Resti di umanità. Dai cimiteri ai musei (e ritorno)

Annualmente si svolge a Pistoia un’interessante manifestazione culturale dal bel titolo “Dialoghi sull’uomo“. Il tema è l’uomo, la materia che lo tratta è l’antropologia e/o la filosofia, il successo di pubblico è insperato e notevole, i relatori sono i grandi nomi, italiani e internazionali, della filosofia e dell’antropologia del contemporaneo. In sostanza, non capita tutti i giorni di poter assistere ad una lezione di Marc Augé, una vera autorità nel campo.

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In un mondo perfetto avrei voluto assistere a tutti gli eventi in programma. Ovviamente, invece, ho dovuto scegliere a quale evento partecipare ed ho scovato una conferenza che forse più delle altre poteva stimolare il mio interesse. Così con una collega siamo venute a Pistoia domenica 29 pomeriggio, ad ascoltare la lezione di Adriano Favole, docente di antropologia culturale a Torino, specializzato nell’antropologia dell’Oceania, dedicata ai “Resti di umanità. Dai cimiteri ai musei (e ritorno)”.

Il tema dei Dialoghi sull’uomo di Pistoia quest’anno è il corpo e soprattutto l’intervento della cultura, della società, sul corpo, attraverso segni, come possono essere gli abiti, i tatuaggi, oppure i comportamenti umani del corpo in mezzo ad altri corpi. Ma l’uomo, meglio la società, interviene sul corpo anche quando esso è morto. La società rivendica il suo potere di poter intervenire su un corpo che non ha più vita, ma che non può essere considerato uno scarto biologico come fanno gli animali, perciò lo ammanta di significati e simbologie, oppure lo manipola per dissimularne, bloccarne, velocizzarne la disgregazione. L’intervento culturale sul corpo del morto inizia fin dalla constatazione della morte: il corpo non è carne morta, ma su di esso si verificano vari atti, come il piangere, il pregare, il lavare e profumare, il rivestire, il sistemare per la veglia funebre in modo che “sembra che dorma”. Di fatto la società dei vivi opera una finzione, che dura il tempo della veglia. Dopodiché si pone il problema del destino del corpo: come prendere congedo da esso? Le varie società umane del presente e del passato, di ogni continente del mondo operano modi diversi che hanno tutti però un comune scopo: intervenire culturalmente sul corpo perché non se ne accetta irrazionalmente la decomposizione. Nascono allora tutti i riti e tutte le pratiche come la cremazione, l’imbalsamazione e la mummificazione – processi questi altamente selettivi, per pochi, non per tutti – la criogenizzazione, il seppellimento. Nel congedarsi dal corpo la società ribadisce il suo potere ddi intervenire su di esso, il potere della cultura sul corpo che, dacché muore, è in balìa di processi invece solamente naturali.

Strettamente legato al problema del corpo dei propri morti è quello delle reliquie. Non solo le reliquie cristiane, collante della cultura medievale occidentale, ma anche delle reliquie degli altri, degli aborigeni australiani per esempio che, non riconosciute come tali dai conquistatori/missionari occidentali, furono piuttosto prese ai loro legittimi custodi e portate in Europa come oggetto di studio per l’anatomia o per i neonati musei di etnografia. Migliaia di crani e di scheletri di aborigeni e di polinesiani partirono alla volta dell’Europa nell’Ottocento, in barba alla pietas dei discendenti di questi morti. Studiati e ristudiati, messi al centro di più o meno veritiere teorie evoluzionistiche piuttossto che anatomiche, riempirono poi le vetrine e i magazzini dei musei europei. Perché una società com’è quella occidentale, che dimostra grandissima pietas nei confronti dei propri morti, riserva invece un trattamento così irrispettoso nei confronti dei morti degli altri? La chiave è proprio il rispetto: dove non c’è rispetto per la società dei vivi, a maggior ragione si dileggeranno i corpi dei loro morti, come ato di estrema violenza, o di manifestata superiorità o autorità.

