Finalmente sono riuscita a visitare la mostra “Teatro” in corso al Museo dell’Ara Pacis a Roma fino al 3 novembre. E non posso attendere oltre per pubblicare subito, di getto come al solito, con le mie considerazioni in ordine sparso ma non troppo, la mia recensione in merito.
Ve lo dico subito, la recensione è decisamente positiva. La mostra “Teatro” è un evento culturale di tutto rispetto, di arricchimento nel vero senso del termine. Non un mero esercizio di stile, non la rischiosa giustapposizione di opere magnifiche, ma che non hanno altro filo logico se non il gusto estetico (in primis del curatore). No, qui emerge fin da subito che alla base c’è un progetto scientifico che prima ancora è di ricerca, di indagine, o meglio: si legge chiaramente la volontà di voler mettere a sistema quanto sappiamo sul teatro antico, prima greco e poi romano, passando per gli Etruschi, a livello di fonti, di riflesso nell’arte, di letteratura, di risvolti sociali, di architettura, di musica e, non ultimo, delle professioni legate al teatro antico.
Un percorso che è un racconto a 360° che non è soltanto cronologico, anzi. E nel quale la narrazione è affidata oltre che ai singoli oggetti e all’adeguata pannellistica, anche all’apporto di videomapping e di strumenti multimediali molto efficaci.
Dopo questa intro io direi di non perdere tempo ulteriore. Andiamo a “Teatro”!
Il protagonista della mostra: il teatro romano
Anche se il titolo “Teatro” è generico, appare chiaro nella dichiarazione d’intenti della mostra, che il focus sarà sul teatro romano, per indagare il quale si andrà ovviamente a cercare la genesi nel suo parente più antico, il teatro greco.
Fin dal primo pannello introduttivo alla mostra, il visitatore viene informato su quali saranno i temi trattati lungo il percorso:
- Il contesto religioso e politico del teatro greco
- il contributo che l’Etruria, la Magna Grecia e i popoli italici fornirono al sorgere del teatro latino
- i “caratteri” e i personaggi ereditati dalla commedia ellenistica
- il fiorire di autori quali Plauto e Terenzio che nella Roma repubblicana introducono le forme della commedia greca
- la ripresa dei temi tragici in età imperiale
- la condizione sociale di attori, mimi e degli altri protagonisti del palcoscenico romano
- il ruolo fondamentale della musica
- l’eredità monumentale che ci ha lasciato
- l’eredità del teatro classico ai nostri giorni, dal primo Novecento a oggi.
Molta carne al fuoco, in effetti. Eppure, una narrazione sempre coerente e misurata.
Mostra “Teatro”: Il percorso espositivo
Il percorso prende il via dalle origini. “In principio era Dioniso” recita il primo pannello di sala, a introduzione della prima sezione. E dai riti e canti in onore di Dioniso sarebbero nate sia la tragedia che la commedia: l’una infatti deriva dal ditirambo, il canto in onore di Dioniso in cui a una voce solista rispondeva il coro, i cui componenti erano attori vestiti da satiri; l’altra sarebbe nata da chi guidava le processioni falliche in onore del dio, le falloforìe, durante le quali veniva portato in processione un grande fallo di legno, tra vivaci scambi di battute tra i partecipanti. Una kylix attica dal Museo archeologico nazionale di Firenze riporta proprio una scena di falloforìa, con il fallo di legno portato in processione.

Tra le opere esposte in questa sezione due attirano la mia attenzione: una è la statuetta in marmo del tragediografo Moschion, autore tra i più prolifici nella Grecia di IV e III secolo e della cui produzione, però, a noi sono giunti solo tre titoli e alcuni frammenti. E qui è d’obbligo una riflessione sulla selezione che ha fatto la Storia di ciò che ci è stato tramandato e su quanto la nostra conoscenza e visione del Passato, per quanto approfondita, non potrà mai essere completa.

L’altra opera è il Vaso di Pronomos, un cratere a volute attico, da Ruvo di Puglia (oggi al MANN Napoli), sul quale è raffigurato tutto il mondo del teatro greco, sia a livello divino, con la presenza di Dioniso e Arianna, sia a livello umano, con gli attori che indossano maschere teatrali a rappresentare il dramma satiresco, cioè l’ultima delle quattro rappresentazioni che componevano le tetralogie (formate appunto da tre tragedie e un dramma satiresco) che venivano messe in scena in teatro durante le Grandi Dionisie. E questo vaso poteva forse essere il premio per il vincitore di una gara di drammaturgia.
Anche se compaiono le figure divine di Dioniso e Arianna, il protagonista del vaso è il flautista Pronomos, rappresentato centralmente mentre suona l’aulòs, seduto e riccamente vestito. Pronomos era il flautista più famoso del suo tempo; accanto a lui il suonatore di lira Charinos; un altro personaggio, raffigurato seduto, è Demetrios, l’autore del dramma satiresco che si sta svolgendo sul vaso, mentre davanti a lui sta l’unico personaggio che indossa una maschera: è Nikoleos, un satiro che balla la sikinnis, la danza tipica dei satiri. Sopra di loro stanno Dioniso e Arianna, abbracciati; alla loro destra è Paidia, personificazione del gioco amoroso, cui rende omaggio Himeros, fanciullo alato che simboleggia il desiderio erotico. Accanto ad essi si trovano Eracle e Papposileno, vestito della sua tipica pelliccia dal pelo bianco. Entrambi tengono in mano, oltre che i loro attributi, anche la maschera teatrale.

