi ha fatto venire in mente San Bernardo di Andagna (IM), con la sua rappresentazione dei Vizi capitali che, incatenati, finiscono nella bocca di un drago. Qui la scena è differente, ma l’epoca è la medesima, e medesimo è l’intento didascalico nei confronti dei fedeli analfabeti: spiegare per immagini ciò che è peccato e ciò che non lo è, raccontare le vite di Cristo e della Madonna, le vite dei santi cui giurare maggiore devozione.

La chiesa di S. Marija a Beram ha sopportato alcune vicissitudini nel corso della sua storia. Per esempio la parte dell’abside è stata totalmente modificata, quindi le pareti affrescate con la passione, crocefissione e resurrezione di Cristo sono andate perdute. Si conservano però tutte le altre scene che, seppur in disordine, sono facilmente leggibili. Alcuni episodi attirano l’attenzione: il San Sebastiano è particolarmente trafitto da frecce; il San Martino che si taglia un pezzo di manto per coprire il mendicante passa su una pavimentazione che sperimenta la prospettiva; la fuga in Egitto è ambientata nella campagna istriana, caratterizzata da colline e castelli.

La fuga in Egitto: l’ambientazione, però, è la campagna istriana, con le colline e i castelli

Tra tutte le scene rappresentate, alcune sono degne di nota, perché mostrano il rapporto dei fedeli con le vicende narrate: è incredibile, ad esempio, vedere che Erode, nella scena della Strage degli Innocenti, ha gli occhi abrasi, cavati da un qualche fedele arrabbiato per il suo atto empio e criminoso. Allo stesso modo, la scena di San Michele che sconfigge il demonio è accompagnata da graffiti che recitano “dagliene!” come a dire “daje”. In che lingua? In glagolitico.

Cos’è il glagolitico

Il glagolitico è il più antico alfabeto slavo. Antico più ancora del cirillico, visto che fu inventato proprio dai due santi Cirillo e Metodio che nel IX secolo volevano tradurre la Bibbia per le genti dei Balcani. Risale dunque al periodo della cristianizzazione di quest’area del Mediterraneo. Il glagolitico come forma linguistica ebbe grande fortuna e fu usato per quasi due millenni in Croazia, mentre altrove fu sostituito dal cirillico, che ne è una derivazione e che si diffuse molto di più. Rimando per maggiori informazioni alla definizione che ne fornisce l’Enciclopedia Treccani.

La strage degli innocenti. Erode ha gli occhi cavati da un qualche fervente fedele, il quale lo ha volutamente accecato. Sulla veste, poi, si individuano righe di testo in glagolitico

Studiare il glagolitico e tradurlo vuol dire comprendere tutto il medioevo croato. Un medioevo non semplice, fatto di eventi magari poco essenziali per la storia occidentale, eppure ugualmente degni di essere conosciuti e studiati.

Fu uno studioso in particolare, Branko Fučić, a cavallo delle due guerre e poi nel secondo dopoguerra, ad appassionarsi al filone di ricerca sul glagolitico. Tant’è che oggi nell’Istria interna, in territorio croato, si incontra anche un Viale dei glagoliti, da Rozzo a Colmo sul quale si trovano monumenti con iscrizioni in questo antico alfabeto.

Branko Fučić al lavoro in una chiesa istriana (Beram?). Credits: croatianhistory.net

Un docufilm, realizzato nel 2016 e presentato alla Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto di quest’anno, di produzione croata, è dedicato al glagolitico attraverso il lavoro, durato una vita, proprio dello studioso Branko Fučić. Si intitola Az, Branko pridivkom Fučić: Nome Branko, cognome Fučić: lo potete vedere (senza sottotitoli, però) a questo link: https://vimeo.com/161900213

Branko Fučić fu personaggio poliedrico che seppe districarsi piuttosto bene tra le controverse e difficili situazioni politiche dei Balcani del secondo dopoguerra. Si occupò per la maggior parte delle iscrizioni in glagolitico sparse e mai documentate né inventariate in Jugoslavia e dei cicli pittorici delle piccole chiese della Croazia.

Tra i documenti e monumenti di cui quest’archeologo si occupò rientra quindi anche la piccola chiesa di Beram. Sì, perché i suoi affreschi, che nel corso dei secoli erano stati imbiancati, erano stati poi riscoperti all’inizio del Novecento, ma nessuno si era preso la briga, oltre che di interpretarli, di leggere le “iscrizioni del popolo”, i graffiti in glagolitico che si trovavano (e si trovano) su alcune delle scene dipinte.

L’episodio di San Martino, Beram, chiesa di S. Marija

La storia di questa riscoperta è raccontata proprio nel documentario dedicato principalmente alla vita dell’archeologo e attraverso di esso ai monumenti con cui egli si confrontò nel corso della carriera.

Il valore di un documentario sta nel messaggio di fondo che trasmette

E qui scatta il retroscena e il mio meaculpa.

Il docufilm faceva parte dei film individuati per la Menzione Speciale Archeoblogger 2017 della Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, della cui giuria faccio parte con orgoglio ed emozione ormai da qualche anno. Per farla breve: il film non ha passato la mia preselezione: l’ho trovato troppo incentrato sulla figura dell’archeologo, troppo celebrativo, noioso e monocorde. Inoltre, dovendo scegliere tra altri film, gli ho preferito un altro titolo. Ma mentre lo visionavo avevo notato la chiesina di Beram. Così, quando ho progettato il viaggio in Istria, ho voluto fortemente visitarla.

Il docufilm che parlava di Beram non ha avuto la Menzione Speciale Archeoblogger. Non ha ricevuto nemmeno il Premio Paolo Orsi, altro riconoscimento a concorso alla Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto. Ma ha evidentemente raggiunto uno scopo: quello di incuriosire, di invitare il pubblico (nello specifico, me) a visitare i luoghi di cui parla. E credo che questo risultato valga più di ogni riconoscimento che si possa ricevere. Perché lo scopo di un documentario non è certo ricevere un premio, ma è informare e fare buona divulgazione. Non sono sicura che il documentario fosse a tutti gli effetti un ottimo prodotto, ma alla fin fine, badando al risultato, ha fatto sì che quella risicata riga sulla mia guida dell’Istria “e poi c’è la chiesetta di S.Marija con i suoi affreschi” diventasse qualcosa di più, diventasse una visita da fare a tutti i costi.

E a prescindere dalla qualità del documentario, si riconferma il fatto che prodotti di divulgazione e comunicazione culturale di questo tipo possono essere molto efficaci e possono fare la differenza tra scegliere, o meno, di visitare un luogo di arte e di cultura, soprattutto se minore, come in questo caso. Un invito a chi si occupa di docufilm archeologici e storicoartistici a lavorare sempre meglio. Un auspicio a chi costruisce palinsesti tv, a inserire sempre più spesso documentari, a porli non come prodotto di nicchia o noioso, ma a renderli una scelta familiare per il pubblico degli spettatori. Ne guadagna sicuramente la comunicazione culturale, la diffusione della conoscenza e i singoli siti o momunenti “minori”, meno noti, che in questo modo vengono valorizzati.

Info pratiche

A proposito, se anche voi passate da Beram, sappiate che per visitare la chiesetta affrescata di S.Marija occorre chiedere di Sonja, la signora che tiene le chiavi e che è sempre disponibile ad accompagnare e ad aprire la chiesa. La visita costa appena 20 kune a testa, l’equivalente di 2.60 € circa: molto poco per questo scrigno prezioso nel cuore dell’Istria croata interna.

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