Uomo e natura nella Calvana del Medioevo: una passeggiata archeologica con i Laboratori Archeologici San Gallo

Un’antica torre medievale in mezzo al bosco, una casa che fu una chiesa e un castello che non è più. Sembrano gli ingredienti di una storia fantasy e invece sono tre edifici (o quasi) che si trovano a poca distanza l’uno dall’altro alle pendici della Calvana, la montagna di Prato che accompagna nel suo percorso a valle il fiume Bisenzio. Siamo a Sofignano, frazione di Vaiano.

La Torre di Melagrana, nel bosco di Sofignano, ai piedi della Calvana
La Torre di Melagrana, nel bosco di Sofignano, ai piedi della Calvana

Il paesaggio attuale per l’archeologo è il risultato di una serie di sovrapposizioni di paesaggi storici. È una continua interazione di paesaggio e uomo, che da secoli remoti a oggi ha condizionato, modificato, o al contrario abbandonato, l’ambiente naturale a seconda dei suoi scopi. Il gioco allora diventa riuscire a isolare una tra le tante sovrapposizioni. Il paesaggio medievale della Calvana, per esempio, è uno dei paesaggi storici che si può ancora individuare.

Partiamo dalla Torre di Melagrana.

La Torre di Melagrana
Torre di Melagrana: da fortificazione militare a colombaia

Sta lì, in una piccola radura in mezzo al bosco. Oggi è quasi spaccata in due nel senso della lunghezza, e una serie di tiranti e di impalcature ne assicurano il consolidamento e la conservazione. Di essa c’è silenzio assoluto nelle fonti, eppure era una torre fortificata, con tanto di feritoie che guardavano verso le direzioni strategiche del territorio: la Calvana, da una parte, la valle del Bisenzio dall’altra. Era in una posizione strategica per controllare le vie di valico e di mezzacosta. Le fonti non dicono nulla di essa, eppure basta osservarla da vicino, e fare le opportune deduzioni, ed ecco che ciò che le fonti non dicono ce lo dicono direttamente le pietre. Perché basta guardare la tessitura del muro per capire che è realizzato in pietre regolari, provenienti da cava. Due tipi diversi di pietre, poi, uno per le angolate, cioè le pietre d’angolo che rinforzano le pareti, e uno per le pietre degli elevati. La committenza doveva essere stata elevata, e le maestranze specializzate. Ma a chi apparteneva? A Bartolo di Vito, si suppone, ghibellino bianco fuoriuscito da Firenze e sistematosi qui, in questa terra di confine alla fine del 1200. La sua opera di fortificazione fu attiva per qualche tempo, poi gli fu intimato di dismetterla. E fu allora che la torre fu trasformata in torre colombaia. L’allevamento di piccioni era una risorsa non da poco nel territorio di Prato nel 1300, ci dicono le fonti. Ecco che la nostra Torre di Melagrana entra nel circuito economico dell’epoca, dopo aver dismesso le funzioni militari.

Ciò che resta del castellare di Bibbiano
Ciò che resta del castellare di Bibbiano

Ma non c’è solo questo in questo tratto delle pendici della Calvana. C’è una chiesa scomparsa, Santa Maria a Bibbiano. Esiste il ricordo, tanto che viene posta una croce sul luogo nel quale la credenza popolare credeva di poterne collocare l’antica posizione. Una croce posta in posizione panoramica, oggi in mezzo al bosco, a guardia della sottostante valle del Bisenzio. L’occhio allenato qui noterà che a un certo punto il bosco si riempie di pietrame: ciò che resta di un grande crollo, di una distruzione. Accanto alla tradizione che qui vuole la chiesa, vi è un’altra tradizione, che parla di un castellare, ovvero di un castello in rovina. In effetti un muro qui intorno c’è, unica sopravvivenza di un edificio che un tempo vi fu. Ma a ben guardare la struttura, le semplici pietre per come sono sbozzate, e la tessitura stessa del muro, si capisce subito che non si tratta di una chiesa: non vi sono chiese nei dintorni costruite con tale sciatteria di materiali e di tecnica. Le chiese della zona sono costruite con criterio, i loro paramenti murari sono curati, con pietre buone e ben tagliate. Allora quel muro non appartenne a nessuna chiesa, ma a quel castellare, il castellare di Bibbiano, che aveva pura funzione difensiva, quindi bando alla bellezza del paramento, sì alla necessità di fortificare uno sperone roccioso.