Cosa succede nel frattempo in Italia? Secondo Tito Livio, nel 364 a.C. una pestilenza assillava Roma, furono chiamati i ludiones etruschi, danzatori accompagnati dalla musica la cui presenza a Roma fece molta presa sui giovani i quali trassero ispirazione per dare il via a una propria tradizione teatrale, unendo versi cantati alla musica e alla danza etrusche. La tradizione drammaturgica in Etruria, per quanto poco nota, è invece attestata sia dalle fonti letterarie che soprattutto da quelle archeologiche. E proprio in Etruria è attestato lo svolgimento di veri e propri ludi, spettacoli con danzatori anche armati, giocolieri e musici in occasioni di celebrazioni a carattere funerario. Per non parlare del Phersu, il personaggio mascherato presente in alcune tombe tarquiniesi da cui, attraverso l’evoluzione della parola in phersu-na si arriverebbe al termine latino persona, con cui si indica la maschera.
Tra il IV e il III secolo Roma conquista Campania, Magna Grecia e Sicilia, in cui il teatro greco aveva grandissimo seguito. Non solo le tragedie, ma anche spettacoli di tipo farsesco: in Campania era l’Atellana, in Sicilia la farsa Fliacica, a Taranto era la Hilarotragoedia. Nell’Atellana, recitata in lingua osca, vi erano delle maschere fisse: Macco (lo sciocco), Pappo (il vecchio lascivo), Bucco (il mangione), Dosseno (lo scaltro). L’Atellana è la fonte di ispirazione per Plauto a Roma. La Fliacica e la Hilarotragoedia invece prendevano spunto dai miti e dalle tragedie, ma le trasponevano in chiave parodistica, ottenendo un effetto comico.

Non è un caso se fu un greco venuto a Roma dopo la conquista di Taranto, Livio Andronico, a far rappresentare, nel 240 a.C. un dramma in latino. Con Livio Andronico prende il via ufficialmente la letteratura latina. In mostra sono esposte, oltre a maschere di Macco e statuette dei vari personaggi dell’Atellana, poi Commedia latina, anche alcuni vasi apuli in cui troviamo raffigurate scene tratte da rappresentazioni di hilarotragoedia o di farse fliaciche: ad esempio Ulisse che dà l’addio a Calipso, oppure Zeus che corteggia Alcmena affacciata alla finestra, accompagnato da Ermes. O ancora la versione in chiave parodistica di Edipo e la Sfinge dove, a ben guardare, Edipo ha i piedi ben più grossi del dovuto.
Un autore che ha grande influenza presso i commediografi latini, come Plauto e Terenzio, è il greco Menandro, autore di punta della Commedia Nuova di età ellenistica, che mette in scena storie legate al quotidiano, all’ambiente domestico, i cui personaggi sono gli innamorati, l’avaro, la concubina, il servo astuto e i topoi sono l’amore contrastato, l’eredità contesa, il riconoscimento, il lieto fine. Dalla Commedia Nuova ellenistica deriva la fabula palliata romana.

