Archeologia Pubblica in Italia – Il resoconto della prima mattinata di Congresso, 29/10/2012 – terza parte: l’archeologo oggi: figura e formazione

La seconda sessione si apre immediatamente, con Giuliano Volpe, rettore dell’Università di Foggia, nelle vesti di moderatore. La sua presenza è d’obbligo, dato il tema: L’archeologo oggi: figura e formazione. Vedremo come subito ci sia di che aprire un dibattito, di ahimè non facile soluzione, ovvero quello della formazione universitaria. Ma andiamo con ordine. Giuliano Volpe ripercorre le tappe storiche della formazione della figura professionale dell’archeologo. Tra gli altri, cita il convegno e lo slogan “La laurea non fa l’archeologo” che noi tutti conosciamo. Denuncia la pessima situazione dei neolaureati all’uscita dal sistema universitario organizzato nel famigerato 3+2. L’archeologo, avverte Volpe, è una figura di frontiera tra scienze umane, ricerca scientifica, comunicazione, impegno sociale e politico. Infine spende una parola, sul rapporto tra università e soprintendenze, fotografando con pochi tratti una situazione che non è esattamente felice.

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Stefania Mazzoni parla di archeologi oltrefrontiera, ovvero della presenza di archeologi italiani richiesti in missioni archeologiche all’estero, soprattutto in Medio Oriente in situazioni d’emergenza. La Mazzoni ripete quasi come un mantra tre parole: eccellenza, modello italiano, professionalità. Questo getta sicuramente un’ondata di ottimismo sull’archeologia italiana, ottimismo che non guasta, visto quanto noi italiani per natura amiamo piangerci addosso senza saper valorizzare i nostri pregi. Ma, subito dopo, in chiusura di intervento, la Mazzoni sottolinea la grande varietà e abbondanza in Italia di corsi di laurea magistrale (30), master (19) e scuole di specializzazione (23, più la Scuola di Atene) per dire che nonostante questa dispersione di saperi, l’abbondanza e varietà nell’offerta formativa sono il punto di forza delle professionalità che vengono poi richieste anche in ambito internazionale. È evidente la disparità di vedute con Giuliano Volpe, e anche i presenti storcono il naso, io per prima, e lo esprimono su twitter. Perché il problema che interessa quotidianamente noi giovani del mondo dell’archeologia non è tanto andare all’estero in situazioni di emergenza che prevedono determinate professionalità, ma lavorare giorno dopo giorno, anno dopo anno, nel settore che abbiamo scelto con il nostro percorso formativo. Con questo non voglio dire che non sia importante che l’Italia sia riconosciuta a livello internazionale per l’eccellenza delle sue professionalità (per usare le parole chiave dell’intervento della Mazzoni), ma, e qui anticipo il dibattito che seguirà alla fine della sessione, l’università dovrebbe formare giovani pronti ad affrontare il mondo del lavoro così come si presenta nella pratica di tutti i giorni in Italia.

Segue Andrzej Buko parla del ruolo dell’archeologia in un territorio di frontiera com’è quella, lungo il fiume Bug, tra Polonia e Ucraina e di come il ritrovamento, lo scavo, la valorizzazione e la fruizione da parte del pubblico del Palazzo di Re Daniele di Galizia sia stato un caso di monumento che ha assunto per la popolazione un valore storico non polacco, non ucraino, ma sovranazionale, europeo: la frontiera in questo caso unisce, non divide, anche grazie all’archeologia e alla riscoperta di un passato comune.

Stefano Valentini parla di CAMNES e della creazione della SAHM, School of Archaeological Heritage Management, al fine di creare una figura professionale in grado di gestire con efficacia progetti archeologici disponendo di competenze di management. Infine Ettore Ianulardo, del Ministero degli Affari Esteri, illustra la presenza del ministero nel finanziamento di progetti archeologici all’estero anche in situazioni di emergenza come, recentemente, in Libia. Anche se si deve misurare con i tagli dei finanziamenti, il Ministero garantisce comunque il suo apporto per le missioni archeologiche all’estero.

A conclusione della mattinata s’apre il dibattito che, però, dovendo ricomprendere anche le riflessioni a margine della prima sessione, non può essere più di tanto approfondito. Tra le voci che intervengono dal pubblico quella del prof. Curatola, che insegna archeologia islamica all’Università di Udine, ma non al corso di laurea in archeologia! Un caso ridicolo, ma ahimè emblematico delle assurdità insite nella formazione universitaria italiana; Astrid d’Eredità, dell’Associazione Nazionale Archeologi accende l’attenzione sul poster presentato dall’ANA al Congresso nel quale si presentano i dati del II Censimento degli Archeologi in Italia condotto dall’Associazione. Infine si lamenta la mancanza di un laboratorio di confronto permanente tra professionisti e università proprio per colmare il divario tra formazione e mondo del lavoro, vero problema pratico per chi lavora nell’archeologia di tutti i giorni.

Segue la pausa pranzo, durante la quale chi vuole può guardare i pannelli presentati per l’occasione, che trattano di casi di archeologia pubblica applicati in Italia. Peccato non ci sia modo di poterli commentare coralmente… magari domani…

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