E’ passata più di una settimana ormai, ma credo che sia giusto (per me per lo meno) fissare alcuni concetti interessanti che sono emersi nel corso del grande convegno “Allestire l’archeologia” organizzato dalla Direzione Generale Musei e che si è svolto nella sede del Ministero della cultura al Collegio Romano nei giorni 26 e 27 febbraio 2024.
113 relatori per 38, tra musei e parchi archeologici, dislocati sul territorio nazionale da nord a sud. Una panoramica variegata di esperienze, di progetti, di idee, un’occasione di confronto, senza dubbio, tra tante situazioni che rendono conto della complessità della gestione del nostro patrimonio archeologico.
Faccio un elenco di parole chiave emerse in questi due giorni: complessità, depositi, pubblico, accessibilità, finanziamenti, progettualità. Faccio anche un elenco di temi/problemi che sono venuti in luce e che sono stati solo parzialmente sfiorati, ma che meriterebbero un approfondimento: il rapporto tra allestimenti museali storicizzati e la necessità di adeguarli alle richieste del mercato – o meglio, alle richieste di un pubblico sempre più orientato verso modelli di fruizione che vanno oltre il concetto di vetrina-reperto-didascalia; il tema dell’accessibilità non solo fisica, ma anche cognitiva; l’esigenza di rendere i depositi dei luoghi vivi, delle alternative al percorso di visita standard; il ricorso al digitale (invero sempre tangente, ma mai al centro del discorso, se non in rarissimi interventi). E infine il tema dei musei di nuova realizzazione: San Casciano dei Bagni, Veroli, Real Albergo dei Poveri di Napoli che sarà la sede del MANN 2.

Non sto a entrare nel merito dei singoli 38 casi di studio (Best practices? Non sempre, non tutti, o quantomeno ho le mie perplessità su alcuni di essi), ma mi piace sottolineare alcuni fatti importanti.
Può piacere e non piacere, e sicuramente ci sono molte luci e ombre nella gestione, ma la Direzione Generale Musei del Ministero della cultura negli anni sta realizzando e portando avanti l’idea del Sistema Museale Nazionale. Questo non vuol dire, da parte dei singoli musei, aderire semplicemente a una rete, ma è rispondere a un disegno. Disegno che, si badi bene, risale – forse fumoso all’inizio, sicuramente delineatosi sempre meglio col passare degli anni e soprattutto nel post-pandemia – al dicastero Franceschini, anzi ai dicasteri Franceschini. Perché l’attuale ministro Sangiuliano non ha fatto nulla per cambiare un processo – che ormai dura da circa 10 anni – e che vede da una parte i Musei e Istituti autonomi e dall’altra parte le Direzioni Regionali Musei, tutti impegnati a sviluppare standard sempre più simili ad aziende con relativa performance che non a istituzioni senza fine di lucro.
Questa cosa può scandalizzare. In realtà, che ci piaccia o no, quello della cultura è un mercato e i musei sono competitor nei confronti dei centri commerciali, dei cinema, dei teatri, dello stadio, per accaparrarsi il tempo libero delle persone. Questo lo scrive provocatoriamente ma non troppo Maurizio Vanni nel suo “Il museo diventa impresa” (Celid 2018, pre-covid) e dopo lo shock iniziale effettivamente ho ragionato su questo fatto: i musei devono essere attrattivi e non solo nella maledettissima #domenicalmuseo, quando l’ingresso è gratuito (così son buoni tutti), ma in tutti i giorni dell’anno. Ma questo discorso rischia di diventare fuorviante. Torniamo allora alle basi. Alla nuova definizione di Museo data da ICOM nel 2022, per esempio.
Ebbene, in questa nuova definizione si parla di accessibilità, di sostenibilità, di comunicazione, tutti temi che nella vecchia definizione, ormai evidentemente superata, non comparivano. Nella nuova definizione viene messo al centro il pubblico, o meglio i pubblici, i visitatori; le collezioni restano in secondo piano. Si parla di cultura partecipata, non imposta dall’altro.