Nella Roma tardorepubblicana le rappresentazioni teatrali non sono più, ormai, legate a feste religiose, com’era invece in Grecia per il legame con Dioniso. Il teatro romano diventa occasione di divertimento puro, senza alcun legame con la religione. E la maschera diventa motivo decorativo: decorazione architettonica nel teatro stesso, elemento decorativo scolpito a rilievo su sarcofagi o dipinto sulle pareti affrescate delle case signorili. Anche la raffigurazione di satiri e sileni, pur rimandando al mondo dionisiaco, diventa però più un richiamo a un’atmosfera di abbandono rispetto agli affanni della vita quotidiana.
Nonostante i Romani amino divertirsi a teatro, nella Roma repubblicana hanno grande successo come tragediografi oltre a Livio Andronico anche Nevio e Annio: tutti e tre non romani (Nevio era campano, Ennio di Rudiae), seppero innovare il repertorio di temi tragici: Nevio per esempio scrisse il Romulus, dedicato alla storia della fondazione di Roma, fin dall’inizio macchiata di sangue. In età imperiale Seneca è autore di tragedie e il suo allievo Nerone, imperatore, partecipa agli agoni tragici, mettendosi in gara e – ma guarda un po’ – vincendo.
In età imperiale un altro genere teatrale diventa famosissimo: il mimo. Si trattava di un teatro popolare, cui erano ammesse alla recitazione anche donne, spesso di condizione servile, che però grazie a quest’attività potevano aspirare alla liberazione, nonché alla fama. Gli attori e le attrici del mimo non indossavano maschere né calzari e gli spettacoli potevano concludersi con la nudatio mimarum, cioè lo spogliarello femminile che aggiungeva quel pizzico di erotismo, sicuramente molto apprezzato, alla rappresentazione.
In mostra l’iscrizione della mima Bassilla, posta dall’attore Eraclide, che ne decanta le doti di attrice, danzatrice e di mima, ci avvicina – insieme alle altre iscrizioni funerarie (poche per la verità) – esposte, le persone che realmente vivevano del teatro, sia che fossero attori, mimi come in questo caso, o tecnici: quelle professionalità che, come oggi, restano dietro le quinte e che alle quali abbiamo fatto caso per la prima volta solo durante il Covid (ve lo ricordate?) quando, a causa della sospensione degli spettacoli dal vivo, sono state le prime vittime economiche della crisi che si era venuta a creare.

Tornando alla mostra, io che ho una particolare predilezione per le tanagrine, non ho potuto non soffermarmi sulle statuette fittili tarantine raffiguranti danzatrici: figure slanciate, eteree, eleganti nei loro panneggi che sembrano svolazzare leggiadri al ritmo dell’aulòs.

Una sezione a parte – sia concettualmente che fisicamente – è dedicata alla musica. Sì, perché la musica, nonché il canto, era elemento fondamentale del teatro, fin dalle origini. Tibia, organo, lira e cetra: questi gli strumenti musicali impiegati negli spettacoli teatrali romani. E in mostra sono esposti alcune riproduzioni di strumenti antichi, risalenti agli anni Trenta ed esposti al Museo degli Strumenti Musicali di Roma. Spettacolare la ricostruzione, datata 1936, di un organo a mantice rinvenuto ad Aquincum (Budapest, dove si trova l’originale), in legno e bronzo, datato al 228 d.C.

E arriviamo finalmente alla sezione dedicata all’architettura teatrale che, come sappiamo, a Roma, per quanto ricalchi la struttura del teatro greco fatta di cavea, orchestra, frons scaenae, tuttavia se ne differenzia dato che, come tutti noi abbiamo studiato fin dalle elementari, nel teatro greco la cavea sfrutta il pendio naturale di una collina, mentre nel teatro romano essa è costruita su sostruzioni a vari livelli di arcate. Ma come scegliere un teatro tra i tanti? La scelta, doverosa, cade su due teatri: il teatro di Pompeo, primo teatro in muratura in una Roma tardorepubblicana che muoveva ancora qualche rimostranza sull’opportunità di rendere stabili edifici da spettacolo di questo tipo. Gneo Pompeo aggirò il problema, concependo il suo teatro come una scalinata al tempio di Venere Vincitrice, in summa cavea, nientemeno, sfruttando un modello che era molto in uso nei santuari italici: Pietrabbondante per citare l’esempio più noto, o Pietravairano per citare quello meno noto, passando per Palestrina.
Anche il Teatro di Marcello, a Roma, è piuttosto noto. Anzi, mentre il teatro di Pompeo non si percepisce più, sotto il tessuto urbano di Campo de’ Fiori, il Teatro di Marcello si percepisce eccome e tutt’oggi contribuisce a creare un paesaggio di rovine oggettivamente molto suggestivo, nel cuore centrale di Roma (e infatti so che molti lo confondono col Colosseo… e no, non sto parlando di mio nipote 6enne che è già tanto se sa che esiste, il Colosseo). A proposito del Teatro di Marcello, sono monumentali le maschere architettoniche che decoravano il primo e il secondo ordine del teatro.

Invece, gli affreschi frammentari provenienti dal teatro di Nemi – poco distante dal santuario di Diana Nemorense – e risalenti alla metà del I secolo d.C., all’epoca – per quanto breve – di Caligola. Questi grandi pannelli dovevano decorare gli spazi adibiti a camerini del teatro: è raffigurata infatti una quinta scenografica, completa di caligae e coturni (le calzature di scena), di volumina, come se davvero fossimo in presenza del copione della commedia che gli attori avrebbero rappresentato di lì a poco.

