Archeologia Pubblica in Italia – Il resoconto della prima mattinata di Congresso, 29/10/2012 – Prima parte

Oggi, 29 ottobre, in una mattinata decisamente fredda, nella splendida cornice di Palazzo Vecchio, Sala d’Arme, si è tenuta la prima giornata del Primo Congresso Nazionale di Archeologia Pubblica in Italia. Annunciato negli scorsi giorni dalle pagine di questo blog, seguito in tempo reale da chi non poteva essere presente grazie ad un livetwitting piuttosto partecipato grazie all’utilizzo dell’ashtag #archpub da parte dei presenti in sala e non, il Congresso si è rivelato fin dalle prime battute ricco di spunti e di riflessioni sul ruolo dell’Archeologia Pubblica. A contrastare il freddo nella sala sono stati più che graditi i temi caldi della giornata… Quello che segue è un resoconto dei contributi dei congressisti, dei quali, vi ricordo, potete ancora scaricare gli abstract al sito web Archeopubblica2012.

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Apre il Congresso l’Assessore Sergio Givone che sottolinea come quello dell’Archeologia Pubblica sia un tema innovativo (in Italia, per lo meno…) nel segno di una ricerca volta al passato ma proiettata in un futuro del quale spetta a noi gettare le basi. La parola passa poi al Rettore dell’Università di Firenze, ente promotore e organizzatore dell’evento, Alberto Tesi, che ricorda il Workshop di Archeologia Pubblica in Toscana del 2010 e sottolinea che se il tema è nuovo per l’Italia al contrario non lo è per la Gran Bretagna, dove la disciplina è fortemente sentita e coltivata e dà i maggiori sbocchi occupazionali ai laureati in archeologia.

E dopo i saluti di rito, aprono finalmente  i lavori i curatori dell’evento, Chiara Bonacchi e Michele Nucciotti (Università di Firenze). Chiara Bonacchi illustra gli step che hanno portato all’organizzazione del Congresso, a partire dalla costituzione di un Comitato Scientifico i cui membri appartengono a differenti ambiti professionali e accademici, dunque a differenti realtà geografiche e istituzionali. È la cattedra di Archeologia Medievale dell’Università di Firenze che dal 2008 approfondisce il tema dell’Archeologia Pubblica, la prima in Italia ad occuparsi di questo ambito. L’archeologia pubblica, ricorda Chiara Bonacchi, mira a sviluppare usi della ricerca che portino alla crescita economica, sociale, e culturale delle comunità di volta in volta coinvolte. I suoi punti di forza sono l’intendere l’archeologia innanzitutto come ricerca, la contestualizzazione dell’archeologia nel mondo contemporaneo e la comunicazione come fattore imprescindibile.

Michele Nucciotti sottolinea che la positiva interazione tra ricerca archeologica e sviluppo economico è sottovalutata in questo momento di crisi, e questo è male: bisogna invece ripresentare la figura dell’archeologo alla società civile perché l’archeologia fa fronte ad un bisogno presente: la cultura è infatti uno dei fattori di sviluppo economico secondo i Millennium Development  Goals stilati dalle Nazioni Unite nel 2010. Dunque a cosa serve e a cosa può ancora servire l’archeologia? Il patrimonio archeologico è la prova tangibile, la più evidente del nostro passato ed è il medium più efficace per sperimentare il passato. Non solo, ma l’archeologia può essere un modo per recuperare un common ground per le comunità contemporanee, per riattualizzare gli spazi storici della convivenza civile.

La parola passa poi a Giovanni Maria Flick, già Presidente della Corte Costituzionale, che sottolinea il suo essere profano alla disciplina: ma forse proprio per questo può gettare uno sguardo fresco e spunti di riflessione da un punto di vista diverso, quello, nel suo caso, di un giurista nei confronti del nostro Patrimonio. In particolare si sofferma sulla Costituzione e sull’Art. 9 secondo il quale la Repubblica tutela il patrimonio artistico e storico della nazione e il paesaggio. Paesaggio e patrimonio culturale sono intimamente legati: se si tutela l’uno si tutela l’altro, ma se si degrada l’uno, anche l’altro risulta danneggiato. Flick riflette poi su quanto la modifica del Titolo V della Costituzione abbia portato confusione, anzi contrasto, nella gestione dei beni culturali, affidando la tutela al solo Stato e la valorizzazione alle Regioni. Tutela e valorizzazione sono invece due facce di una stessa medaglia, assolutamente complementari, senza l’una non sussiste l’altra e viceversa. E, in vista della fruizione, la tutela non dev’essere una tutela di conservazione statica, né un ostacolo. L’archeologia Pubblica, conclude Flick, è fondamentale per la promozione sociale e l’identità culturale.

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