Ma la chiesa?

Che fine ha fatto? Bisogna guardarsi intorno, e scoprire che una bella casa, oggi privata, con tanto di pergolato con l’uva, ci racconta, sulla sua facciata, il suo passato di chiesetta di Bibbiano. È Case Melagrana, poco distante dalla Torre di Melagrana. “Mi avete scoperta“, ci dice, ma non ci nasconde il suo paramento in alberese, che disegna i contorni di un portale come se ne trovano in altre chiese della vallata e fino a Prato. La chiesa, che fu dismessa già in epoca medievale, e per questo scompare dalle fonti, fu trasformata in una casatorre, con tanto di feritoie per la sua funzione difensiva, e più tardi si vide accorpata ad un altro edificio, per diventare infine una residenza di campagna, con tanto di pergolato con l’uva.

Intorno a noi il paesaggio della Calvana, la via di mezzacosta sulla quale si dispongono gli insediamenti abitati, e un progetto di ricerca, promosso dalla cattedra di Archeologia Medievale dell’Università di Firenze, volto a censire tutte le evidenze archeologiche di età medievale presenti nel territorio del comune di Vaiano. Che uno pensa che non ci sia niente, e invece la mole di informazioni che si possono trarre sono enormi.

Osserviamo il paesaggio della Calvana con gli occhi dell'archeologo grazie ai Laboratori Archeologici San Gallo
Osserviamo il paesaggio della Calvana con gli occhi dell’archeologo grazie ai Laboratori Archeologici San Gallo

Tutto questo racconto non è altro che ciò che ci hanno mostrato Francesca Cheli e Chiara Marcotulli dei Laboratori Archeologici San Gallo, che negli anni hanno seguito un progetto di ricerca su questo territorio e che sono state capaci di unire all’informazione archeologica e paesaggistica anche delle informazioni sul metodo di lavoro: si parla di archeologia leggera, ovvero ricerca che non ha bisogno di scavi per trarre le sue informazioni perché lavora sugli elevati; e di archeologia territoriale, perché guarda alle singole evidenze nel contesto territoriale. Hanno compiuto un censimento a tappeto, per documentare tutte le esistenze. Si sono avvalse delle particelle catastali e per ciascun prospetto di edificio sono andate a individuare le murature medievali. È emersa una storia variegatissima di piccoli insediamenti di mezzacosta, posti lungo la viabilità all’ombra della Calvana, in un territorio che è antropizzato fin da epoca etrusca. Una storia che fino a poco tempo fa era sconosciuta e che oggi, grazie a iniziative come la passeggiata che i Laboratori Archeologici San Gallo hanno organizzato (e che si spera possano diventare qualcosa di più se il Comune di Vaiano ci mette lo zampino) può diventare di dominio pubblico. A giudicare dal successo di pubblico che la passeggiata ha avuto, e che ha accolto giovani, famiglie con bambini, anziani e una famiglia cinese, si può dire a ragione che alla gente del luogo interessa conoscere il proprio territorio, approfondire la propria storia, vedere le montagne che appaiono alla finestra con occhi diversi, più consapevoli. Io penso che con questa passeggiata molti dei presenti siano tornati a casa arricchiti, con una storia da raccontare. La storia che queste pietre, attraverso le voci degli archeologi, hanno saputo raccontare.

Per approfondire l’argomento, qui trovate l’articolo scritto da Francesca Cheli e Chiara Marcotulli per Discover Prato: spiega nel dettaglio il progetto di ricerca, le sue fasi principali e l’analisi degli edifici più importanti (tra cui proprio Casa Melagrana e la Torre di Melagrana): un bell’esempio di archeologia pubblica che si racconta alla comunità.

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