L’ultima sezione, che accompagna il visitatore verso l’uscita, ci porta nel contemporaneo: come la tragedia – e la commedia – antica sono giunte fino a noi e come oggi sono rappresentate. Impossibile non pensare all’INDA – Istituto Nazionale del Dramma Antico, che tanto ha fatto nel corso del Novecento e tanto fa oggi per continuare a tramandare le tragedie greche e la commedia latina. Nello scorrere questa sezione non ho potuto fare a meno di pensare a quanto anche Ostia antica, col suo teatro, abbia svolto un ruolo importante nei decenni centrali del Novecento, da questo punto di vista, con il coinvolgimento oltre che di grandi attori di calibro, di sceneggiatori quali Duilio Cambellotti e Mario Sironi, veri artisti prestati alla scenografia teatrale.
Apparati didattici e multimediali: voto diesci
Vi sembrerà strano, ma io non sono una grande amante dei supporti multimediali nei musei e nelle mostre. Il motivo è, banalmente, che spesso e volentieri mi imbatto in prodotti non efficaci o banali o, ancora, ripetitivi. Ciò non avviene invece alla mostra “Teatro”, nel quale ho ravvisato un sapiente uso del videomapping, declinato sia con intento didascalico (per il vaso di Pronomos, ad esempio, dove grazie al videomapping sono spiegate, figura per figura i vari protagonisti e le varie scene sul vaso), che con intento ricostruttivo (per il plastico della frons scaenae del teatro di Sabratha), sia con effetto wow (per i manoscritti medievali di Plauto e Terenzio, riprodotti e scorribili pagina per pagina).
Efficacissimo il video, realizzato da Katatexilux, che colloca l’intero complesso del Teatro di Pompeo, il primo teatro “stabile” cioè in muratura, che Roma avesse mai avuto prima entro il suo pomerio, nel contesto cittadino attuale, nel quartiere compreso tra Largo Argentina e Campo dei Fiori. Finalmente una ricostruzione chiara, che naviga tra le vie della città contemporanea sovrapponendogli gli scorci che si sarebbero percepiti nell’antichità, per poi andare a vedere dall’alto e rendersi conto che, in effetti, l’andamento curvilineo della cavea è ancora leggibile nel tessuto urbano attuale. Un prodotto davvero eccellente che spero che i Musei in Comune di Roma vorranno sfruttare in futuro trovandogli, magari, una sede adeguata fissa.

Infine, molto carina l’idea di mostrare su una mappa interattiva navigabile a touchscreen sulla quale sono collocati tutti (o quasi) i teatri romani dislocati nelle varie Province dell’Impero, con la possibilità per alcuni che si aprano – ben visibili sulla parete di fronte – schede complete di fotografia e delle informazioni basilari.
Varietà nell’offerta che dimostra una scelta meditata sia nella selezione dei contenuti da veicolare attraverso il multimediale, sia nell’individuazione dello strumento di volta in volta più adatto alla declinazione di questi contenuti.

Quanto all’apparato didattico “tradizionale”, cioè la pannellistica, l’ho trovato essenziale, chiaro, preciso e allo stesso tempo denso di informazioni sul tema di volta in volta trattato. Anche le didascalie sono semplici e leggibili: esattamente ciò che si richiede a strumenti di questo tipo.
La mia recensione alla mostra Teatro” al Museo dell’Ara Pacis. Conclusioni
Non c’è che dire, esposizione eccellente, equilibrata, sensata, meditata, che non fa cadere il ritmo della narrazione, ma anzi lo tiene alto costantemente, con sempre nuovi guizzi, con il ricorso a diverse modalità di comunicazione – analogica e multimediale – con una pluralità di temi che sfiora la completezza. Col senno di poi, poteva forse essere meglio sviluppata la parte relativa all’architettura dei teatri, oppure all’evoluzione dell’uso dei teatri romani verso l’età tardoantica… per esempio a Ostia, il teatro nel V secolo è ristrutturato in modo da poter ospitare i tetimimi, simili ai nostri ginnasti di nuoto sincronizzato, in un’orchestra trasformata in una bassa piscina chiamata kolymbetra. Sic transit gloria mundi, sic transit il gusto artistico e il livello culturale dei fruitori del teatro. Che poi piano piano andò scomparendo e di cui si perse traccia al cadere dell’Impero romano d’Occidente.
Tornando a noi, questa mostra è davvero un punto di arrivo, una risposta alla domanda “cosa sappiamo (divulgare) sul teatro antico oggi?“. La risposta è che, a fronte di una quantità di carne al fuoco che è notevole, e che potrebbe essere dispersiva, ancora non si era vista una lettura d’insieme metodica e meditata condotta a un livello divulgativo. Lo sforzo, come già prima di me ha sottolineato Valeria Di Cola sul suo blog, è stato ed è ampiamente apprezzato.







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