3° Seminario di Archeologia Virtuale: il commento di una giornata

 

Si è svolto oggi il 3° Seminario di Archeologia Virtuale all’interno di Ediarché 2012.

 

Questa edizione, in particolare, è stata per me particolarmente importante, visto che sono intervenuta tra i relatori per parlare del tema, che a me sta molto a cuore, dei blog di archeologia in Italia. E devo dire che i feedback sono stati piuttosto positivi, segno che l’argomento interessa i convenuti: e come non potrebbe? Se parliamo di comunicazione, e di strumenti per fare comunicazione, non si può non guardare ai mezzi attraverso i quali veicolare la comunicazione e i blog sono un mezzo efficacissimo – anche se con tutte le insidie del caso – per fare comunicazione archeologica. Ma non sto qui a raccontare il mio intervento (è andato in onda stamattina in diretta streaming ed è stato registrato, quindi sarà disponibile a breve). Mi interessa invece riportare le mie considerazioni a margine di questa giornata.

Innanzitutto è stata una giornata di scambio, in cui lo scambio non si è limitato solo agli interventi dei relatori verso la platea, ma è proseguito dopo, in pausa, nel confronto e nel commento su ciò che si è detto, sulle idee che si condividono, sulla volontà di fare. Sono contenta, dunque, di aver finalmente conosciuto di persona Simone Gianolio, l’organizzatore dell’evento, Daniele Pipitone della redazione di Archeomatica e Simone Massi, il blogger di Archeologia 2.0. Ne sono contenta anche dal mio punto di vista di blogger (oggi sono proprio orgogliosa di definirmi tale!) perché essendo tutti e 4 blogger, ho cominciato a sentire nell’aria quel bel profumo di community archeologica che mi piacerebbe veder realizzata un giorno.

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Uno scatto pubblicato su twitter da @archeologo, Simone Massi di archeologia 2.0

 

E veniamo ai temi affrontati nel corso del seminario. Innanzitutto il 3D in archeologia, nell’intervento di S. Gianolio, con tutte le problematiche aperte che comporta, a partire dalla sua produzione fino al suo utilizzo pratico, tenendo sempre presente che va usato per valorizzare, divulgare, comunicare ma, in prima battuta, per fare ricerca. Non è, cioè, un giocattolino per ammaliare il pubblico, ma uno strumento che opportunamente utilizzato serve per produrre conoscenza innanzitutto per gli stessi ricercatori. Interessanti i flash lanciati su alcune app di archeologia per verificare l’utilizzo dei prodotti 3D, osservando quindi un’applicazione pratica che in tanti casi però non risponde ai criteri di scientificità del dato archeologico (in particolare l’app di I-Mibac Voyager cui da tanto ho promesso di dedicare un post che a questo punto diventa necessario pubblicare quanto prima): un vero peccato, un’occasione sprecata, che però fa vedere la differenza tra il pensare un prodotto 3D solo ed esclusivamente per il mercato (di massa, aggiungo) e il pensarlo invece innanzitutto come strumento di ricerca e poi di comunicazione.

E a proposito di 3D come non citare quella che per me ignorante in materia è stata una rivelazione: l’esistenza dei PDF 3D: ovvero file PDF che supportano elementi tridimensionali sui quali si può giocare col mouse. Non è meraviglioso? Il PDF diventa così un testo interattivo, in cui il fruitore finale può decidere quanto e come approfondire il suo livello di conoscenza dell’oggetto rappresentato, si tratti anche di un sito archeologico o di un edificio. Naturalmente, non occorre che lo dica, alla base c’è la normale prassi di lavoro che porta alla costituzione innanzitutto del modello 3D, ovvero un rilievo in fotogrammetria stereoscopica a nuvole di punti preciso a livello infinitesimale. La trasposizione del modello 3D nel file pdf avviene poi in un secondo momento, nel momento in cui dall’utilizzo del 3D come strumento di ricerca si passa al 3D come strumento di comunicazione sia ai fini di una pubblicazione scientifica (online) che per un pubblico anche di non addetti ai lavori.

Mi piace constatare che molti dei progetti presentati sono nati in seno alle strutture universitarie, da lavori di tesi di laurea o di specializzazione: questo dato non è banale, perché presuppone che anche in ambito accademico, solitamente più restio ad accogliere innovazioni di questo tipo, qualcosa finalmente si muove: per carità, l’università di Siena da anni ci ha abituato ad essere la capofila nel settore, ma mi sembra che l’utilizzo di tecnologie digitali per uno studio di archeologia dell’architettura (così come presentato da alcuni progetti dell’università di Siena e di Bologna) oppure di archeologia dei resti umani (come presentato da due progetti, di Siena e di Padova) si stia ritagliando uno spazio di un certo livello all’interno dei laboratori di archeologia. Il grosso del lavoro, poi, mi pare di capire, non è tanto il risultato finale, quanto cercare di comprendere quale strada percorrere per ottenerlo, quale software usare, come usarlo, quanto usarlo, con quale altro integrarlo. Siamo in una feconda fase di sperimentazione nel campo delle applicazioni digitali per l’archeologia e per la comunicazione archeologica.

