Archeologia Pubblica in Italia – Il resoconto dell’ultima sessione del Congresso, 30/10/2012 – Archeologia: dalla Costituzione alla Legislazione

L’ultima sessione del congresso di archeologia pubblica – Archeologia: dalla Costituzione alla Legislazione, è dedicato alla legislazione che regolamenta gli usi e le pratiche dei rapporti tra enti pubblici, locali e privati, della tutela e della valorizzazione, con i quali l’acheologia pubblica nei suoi esiti pratici si deve quotidianamente confrontare.

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Presiede questa sessione – ultima, ma non ultima – Andrea Pessina, Soprintendente per i Beni Archeologici della Toscana. Egli traccia una storia della tutela che corre dal Rinascimento sino alla pietra miliare dell’Art. 9 della Costituzione, punto di partenza del Codice dei Beni Culturali. Espone poi le novità introdotte nel codice in tema di tutela e valorizzazione a seguito della modifica del Titolo V della Costituzione. Il tema l’aveva già toccato ieri G.M. Flick, in toni non particolarmente favorevoli: per questo sarebbe stato interessante e formativo un confronto tra Flick e Pessina, l’uno già Presidente di quella Corte Costituzionale che non era così favorevole alle modifiche, l’altro dirigente di un organo periferico dello stato che quotidianamente deve affrontare questioni discendenti proprio da queste modifiche (che ricordiamo, per i BBCC riguardano la delega dell’azione di valorizzazione alle regioni, lasciando però la tutela nella sola mano statale, quindi separando, affidando a due diversi attori due azioni che di fatto sono strettamente legate l’una all’altra).

Il primo intervento di questa sessione è di Carlo Francini che porta l’esempio del Piano di Gestione del Centro Storico di Firenze – World Heritage Site. È stato realizzato un GIS archeologico che contiene tutte le informazioni pubblicate dal 1887 al 2007 con lo scopo, oltre che di gestire tutta l’informazione, anche di migliorare la tutela dei Beni Archeologici. Sono state realizzate sulla base del GIS delle Carte di potenzialità distinte per periodi: epoca romana, tardoantica, medievale. L’obiettivo finale è quello di condividere i dati e progettare una banca dati di utilizzo, quindi di diffondere i dati. Questo avviene già con Florence on earth, così come tutti i dati di ricerca sono scaricabili al sito http://datigis.comune.fi.it/MapStore/. Si torna a parlare di open data a Firenze, la notizia non potrebbe essere più positiva.

Maria Pia Guermandi parla invece di ACE, il progetto europeo Archaeology in Contemporary Europe 2007-2012. Di nuovo si torna a parlare di Archeologia preventiva la quale, lamenta la Guermandi, in Italia è limitata ai soli lavori pubblici: si tratta di una vera e propria anomalia italiana, alla quale si aggiunge un’altra anomalia, la mai avvenuta ratifica della Convenzione di Malta a 20 anni dalla sua stipula. A queste anomalie si aggiunge un’altra ulteriore anomalia: il precariato e i bassi compensi di coloro, liberi professionisti non inquadrati né nel MiBAC né nelle università che sono impiegati nell’archeologia preventiva. Ad essi è dedicato il provocatorio manifesto, con cui la Guermandi chiude il suo intervento “Se non lo assumi lo portiamo via” che sensibilizza sulla difficile situazione dei professionisti dei Beni Culturali nel nostro paese.

Elena Pianea parla della Legge Regionale toscana in materia di BBCC; tra le altre cose, essa prevede l’adeguamento dell’offerta museale alla contemporaneità e in questa visione rientra un Protocollo d’intesa tra Stato Regione e Fondazioni Bancarie per il recupero di strutture museali: la Regione si pone dunque come laboratorio per la gestione e la valorizzazione dei BBCC. La Pianea elenca poi quali sono i requisiti che devono avere i musei in Toscana: attività educativa e di ricerca, destinazione urbanistica certa, direzione scientifica, abbattimento delle barriere architettoniche. Infine accenna alla Magna Charta del Volontariato, presentata poche settimane fa al LUBEC che disciplina la presenza della cittadinanza attiva nei musei.

