Il Patrimonio Culturale italiano e la parabola dei talenti

Sarà il periodo dell’Avvento nel quale ci troviamo, sarà l’ennesimo articolo di Salvatore Settis su Repubblica contro il ministro Ornaghi tutto giocato sui sette vizi capitali riportato da Patrimonio SOS, sarà ancora lo schiaffo che ci ha tirato ieri Massimo Gramellini dal palco di “Che tempo che fa” ricordando la scoperta della tomba di un gladiatore fuori Roma che opportunamente valorizzata avrebbe potuto richiamare folle di visitatori sulla scia del film “Il Gladiatore” e che invece verrà interrata (e sentirsi fare la paternale da Russel Crowe non è proprio la mia massima aspirazione), saranno infine tutti i microcasi (micro perché hanno poco risalto nazionale, ma proprio per questo forse ancora più pericolosi) di cattiva gestione del nostro patrimonio di cui quotidianamente giunge notizia, fatto sta che tra una riflessione e l’altra mi è tornata alla mente la famosa parabola evangelica dei Talenti, perché con le opportune modifiche e riletture, si può adattare al nostro discorso.

Nel racconto evangelico il padrone di una proprietà parte per un viaggio e lascia ai suoi servi delle somme da amministrare a misura delle loro capacità: 5 talenti al primo, 2 talenti al secondo, un solo talento al terzo. Al suo ritorno i servi restituiscono le somme amministrate: il primo ha fatto fruttare i suoi talenti, che si sono raddoppiati, idem il secondo, mentre il terzo mette l’unico talento sotto il materasso e così com’è lo restituisce, suscitando la collera del suo padrone che lo allontana dalla sua casa e lo getta “là dov’è pianto e stridore di denti“. La parabola racconta, semplificando e laicizzando la questione, che abbiamo il dovere di saper gestire e curare innanzitutto le nostre capacità, i nostri “carismi”, ma anche di saper rendere al meglio nel settore che ci compete.

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Rappresentazione della parabola dei talenti. Chiesa riformata della Vittoria, Newport, Galles

Trasponendo questa parabola nel mondo reale, soprattutto per quanto riguarda il tema che mi interessa, potremmo dire che l’Italia ha dei talenti, costituiti dal proprio patrimonio culturale, che non fa fruttare. l’Italia, nella figura dei suoi amministratori e di chi avrebbe il potere di gestire abilmente questo patrimonio, è il servo che non sa far fruttare il proprio talento, che per paura o per pigrizia non fa nulla, si adagia su quello che ha ricevuto e se ne sta, in attesa degli eventi.

Il problema dell’Italia, sollevato in parte ieri da Gramellini – che tornava retoricamente sulla storia del petrolio dell’Italia che ora francamente mi ha anche un po’ stufato – è che si crogiola talmente tanto nell’abbondanza dei suoi BBCC che non sente il bisogno di promuoverli, di valorizzarli o anche semplicemente di salvaguardarli. E non mi riferisco ai crolli di Pompei, che fanno notizia solo perché si tratta di Pompei, ma mi riferisco a tutta una serie di altre situazioni, meno note, nascoste, eppure ugualmente gravi: come la mettiamo con il museo archeologico di Pesaro, chiuso a tempo indeterminato per infiltrazioni d’acqua? O con gli scavi sotto Palazzo Vecchio a Firenze, che per essere aperti al pubblico necessitano, prima ancora che di fondi per la musealizzazione (che peraltro ci sarebbero già), dei necessari studi sui materiali e sulla stratigrafia, che però non vengono ancora fatti perché per gli studi non sono stati stanziati fondi e perché non si capisce bene chi dovrebbe studiare quel materiale? E cosa si musealizza se non si sa cosa si è scavato? E sempre a Firenze, non sono mai stati pubblicati gli scavi di Piazza della Signoria, per fare un altro bell’esempio… Ma si potrebbe andare avanti, e l’elenco sarebbe davvero lungo e penoso. E ancora: Sanremo, città dei fiori e del Festival, lo sapevate che c’è una villa romana scavata (e riscavata) vicino alla spiaggia alla Foce? Non tutti i Sanremesi lo sanno, lungo l’Aurelia un cartello mezzo divelto indica i ruderi romani, una piccolissima sala del museo civico della città dedica qualche vetrina di coccetti insignificanti ai più, la gente che va al mare a malapena si accorge del recinto. Non mi risulta che a tutt’oggi, nonostante gli ultimi scavi degli anni 2004/2005 avessero come fine la valorizzazione del sito, ci sia un regolare servizio di visita: giusto qualche scuola, non di più, e le visite speciali in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio. E il bello è che tutto questo viene denunciato in un librino, “Il mare in salita”, pubblicato nella collana ControMano di Laterza, scritto da una ligure di Ponente che in tanti anni che ha frequentato Sanremo non è mai riuscita a varcare il recinto. Rosella Postorino denuncia lo sgomento di un’abitante attenta del luogo che non si capacita dell’abbandono e che nota con un acume che gli amministratori locali evidentemente non hanno, che, ormai tramontato il mito della città dei fiori, sarebbe bene che Sanremo virasse verso altre forme di promozione turistica, e che l’archeologia potrebbe essere quella marcia in più che invece ora manca.

