Chimera Relocated: il capolavoro dell’arte etrusca va per un mese a Palazzo Vecchio

Io con la Chimera di Arezzo ho un rapporto molto stretto. Sarà che la vedo ogni giorno a lavoro al Museo Archeologico Nazionale di Firenze, sarà che i miei genitori la andarono a cercare fino ad Arezzo quand’erano in viaggio di nozze, ma senza trovarla (ovviamente, visto che stava a Firenze da secoli. Ma chissà come, si erano persi questa informazione); sarà quindi che il suo nome riecheggia in casa mia da sempre, oppure sarà che il secondo giorno di lavoro nel Mibact l’ho fatto proprio davanti a lei, fatto sta che io alla Chimera un po’ la venero. Così, ora che si è temporaneamente spostata a Palazzo Vecchio, sono andata a controllare come sta.

A Palazzo Vecchio? Che ci fa la Chimera a Palazzo Vecchio?

La Chimera fu rinvenuta senza coda. Essa le fu aggiunta solo nel 1784

Vediamo la situazione dall’inizio.

La Chimera fu scoperta il lontano 15 novembre del 1553 ad Arezzo. All’epoca sulla Toscana governava Cosimo I de’Medici il quale, oltre a guerreggiare qua e là, a sfornare figli con Eleonora di Toledo e ad arredare Palazzo Vecchio, aveva promosso tutta una propaganda a favore delle Etruscherie, un po’ per mettersi in competizione con la Roma papale, dal cui sottosuolo all’epoca apparivano quotidianamente meravigliose opere d’arte e antichità romane, e un po’ per giustificare il proprio potere sulla Toscana, che vantava un’origine etrusca, ben più antica di Roma. La scoperta della Chimera, durante scavi lungo le mura di Arezzo, presso Porta San Laurentino, sembrò proprio un segno divino: una pregevolissima opera etrusca in bronzo, di grandi dimensioni, pressoché intatta, veniva in luce dal nulla, inaspettatamente, come una visione.

Cosimo I de’ Medici, busto in bronzo di Baccio Bandinelli

Cosimo I fu subito informato della scoperta e naturalmente la volle subito a Firenze. Baccio Bandinelli ne tracciò uno schizzo rapido ma efficacissimo: la prima immagine che noi abbiamo del nostro mostro mitologico.

La Chimera giunse così a Firenze, e Cosimo la sistemò, su suggerimento di Giorgio Vasari, nella Sala di Leone X in Palazzo Vecchio. Essa divenne il simbolo del “mostro” da vincere, un mostro interiore, ma anche il nemico visto in tutti gli avversari della Signoria fiorentina.

Curioso destino, quello della Chimera. Fusa in bronzo per essere parte di un gruppo scultoreo che si doveva comporre anche di Bellerofonte a cavallo di Pegaso, dono in un santuario, come ci fa capire l’iscrizione Tincsvil (= dono sacro) e come ci fanno capire gli altri bronzetti (esposti al Museo Archeologico Nazionale di Firenze) con i quali fu trovata, la Chimera un bel momento, chissà quando e in quali circostanze, fu separata dal suo nemico Bellerofonte e deposta in una favissa, un pozzo sacro nel quale fu ricoverata insieme ad altri bronzi votivi di un qualche santuario. Qui restò silente, dormiente, per più di 15oo anni, finché, durante i lavori di risistemazione delle mura di Arezzo, fu ritrovata.

A me sembra un po’ la storia del Signore degli Anelli, in cui l’Unico Anello del potere rimane nascosto e silenzioso per anni, finché non decide di risvegliarsi nel modo più improbabile. Ecco, per la Chimera immagino la stessa storia: che essa sia rimasta volontariamente sopita, sepolta, in letargo per secoli, decidendo di farsi trovare nel momento propizio, quando cioè il principe di una Toscana alla riscossa cercava una motivazione ideologica e storica per la propria carriera politica. Si chiama propaganda, ed è il mestiere del politico più antico del mondo. Il ruggito della Chimera dunque servì a Cosimo I a costruire un’immagine di sé come erede degli Etruschi che un tempo, ben prima dei Romani, governavano la Toscana.

La Chimera e la sua ombra riflessa sulla parete.