A un secolo di distanza da quelle razzìe di ossa umane/reliquie per i nativi dell’Oceania, gli attuali aborigeni/nativi richiedono indietro quelle ossa in nome di una discendenza se non di sangue quantomeno di appartenenza al gruppo e alla terra, quindi alla società. Il problema della restituzione è in effetti serio e attuale e senza andare tanto lontano tocca da vicino anche alcuni casi italiani. Il corpo degli antenati, arrivato nel museo come oggetto di studio, oggi torna ad essere quello che era prima, resto di umanità. Il tema ha implicazioni morali e politiche, non ha una soluzione univoca, ma, poiché è più un fatto di coscienza civile che non di scienza o di legge, viene valutato caso per caso. Accade così che un museo olandese restituisca ad una comunità aborigena a Darwin i resti umani degli antenati, e che essi vengano riseppelliti con cerimonia solenne; accade che in Nuova Zelanda si apra un museo/sacrario, al tempo stesso cimitero e museo cui possono accedere solo in pochi motivatissimi visitatori. Accade in Italia che il discendente di un brigante dell’Italia Meridionale, oggi sindaco del suo paese pretenda che il Museo Lombroso di Torino restituisca il cranio del suo tristemente noto antenato – neanche poi troppo antenato – ma che questo nel frattempo sia diventato un reperto scientifico fondamentale perchè proprio esaminando esso Lombroso formulò la sua teoria sulle fattezze dei criminali.

Qui si conclude la conferenza di Favole. Interessante scoprire qual è il motivo principe del nostro intervenire sul corpo dei morti. Curioso scoprire che la veglia funebre e conciare il morto in modo che “sembra che dorma” è proprio un modo per illuderci che non sia morto davvero. Del resto è questo lo scopo dell’antropologia: svelare i perché dei comportamenti umani e in questo senso è affascinante.

Il discorso della restituzione del corpo degli altri agli altri – nel caso esposto, delle reliquie aborigene agli aborigeni – apre tutta una serie di riflessioni di ordne morale sui resti di umanità, e forse fa sorgere una qualche riflessione negli archeologi che scavano tombe con scheletri. Di fatto il discorso non è tanto diverso, con la differenza, però, che nessuno reclama la discendenza da un morto senza nome senza corredo di una tomba in fossa terragna in epoca medievale. Le ossa scavate, come nella migliore tradizione, finiranno in una cassetta nel magazzino della Soprintendenza, individuate dal numero di tomba, da una scheda e da un rilievo in scala 1:10. Nella migliore delle ipotesi, se la tomba è più antica ed ha un ricco corredo, verrà esposta in mostra o in museo, come le reliquie degli aborigeni australiani. E’ giusto? E’ dissacrante e irrispettoso? Tutto sta al valore culturale e morale che ciascuno di noi dà a questi resti di umanità. Favole non risponde alla domanda di un persona del pubblico che, più o meno confusamente, cerca di sottoporgli la questione. Di fatto una risposta non c’è. Tutto sta a valutare con quanto distacco, razionale, questa volta, si affronta il ritrovamento e la sua eventuale musealizzazione.

Un pensiero su “Resti di umanità. Dai cimiteri ai musei (e ritorno)

  1. Ciao,
    Mi è piaciuta molto la conclusione, soprattutto perché mostra sia il lato positivo che quello negativo del nostro lavoro. E’ vero, spesso le ossa vanno a finire in un magazzino oppure, dalle mie parti almeno, risepolte in luoghi a questo adibiti.

    Tempo fa mi sono trovato anche io a scrivere riguardo a delle sepolture di bambini e a quanto scalpore possa fare il fatto che le scaviamo.

    L’altro lato della medaglia, quello positivo forse, è che nell’atto di scavarle l’archeologo gli dà importanza, cerca di capire e ricostruire la vita del defunto e spesso, spostando quelle ossa, evita che vengano distrutte da una ruspa o cementate per l’edilizia urbana.
    Una cosa che nessuno dice…se non ci fossero gli archeologi negli scavi in città, tutte queste ossa che fine farebbero?

    Mi sarebbe piaciuto ascoltare qualche intervento della conferenza, ma purtroppo non mi è possibile!

    Un saluto

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