A E. Vecchietti il compito di farci riflettere su che cos’è la Public Archaeology, nuova definizione che ha invaso il nostro vocabolario, ma di cui pochi conoscono il significato (sorvolando sul fatto che, come già una volta scrissi sul compianto blog di Comunicare l’Archeologia – a proposito di un convegno sull’Archeologia Pubblica in Italia svoltosi a Firenze il 12 luglio 2010 e di cui sono disponibili gli atti su Google Libri – l’archeologia dovrebbe già essere di per se stessa pubblica, non dovrebbe aver bisogno di una tale specificazione nel nome, ma se questo serve per porre l’accento sul ruolo sociale dell’archeologia allora vada per “archeologia pubblica”):la Public Archaeology ha per oggetto il rapporto tra archeologia e pubblico, quindi di fatto considera tutti gli aspetti della comunicazione archeologica. Bisogna a tal fine intendere il pubblico come consumatore di prodotti culturali, la cui reazione genera opinione pubblica. Se questa è la teoria e la nozione di Public Archaeology, la realtà dei fatti si scontra con una situazione non proprio rosea nel panorama italiano, in cui gli archeologi di oggi scontano le colpe degli archeologi di ieri, tutti arroccati nel proprio territorio, senza preoccuparsi di pubblicare, nel senso di rendere pubbliche, cioè condivisibili da tutti, le scoperte relative ad un determinato sito, scavo urbano o simili. Inoltre la nuova generazione di archeologi, quella che si sta formando ora in Università, non trova nei corsi di laurea in archeologia modo di apprendere le metodologie proprie della comunicazione, della divulgazione e della didattica, col risultato che continua a non saper parlare col pubblico, a restare slegato da esso e dalle sue esigenze (a meno che, ovviamente, non cerchi da se stesso una strada). Verifichiamo così che se i corsi di laurea si stanno aprendo all’apporto delle nuove tecnologie, delle tecnologie digitali per la ricerca e per la comunicazione, manca ancora, comunque, quel passaggio ulteriore che possa mettere davvero l’archeologo in condizioni di comunicare con il pubblico. Pubblico che è tutta la cittadinanza, tutta la popolazione interessata dalla ricerca archeologica. L’interesse dell’opinione pubblica è alto, sta aumentando, piano piano la sensibilità sta crescendo, per questo bisogna sfruttare questo seme ottimisticamente e sperare che metta radici profonde nell’opinione pubblica.

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Vecchie e nuove tecnologie per prendere appunti durante il Seminario…

Bilancio assolutamente positivo per questa giornata; tanta la carne al fuoco, infiniti gli spunti di riflessione su cui lavorare per il futuro. La prossima edizione del Seminario di Archeologia Virtuale sarà dedicata alla gestione digitale del dato archeologico, e nel frattempo la notizia che tutti noi nuovi fans di instagram aspettavamo: parte un concorso di fotografia archeologica, per partecipare basta fotografare un soggetto archeologico, divertirsi con i filtri di instagram e taggare lo scatto con l’ashtag #archeogram. Ci sarà da divertirsi!

2 pensieri su “3° Seminario di Archeologia Virtuale: il commento di una giornata

  1. Il concorso fotografico lo lanceremo il prima possibile, il tempo di capire come gestirlo dal punto di vista di come recuperare in modo opportuno gli scatti effettuati e cosa dover valutare in una app del genere. Instagram sarà il social veicolante, l’interesse sarà soprattutto focalizzato sugli smartphone come pervasiva modalità di scattare fotografie al paesaggio.
    Sono contento che il PDF3D si faccia conoscere, anche un’altra ragazza su Twitter ha detto di averlo scoperto ieri: è una tecnologia che esiste da tempo, ma pochissimo o per nulla usata, anche presso chi fa pubblicazioni digitali.
    Ci terremo in contatto per le prossime iniziative, la macchina non si ferma mai! 🙂

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  2. Avete un gran bel blog qui! Sareste disponibili per uno scambio di post? parlo di guest blogging… ho un blog che tratta di argomenti simili, vi ho inviato una mail per scambiarci i dati. Grazie ancora!

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