Amare constatazioni: come cambia nel tempo il fascino dell’antico…

Le cronache degli scorsi giorni che ci raccontavano di come Villa Adriana stesse per trasformarsi in discarica ci hanno amareggiato, nonostante si siano concluse (per ora) bene: la discarica della discordia non verrà più fatta a due passi dal celebre sito archeologico, con buona pace di chi sostiene alzando le braccia al cielo che nel Lazio per forza di cose ovunque fai una discarica ci sarà sempre accanto un resto archeologico da tutelare. Nonostante la conclusione positiva della faccenda, dicevo, le cronache ci hanno amareggiato perché ancora nel 2012 non si riesce a capire che non tutti i beni immobili di proprietà statale sono uguali, e che ci sono dei beni immobili che sono patrimonio nazionale e in quanto tale vanno tutelati, non ricoperti da montagne di rifiuti. Ci hanno amareggiato perché, purtroppo, non è solo questo l’unico problema di Villa Adriana: riconosciuto Patrimonio del’Umanità UNESCO, rischia di vedersi togliere questo riconoscimento per via di una lottizzazione selvaggia che starebbe interessando le aree limitrofe al sito. Forse non tutti lo sanno, ma non è che una volta che un sito, un monumento, un territorio vengono inseriti nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità ci possano rimanere per sempre: se vengono meno quei caratteri di tutela, valorizzazione, salvaguardia delle peculiarità che hanno reso quel sito, monumento, territorio, degno della menzione UNESCO, l’UNESCO stessa si riserva il diritto di cancellare il nome dalla lista del Patrimonio Mondiale. Questo perché l’UNESCO è un organo superiore di controllo, non di esercizio effettivo della tutela. La tutela deve partire dal basso, dal territorio, l’interesse a mantenere intatte le condizioni che fanno di un sito un Patrimonio dell’Umanità deve partire da chi vive nel territorio, chi amministra quel territorio, chi si riconosce, o si dovrebbe riconoscere nei valori culturali di cui quel sito è portatore. Dunque se dall’amministrazione territoriale non arriva nessun segnale di volontà di preservare quel sito nei suoi caratteri peculiari che l’hanno reso degno dell’interesse dell’UNESCO, l’UNESCO può revocarne la menzione. Con grave onta e disdoro per l’amministrazione territoriale che ha permesso ciò, aggiungo io.

A questo si aggiungono le solite segnalazioni, che ormai non fanno neanche più notizia, di restauri mai fatti, di strutture pericolanti, di manutenzione pressoché inesistente. Inutile anche spenderci tempo, io per scriverlo e voi per leggerlo.

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Villa Adriana ha goduto senz’altro momenti migliori. L’idea che la villa più lussuosa di tutti i tempi dell’imperatore più amante del bello che Roma abbia avuto debba sopportare oggi incuria, disinteresse da parte delle amministrazioni territoriali e rischi di trasformarsi in discarica fa riflettere su quanto teniamo in conto il nostro patrimonio storico-culturale.

Ma non è che solo in campagna avvengono di certe nefandezze. Perché, se vogliamo continuare a parlare di spazzatura, pure in centro a Roma, dalle parti del Colosseo, si sta formando una piccola discarica a cielo aperto. La notizia è di oggi, segnalatami ancora una volta dall’attento Simone Massi, @archeologo su twitter, blogger di archeologia 2.0. E badate bene, anche qui, ancora una volta, non si tratta di comune spazzatura abbandonata da qualche privato cittadino particolarmente maleducato. Così riporta infatti l’articolo di Repubblica che riporta la notizia: “è quasi da una settimana che a ridosso della piazza monumentale si possono ammirare buttati a terra quintali di strati di asfalto di pavimento stradale, pile di enormi blocchi di travertino lunghi oltre un metro e mezzo ciascuno, cumuli di mattoni, almeno quattro tombini dell’Acea, lunghi tubi di plastica per cavi da cantiere, manciate di bicchieri a calice di vetro frantumati, lastre di metallo, cartacce.” Sono tifiuti lasciati per la maggior parte da avanzi di lavori pubblici, avanzi, ironicamente, dell’adiacente cantiere di restauro allestito dalla Soprintendenza archeologica. 