Gabriella Poggesi, unico ispettore di Soprintendenza della Toscana intervenuto nel corso del Congresso, parla dell’attività ormai trentennale di archeologia preventiva a Sesto Fiorentino, e della redazione delle Carte Archeologiche come primo strumento della tutela, della provincia di Pistoia, del comune di Prato e di Calenzano.

Anche Lucia Sarti si dilunga sull’archeologia preventiva a Sesto Fiorentino, per quello che concerne i siti di archeologia preistorica rinvenuti nel territorio comunale da 30 anni a questa parte, con la collaborazione del comune che in una declaratoria del 1998 imponeva indagini di archeologia preventiva prima di nuovi lavori su suolo pubblico, cui ha fatto seguito nel 2003 la stesura di una carta del rischio archeologica adottata con indicazioni procedurali per il nuovo piano regolatore. La seconda metà degli anni ’90 ha segnato un periodo fecondo, ricorda la Sarti, ma impegnativo per l’archeologia preventiva, in concomitanza con i cantieri per le Grandi Opere. Ai 30 anni di ricerche è corrisposta una volontà di incontro col pubblico. La ricerca ha rivelato, conclude la Sarti, la sorpresa di un territorio densamente popolato già in epoca preistorica.

A chiudere il Congresso viene chiamato Giovanni Curatola che, con la vivacità che lo contraddistingue, tira le fila di tutti i discorsi di questa due-giorni intensissima di contenuti. Tra aneddoti e battute di spirito ci ricorda l’estrema vivacità della nostra disciplina: l’archeologia non è superata, né fuori dal tempo, né fuori contesto rispetto alla nostra società. Commenta positivamente il Congresso, sia per i temi trattati che per la formula usata, quella delle tavole rotonde e degli interventi brevi: una struttura agile che ha fatto sì che si suscitassero riflessioni e occasioni di dibattito; una formula che dà il senso del work-in-progress e che per questo non deve restare un caso isolato, ma dovrà avere un seguito. A proposito della comunicazione, però, non può fare a meno di dire che l’archeologia comunica poco con il pubblico, e che su questo fronte c’è ancora molta strada da fare, perché bisogna ancora trovare un format che sappia conquistare. Dunque Curatola lancia l’esortazione a non fermarsi qui: questa è una tappa di un percorso che deve andare avanti.

Gli risponde Chiara Bonacchi: il prossimo Congresso di Archeologia Pubblica si svolgerà a Foggia nel 2015, riproponendo la stessa formula, che si è rivelata efficace nella sua forma aperta e partecipata. Lancia poi la proposta di costituire una rete di archeologia pubblica, che, personalmente, non vedo l’ora che si realizzi! Le parole finali spettano a Guido Vannini, che chiude il Congresso di Archeologia Pubblica con queste parole: “L’archeologia pubblica in Italia non avrà un’etichetta, ma non parte certo da zero!

Questo lungo resoconto in 6 puntate termina qui. Ho fatto il possibile per riportare i punti salienti dei ricchissimi discorsi di ciascuno dei convenuti. Non ho pretese di completezza, dunque, ma spero con questo strumento – che altro non è che i miei appunti messi in bella copia – di aver costruito una traccia a disposizione di chiunque che possa così ricordare, da qui alla pubblicazione degli Atti, prevista per il 2013, di quali e quanti temi si è parlato. Rimando ad un altro post, invece, le mie considerazioni a margine. Qui dico soltanto che è stato per me un piacere e un onore poter partecipare, ascoltare gli interventi ed essere la blogger ufficiale, se così si può dire, dell’evento. Ringrazio Michele Nucciotti e Chiara Bonacchi che mi hanno dato questa possibilità, e aggiungo che sono molto contenta della rete che si è costituita su twitter in questi due giorni: dietro gli account che hanno contribuito al livetwitting ci sono persone con idee ed esperienze che è bello conoscere e condividere. Fare rete non solo in rete, ma anche e soprattutto al di fuori: credo che sia molto importante, e credo che i tempi siano maturi per farlo davvero.

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