villa romana della foce sanremo

Il nero cancello della villa romana della Foce, Sanremo. Durante le Giornate Europee del Patrimonio (credits Pietro Raneri per SanremoNews.it)

Lo IULM ha lanciato pochi giorni fa un questionario aperto a tutti i cittadini sul tema del Patrimonio Culturale: cosa rappresenta il patrimonio culturale nell’immaginario collettivo? Posso dire una cosa a proposito? Sì, è bene che tutti possano rispondere a questa domanda, che tutti si pongano il problema, ma io vorrei che il questionario fosse indirizzato a chi quel patrimonio lo governa e lo amministra, giorno dopo giorno, prendendo decisioni e attuando scelte che si ripercuotono irrimediabilmente sull’intero sistema dei beni culturali italiani.

Come al solito sono stata prolissa e non si capisce dove voglio andare a parare. Il discorso sulla salvaguardia del nostro patrimonio è materia complessa e spinosa. Soprattutto è un continuo rimpallo di responsabilità, tra chi lo governa e lo gestisce, chi l’ha governato, chi lo governerebbe, chi è un teorico, chi un economista, chi subisce in silenzio, chi si sa solo lamentare. Il problema è che non basta stanziare fondi per iniziare un favoloso progetto di manutenzione per Pompei per risolvere il problema, che invece è nazionale. Occorre un cambiamento di mentalità su scala generale, occorre che ci diamo una sferzata. Parlo per me, che da qui predico bene, ma che in museo dove lavoro non muoio dalla voglia di fare quell’unica visita guidata all’anno che ci viene proposta; parlo per il direttore del mio museo, che potrebbe metterle delle dannate didascalie nelle vetrine dei bronzetti etruschi, così i visitatori non sarebbero costretti all’odiosa ammissione di ignoranza (nel senso proprio di non conoscere) che professano nel momento in cui chiedono ai custodi di che cosa si tratta; parlo per quei musei che si lanciano nei social network senza aver prima predisposto una strategia di coinvolgimento dei visitatori reali: ed è comunque una lodevole azione, che merita tutto il supporto di cui siamo capaci; parlo per la Direzione Generale per la Valorizzazione, che è così social media addicted, con tutta la sua presenza sui social network e in rete a livello centrale, cui non corrisponde nulla, se non lasciato all’iniziativa di singoli, nelle realtà periferiche di cui è disseminato il nostro territorio: così che dal punto di vista della promozione ognuno è davvero abbandonato a se stesso, perché la Direzione Generale, impegnata nella valorizzazione a livello generale, non si cura delle singole situazioni locali, che invece avrebbero bisogno in molti casi di un indirizzo e di un cane da guardia. Parlo per il MiBAC, che deve lottare contro poteri più forti di lui, ovvero il vile denaro necessario per campare, e che un po’ appare eroico per quel poco che riesce a ottenere, un po’ si crogiola anch’esso nelle sue mani legate dalla cronica carenza di fondi e di personale. E parlo per quel personale sempre troppo poco a detta di alcuni, ma in tanti casi male utilizzato.

E’ quantomai necessario un cambio di mentalità a tutti i livelli, dal visitatore che percorre le sale di un museo o i sentieri segnati in un sito archeologico, al ministro e ancora più su, se esiste. O il nostro talento, il Patrimonio, non solo non sarà valorizzato, ma verserà in condizioni sempre peggiori finché non andrà definitivamente perduto. E allora sì che sarà “pianto e stridore di denti“.

Amen

2 pensieri su “Il Patrimonio Culturale italiano e la parabola dei talenti

  1. Perdona se mi autocito, ma di recente ho “trovato il petrolio” anch’io e volevo fare mal comune: http://storiedellarte.com/2012/11/stati-generali-dei-professionisti-del-patrimonio-culturale-come-andata.html

    E, ovviamente, mi associo al discorso generale: c’è una preoccupante carenza di pianificazione e di cognizione di causa (oltre che denaro).
    E mica solo qui: probabilmente, se parli con un medico, un chimico, un geologo, un consulente del lavoro, un carpentiere, un cuoco… verranno fuori discorsi non molto diversi (“stiamo ancora alle frasi fatte! Tutti a dire che la ricerca/la salute/il suolo/il lavoro/il comparto agroalimentare sono un settore fondamentale, e poi guarda che tagli e che disastri!”)

    Comunque, rimanendo a noi, non avevo sentito l’infelice uscita del mio concittadino (provvedo, se Morfeo non arriva prima) e non so nemmeno se qualcuno gli ha scritto/twittato per spiegargli un po’ meglio come stanno le cose.
    Proporrei quasi un quattromani, se ti va.

    Mao!

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  2. Mia cara, sai che mi trovi sempre disponibile per un bel quattromani!
    L’uscita del tuo illustre concittadino non è infelice, ma talmente trita e ritrita da risultare solo ed esclusivamente una frase fatta e demagogica, che va d’accordo con quell’altra solfa dell’Italia che possiede il 90% dei BBCC del mondo (e qui taccio, per non essere volgare), che per fortuna, però ultimamente è passata di moda.
    E così scrivi su Storiedell’arte, eh? bene bene, mi piace questa cosa!

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