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Che brutta figura. Per noi stessi e per gli altri, per quei turisti che vengono a Roma per godersi i monumenti dell’antica Caput Mundi e che si ritrovano invece in una sporcizia degna della peggiore banlieue da terzo mondo. Il degrado si va ad affiancare al disinteresse, ed è un angosciante e implacabile segno dei tempi.

Sarà deformazione professionale la mia, visto che per studio mi occupo del fenomeno, ma questa situazione di abbandono, incuria, incomprensione e disinteresse per ciò che è stato mi ricorda tanto un altro periodo, storicamente nefando, della storia di Roma (e gioco sul doppio significato di Roma come città e Roma come impero romano): quando, finiti i fasti del periodo glorioso dell’Impero, da quell’epoca che viene chiamata tardoantico in poi e da lì in avanti per tutto il Medioevo, nella situazione di crisi generalizzata, di assenza di un potere centrale forte prima e di fine di un’epoca poi, i monumenti venivano dapprima abbandonati, il che provocava degrado e crolli delle strutture; le aree un tempo monumentali abbandonate, avendo perso ormai ogni valore e ogni significato, ormai ridotte a rudere, erano quindi rioccupate più o meno stabilmente, qualcuna ospitava orti, qualcuna diventava area dove buttare rifiuti. Molto più spesso però gli antichi monumenti venivano spoliati, distrutti per ricavarne materiale da costruzione. Non solo colonne o capitelli, ma le stesse pietre o blocchi di pietra venivano riutilizzati per ricostruire la città nuova.

L’Antico, dalla fine di Roma in avanti, ha sempre esercitato un fascino che ha prodotto sempre due effetti contrapposti, alle volte alternativamente, alle volte in contemporanea: da un lato un misto di ammirazione/emulazione, dall’altro la percezione dell’antico come altro da sé, dunque qualcosa con cui si convive, ma di cui non si apprende del tutto il significato, oppure lo si vuole stravolgere a fini ideologici. 

Oggi a che punto siamo? Che fascino esercita l’antico, mi domando, se nel giro di due settimane si viene a sapere di una discarica scongiurata a Tivoli e di angoli di degrado in aumento addirittura in Roma? Per non parlare di ciò che non fa notizia ma che riguarda molte aree archeologiche, siti e monumenti su tutto il territorio nazionale.

Siamo probabilmente, e mi dispiace constatarlo, in una fase in cui, di nuovo come nell’alto medioevo, quei monumenti di un antico passato che ci appartiene sono semplici ruderi, roba estranea al nostro sentire, roba di cui non si percepisce l’utilità; ce n’è talmente tanti di siti archeologici che fare una discarica qua o là non fa poi così differenza, c’è talmente tanto disinteresse che chissenefrega se lascio per strada davanti al Colosseo dei tombini inutilizzabili e qualche pezzo di asfalto: rudere là, spazzatura qua, non c’è poi molta differenza.

Mah…

3 pensieri su “Amare constatazioni: come cambia nel tempo il fascino dell’antico…

  1. più che farmi incavolare mi stupisce: per 4 monete, un orecchino e un anello addirittura un articolo su Repubblica? Manco fosse il Graal!
    Curiosa la didascalia: “un tesoro romano di appena 10 pezzi risalenti all’età dell’oro” non sarà piuttosto “un tesoro di appena 10 pezzi in oro risalenti all’età romana”? Nell’elenco delle cose da fare: imparare ad usare con criterio Google Translate.

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  2. A meno che non sia quella che viene dopo l’età del Ferro, alla faccia di Esiodo e degli amici suoi.
    (Poi, comunque, non meravigliamoci se la gente va in giro con i metal detector e confonde il valore storico con quello venale).

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