Gli Open Data in archeologia: chi li conosce? Chi li usa?

Gli Open Data, questi sconosciuti. Soprattutto in archeologia. Andate da un archeologo medio (che ancora costituisce la maggioranza degli archeologi in Italia) a chiedere cosa pensa degli open data, e vi risponderà “open che?” tirando su la testa dai suoi frammenti ceramici che studia da anni. Alché gli spiegherete che se gli open data in archeologia prendessero piede in Italia sarebbe più facile anche studiare la ceramica perché troverebbe condivisi e disponibili anche i dati sui materiali provenienti direttamente da scavo. Per un attimo gli si illuminerebbero gli occhi, alla vista delle immense possibilità offerte dalla rete, ma poi si rabbuierebbe subito al pensiero che, come lui può andare a guardare i dati di scavo prodotti da chissàchi, così chissàchi potrebbe guardare i suoi… e gli potrebbe rubare i risultati. Il vostro acheologo medio vi risponderà un laconico e inespressivo “bello, sì, interessante“, ma tornerà immediatamente a piegare la testa sui suoi cocci che, estratti dallo strato quasi 10 anni fa verranno pubblicati, dati ormai già vecchi, tra altri 10 anni.

Sì, credo sia questo l’ostacolo più grande che gli open data in archeologia in Italia devono superare: la paura della condivisione dei dati e la concezione alla Gollum del “L’ho trovato io, è tutto mio, è il mio tesssoro” di quello che si è scavato, per paura che lo pubblichi qualcun altro. Questa paura, del furto della proprietà dei dati, attraversa trasversalmente tutti gli istituti nei quali gli archeologi svolgono le loro ricerche, dalle università alle Soprintendenze agli istituti privati che lavorano in concessione. La gelosia dei dati prodotti sul proprio scavo è fortemente radicata nell’animo dell’archeologo medio, c’è poco da fare. 

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Eppure sarebbe così semplice: Conservare, disseminare, collaborare. L’archeologia libera e aperta è la nuova frontiera della ricerca.” Così MappaProject introduce il suo MOD, un archivio digitale archeologico che serve a conservare e a disseminare la documentazione archeografica e la letteratura grigia prodotta nel corso di una qualsiasi indagine archeologica. Soprattutto mi piace il verbo disseminare, che dà forma all’idea di dati archeologici resi pubblici con un atto di volontà: gettati nella rete, chi li vuole se li prenda, nell’ottica totalmente 2.0 della condivisione del sapere, dei dati, delle conoscenze, delle tecnologie.

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Il Mappa Project ha lanciato online un sondaggio proprio per verificare quanti conoscono gli open data e le loro potenzialità, quanti sarebbero disposti a utilizzarli, a condividere e disseminare i propri dati grezzi, con la tutela della paternità di chi quei dati li ha prodotti sul campo. I risultati verranno poi presentati al convegno Opening the Past 2013. Archaeology of the Future, che si svolgerà a Pisa il 13-14-15 giugno 2013.

Rispondere è importante per due motivi: innanzitutto, consente a ciascuno di noi di rendersi conto di quanto ne sa in materia di open data in archeologia, ma soprattutto di chiedersi se li userebbe, se li produrrebbe, se effettivamente pensa che gli servirebbero, se sarebbe disposto a condividere i suoi dati grezzi in un clima di collaborazione o continuerebbe piuttosto a pensare che i suoi dati sono in pericolo di furto (tra l’altro, se proprio avete questa paura, sbrigatevi a pubblicare i risultati preliminari, no?). In secondo luogo, e dal dato personale si passa all’immagine generale, sarà possibile capire se l’Italia è finalmente pronta a recepire una rivoluzione, perché di rivoluzione si tratta, di questo tipo. 

 Trovate il sondaggio a questo link: http://mappaproject.arch.unipi.it/?page_id=1866

 

PS: non ho niente contro gli archeologi che studiano montagne di materiali, ci mancherebbe, è l’ABC della ricerca. Ma se alzassero la testa ogni tanto dai loro cocci e dai libri e si guardassero intorno, riuscendo magari a mettere da parte i prgiudizi, sono sicura che anche la loro ricerca ne risulterebbe avvantaggiata, arricchita e migliorata. Il confronto e lo sguardo verso il nuovo servono sempre. La novità non è una nemica, siamo archeologi, non Neanderthal!

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