Archeologia Pubblica in Italia – Il resoconto della seconda mattinata di Congresso, 30/10/2012 – Prima parte: Archeologia e sviluppo del territorio

Se la giornata di ieri è stata molto intensa dal punto di vista dei contenuti, delle esperienze e delle problematiche sollevate, la giornata di oggi non sembra da meno. Anzi, se ieri i temi erano più improntati sul sociale, oggi si affronteranno temi di ordine politico-economico, necessari per poter sviluppare tutto il ventaglio di elementi che concorrono alla realizzazione di opere di archeologia pubblica.

L’introduzione alla prima giornata è a cura di Marco Bellandi, Prorettore dell’Università di Firenze, il quale vede che l’archeologia pubblica, soprattutto quella esercitata in seno all’università, rientra a pieno titolo in quella che egli definisce “la terza missione dell’università”, ovvero il trasferimento tecnologico e lo scambio nella ricerca a fini di innovazione e sviluppo: questo grazie al suo agire nel portare conoscenza e sviluppo economico e sociale, e per la sua forte relazione col pubblico. Per promuovere lo sviluppo territoriale, dice Bellandi, bisogna saper sfruttare una trama locale di specializzazioni produttive complementari fra centri imprenditoriali privati e pubblici distinti, in modo da stimolare la creatività e il dialogo; bisogna anche sviluppare competenze manageriali. Vedere nell’archeologia pubblica, dal punto di vista economico, semplicemente un modo per portare turismo è una visione limitata e limitante, perché c’è di più, in quanto l’archeologia pubblica va a recuperare i valori del territorio, andando a costruire, meglio, forse, a restituire, l’identità della comunità.

archeologia pubblica firenze

La prima sessione della Giornata, Archeologia e sviluppo del territorio, è presieduta da Isabella Lapi Ballerini, Direttore Regionale della Toscana. Il territorio è il tessuto connettivo che lega i nostri BBCC, dice da subito la Lapi Ballerini, e ciò che troviamo nei nostri musei si riverbera nel territorio. L’archeologia, che è inserita nel territorio ha anche legislativamente un valore paesaggistico.

Il primo intervento è quello di Michele Nucciotti, che presenta due casi di studio, esemplificativi del rapporto tra archeologia e sviluppo territoriale. Il primo caso è quello ormai celebre della collaborazione con la Giordania e che ha portato dapprima, nel 2009, alla mostra alla Limonaia di Palazzo Pitti “Da Petra a Shawbak. Archeologia di una frontiera,”: questa può essere considerata a tutti gli effetti una mostra di archeologia pubblica, in quanto si è condotto in contemporanea allo svolgimento della mostra stessa uno studio sui visitatori attraverso interviste con questionario, l’analisi dei commenti, ma anche conducendo uno studio in termini di impatto economico sulla città. Strettamente collegato è il progetto Liaisons for Growth all’interno di EU-ENPI Ciudad Italia-Giordania che ha previsto la creazione di un Masterplan turistico per sviluppare il settore turistico di Shawbak e dintorni. L’altro progetto di ricerca che viene presentato riguarda il monte Amiata: a partire dallo studio degli insediamenti di questo areale geografico è stato elaborato un Atlante dell’Edilizia Medievale che ha migliorato il governo locale del patrimonio. L’atlante è un modo per comunicare con gli amministratori locali, ed è stato assunto come strumento obbligatorio dalla comunità montana per i piani strutturali dei centri storici. Anche sull’Amiata, ad Arcidosso, si sta lavorando nella direzione dello sviluppo turistico, con, tra le altre cose, la realizzazione di un Centro di Documentazione che è stato preceduto da una serie di interviste alla popolazione locale per calibrare il livello informativo del museo, per non rischiare, in sostanza, di dare per scontate alcune informazioni base che però non tutti conoscono. Nel progetto iniziale erano, e sono, già intese strategie di valorizzazione.

Giovanna Bianchi chiede in apertura del suo intervento quale dev’essere il compito dell’archeologo nello sviluppo del territorio? L’archeologo solitamente tende ad occuparsi dello sviluppo culturale, ma lo sviluppo economico è l’altra faccia, insieme allo sviluppo culturale, della valorizzazione, dunque non dev’essere lasciato da parte durante l’elaborazione di un progetto. La Bianchi porta l’esempio del Parco Tecnologico e Archeologico delle Colline Metallifere (LI), ne narra la genesi – un progetto di ricerca territoriale costituito da una complessa serie di indagini che ha portato a capire che tutti i siti sono parte di un unico giacimento archeologico. Creato il parco, e dunque il progetto culturale, c’è ancora molto lavoro da fare, però per creare un indotto economico, lamenta la Bianchi. Si avverte l’esigenza che l’archeologo diventi un interlocutore fondamentale con un ruolo di gestione economica e manageriale al di sopra dello spezzettamento di competenze dei vari comuni gravitanti sul parco. Il Parco, peraltro, ha un suo comitato di gestione all’interno del quale, però, non c’è una figura proveniente dall’ambiente della Ricerca. E questo non è un segnale positivo.