E poi dicono che Firenze, in quanto culla del Rinascimento, non ha spazio per l’archeologia. Invece l’archeologia, come sempre, si dimostra fondamentale per la società. Così fu nel Cinquecento, perché la Chimera, oggetto archeologico, ebbe un ruolo fondamentale nella propaganda di Cosimo I. Il Rinascimento e l’archeologia sono strettamente legati. Il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, per esempio, così come la Galleria delle Antichità degli Uffizi, non avrebbe avuto modo di esistere se non ci fossero stati i Medici con le loro collezioni e se non si fosse diffusa, tra la metà del Quattrocento e il Cinquecento, una passione per l’Antico talmente forte da condizionare incredibilmente la produzione artistica, e non solo, a Firenze, a Roma, a Venezia e a Napoli.

Ma veniamo a noi, alla Chimera, che per un mese abbandona il suo antro al Museo Archeologico Nazionale di Firenze per trasferirsi nella Sala Leone X di Palazzo Vecchio. Proprio qui ebbe dimora dal 1553 al 1712, quando fu trasferita agli Uffizi. Priva della coda, per tutto questo tempo stette a Palazzo Vecchio, nel palazzo del potere fiorentino.

Il primo disegno della Chimera, XVI secolo, Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze

Oggi la Chimera è al centro di questa sala, vera guest star di un evento giocato proprio su di lei: Chimera Relocated, vincere il mostro. Insieme a lei, nella Sala Leone X, molto suggestiva, si trova il busto in bronzo di Cosimo I realizzato da Baccio Bandinelli: la corazza è decorata a rilievo con due grifi. E ci rimango male, perché avrei voluto vedere due chimere! Oltre al busto di Cosimo I, che è in secondo piano rispetto alla Chimera, in posizione defilata rispetto ad essa, si può osservare anche un documento carinissimo ed emozionante: il primo disegno, il primo schizzo della Chimera, realizzato sempre da Baccio Bandinelli: sembra quasi un fumetto, un appunto lasciato lì, un disegnino infantile. Era il primo approccio a quest’opera, ma già tutti avevano capito che era qualcosa di eccezionale.

A me piace riscoprire la Vita delle Opere, per citare un bel progetto di comunicazione dell’arte. Per questo, nonostante io tifi per il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, e mi dispiaccia quando un’opera viene data in prestito altrove, non mi dispiace la sistemazione temporanea della Chimera. Innanzitutto, nel centro della sala, colpita da un faro dedicato solo a lei, è valorizzata. I “Wow!” si sprecano. Anche al MAF i “Wow” sono numerosi, per carità, non nego, anche al MAF i visitatori si fanno il selfie con la Chimera, anche al MAF la osservano e si interrogano al riguardo, e rimangono stupiti, a bocca aperta, emozionati. Tuttavia, la sistemazione assolutamente centrale, di primo piano, da protagonista assoluta, mi è piaciuta. Mi è piaciuto soprattutto il fatto che Firenze si ricorda della Chimera a tal punto da volerla portare in un luogo simbolo della città durante la manifestazione mondiale della cultura per eccellenza.

Credo che in museo dovremo interrogarci per bene sul valore di tutto questo. Perché mi sa che lo diamo spesso per scontato, ma in realtà non lo conosciamo appieno. La Chimera a Palazzo Vecchio ci insegna che bisogna comunicare, raccontare, offrire spunti e trovare idee. Dobbiamo mettere gli oggetti, le opere, in condizione di parlare. Dobbiamo osare, dobbiamo costruire racconti. La storia della Chimera a Palazzo Vecchio è già di per sé un racconto. Un racconto che la Storia ha scritto, e che noi dobbiamo riscoprire e condividere.

4 pensieri su “Chimera Relocated: il capolavoro dell’arte etrusca va per un mese a Palazzo Vecchio

  1. Il tuo affetto nei confronti della Chimera, che definirei vero amore, ha qualcosa di dolce e profondo. Devo dire che non mi dispiace questo trasloco momentaneo, perché questa mostra tematica sembra ben fatta e realizzata dalla tua descrizione, per location, sistemazione e, soprattutto, significato in più che l’opera riesce a mostrare agli occhi dei visitatori.
    Buon ritorno a casa!

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