Sabino Silvestri ci porta in Puglia, a Canosa, per parlarci della Fondazione Archeologica Canosina, e della sua attività ormai ventennale di collaborazione con la Soprintendenza: si tratta, in sostanza, di una fruttuosa collaborazione tra pubblico e privato che nel corso degli anni ha fatto il miracolo: ha trasformato l’archeologia a Canosa da “ospite indesiderato” – e titolava una mostra sull’archeologia urbana a Canosa – a fattore di sviluppo economico. La cultura e l’archeologia sono oggi a Canosa fattori di crescita evidenti: il turismo, aumentato negli ultimi anni proprio grazie all’apporto culturale, è a tutti gli effetti il fattore di crescita economica della città. In 20 anni è avvenuto a Canosa un totale ribaltamento, in positivo, dei valori: da giacimento archeologico frequentato dai tombaroli, quello di Canosa è divenuto un giacimento archeologico frequentato da visitatori e turisti.

Paolo Peduto parla invece delle alterne vicende nella gestione culturale del Castelo di Lagopesole (PZ) lungo l’itinerario federiciano e conclude il suo discorso con un mea culpa: non è soddisfatto, infatti, di come si è gestito l’intero iter che dalla ricerca è passato alla valorizzazione e alla fruizione; non è soddisfatto perché non si dovrebbero gestire i BBCC lasciandoli in mano ai non addetti ai lavori; non è soddisfatto perché non è riuscito a far capire che sono i contenuti che contano, che non si può accettare una banalizzazione del sapere. Evidentemente, conclude, non è riuscito a fare una buona comunicazione. Anche se in questo caso si può parlare di un mezzo fallimento dell’archeologia pubblica, è però importante riuscire ad ammettere dove si è sbagliato e perché. Un applauso al coraggio di Peduto, che non ha avuto problemi ad ammettere le mancanze del suo team di lavoro.

La parola passa poi a Chiara Molducci, archeologa e assessore alla cultura di San Casciano Val di Pesa, dunque un’archeologa impegnata in politica. Ci parla di comune e valorizzazione dei Beni Archeologici. A livello normativo l’ente locale garantisce la valorizzazione dei Beni Archeologici. Ciò è tanto più importante se si pensa al valore identitario che il patrimonio archeologico ha per la comunità locale. Per favorire la valorizzazione sono fondamentali elementi strutturali per recuperare spazi pubblici da destinare a luoghi della cultura (anche se il patto di stabilità, dice la Molducci riportandoci nel mondo reale, ha bloccato investimenti per attività di questo tipo). Il caso di San Casciano segna un esempio i buone pratiche nel campo della valorizzazione da parte di un ente locale: dal recupero di un edificio dismesso per farne biblioteca e museo civico al recupero di un percorso nel territorio, fino alla partecipazione ad una rete com’è il sistema museale di Chianti Musei; a queste si aggiungono la promozione e il sostegno di attività didattiche, la cooperazione tra enti pubblici e gruppi volontari come l’Associazione di Volontariato Archeologico.

Anna Patera parla invece del tema caldo dell’archeologia preventiva: è questo un tema caldo sia sul piano lavorativo che su quello legislativo, dato che la legge che lo regolamenta ha parecchi punti oscuri. L’archeologia preventiva riguarda poi l’identità culturale, la formazione, la comunicazione, lo sviluppo del territorio, la ricerca scientifica e l’economica. Il Codice dei Beni Culturali 42/2004 mette per iscritto per la prima volta quella che era comunque già una prassi consolidata, ovvero la possibilità per il Soprintendente di chiedere interventi di scavo preventivi. Tra le varie problematiche che la legge sull’Archeologia Preventiva solleva vi è quella, non indifferente, del finanziamento, per cui in passato e ancora in larga parte ora i soldi stanziati per i lavori archeologici spariscono con la fine degli scavi, mentre ben altro denaro andrebbe stanziato per il postscavo, per la ricerca e per la conseguente attività di comunicazione e di pubblicazione. Un accordo MiBAC-stazione appaltante prevede nel quadro economico, per far fronte a questa situazione, che una somma non inferiore del 10% del totale destinato agli scavi sia riservata alla documentazione, al postscavo e alla pubblicazione. L’archeologia preventiva, chiude la Patera, è assolutamente di interesse pubblico.

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