Nel corso dei due giorni di convegno la carne al fuoco è stata molta e variegata: progetti realizzandi con fondi PNRR per l’accessibilità fisica e cognitiva; progetti di digitalizzazione; progetti realizzati con fondi ordinari oppure con sponsorizzazioni (come ad esempio il progetto del Museo archeologico nazionale di Firenze, finanziato da soggetti privati). Progetti che non sempre, ma in qualche caso sì, partono dall’analisi dei pubblici (v. ad esempio il progetto presentato dal Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria). E ancora, progetti totalmente orientati al digitale, come il MUVI Appia.

Non tocca a me farlo, ma credo che dal confronto tra le variegate e diversissime esperienze che abbiamo ascoltato (e che si possono rivedere sul canale youtube del Ministero della cultura, sia nella prima giornata che nella seconda giornata di convegno) si possano trarre delle linee di tendenza. E di queste vorrei parlare perché, che piacciano o no, è questa la fotografia dei musei italiani oggi. Per cui, come al solito in ordine sparso e senza un criterio logico, più simile a un flusso di coscienza, scriverò che cosa resta, a una settimana di distanza da questo che sicuramente è stato un convegno epocale.
Per aiutarmi in questo resoconto prendo a prestito quelle parole chiave che richiamavo prima. E dunque cominciamo.
Musei: parola chiave: Complessità
Beh, non è un mistero che ogni Luogo della cultura sia a sé, con la sua storia di formazione, le sue vicende di sviluppo, le sue problematiche a livello strutturale ed espositivo, nonché geografico e di attrattività. Pensare di poter trattare il tema “musei” all’interno di un unico calderone sarebbe – ed è – indice di superficialità e di ignoranza. Se poi ai “musei” (archeologici in questo caso) aggiungiamo i Parchi archeologici ecco che la complessità aumenta, perché sono diverse, fin dalla base, le esigenze di conservazione, tutela, accessibilità, percorsi. E allora, qui mi permetto di far emergere giusto una piccola contraddizione. “Allestire l’archeologia” riguarda sia musei archeologici che siti/parchi archeologici. Bene. Ma a livello di legge – e lo abbiamo visto bene durante la pandemia – le due cose sono state e sono considerate allo stesso livello. Io non posso dimenticare che durante i vari lockdown e riaperture vere o presunte le aree archeologiche dovevano sottostare alle stesse regole di chiusura, poi distanziamento sociale, nonostante fossero all’aria aperta, nonostante potessero essere equiparate a parchi pubblici. Dunque sì, complessità negli intendimenti e nelle intenzioni, ma all’atto pratico dell’applicazione di leggi con i paraocchi, un assoluto appiattimento. Lo stesso problema di appiattimento temo che si ponga oggi con i finanziamenti PNRR. Ma ve lo saprò dire tra qualche tempo.
Ma basta rinvangare il covid. Ormai sono 4 anni da che i Musei furono chiusi e iniziò la campagna #iorestoacasa che ha impegnato me e tutti gli altri funzionari e assistenti comunicatori durante il primo lockdown. Mi direte: stai dirazzando: che c’entra il lockdown? C’entra. C’entra sempre. Perché è stato un punto di non ritorno. Perché è stato quello il primo momento in cui il Sistema Museale Nazionale – che ancora non si chiamava così e soprattutto non esisteva in quanto tale – ha dimostrato di essere attivo e reattivo. Era Direttore Generale Antonio Lampis all’epoca, colui che aveva diramato nel 2019, e in maniera quasi profetica (perché mentre lo leggevo pensavo dentro di me “sì sì, applichiamo e applicheremo queste cose in quattro gatti“) il Piano triennale per la Digitalizzazione e l’Innovazione dei Musei. Ma all’epoca sembrava di leggere cose provenienti da Marte. Tempo pochi mesi quelle linee guide si sono rivelate fondamentali e hanno fatto sì che i musei resistessero all’onda di chiusura che tutto in Italia subì.
Io fui molto critica all’epoca – parlo del primo lockdown 2020 – sulle energie dissipate da parte dei musei durante la pandemia per essere sempre presenti. Energie dissipate perché c’era una regia dall’alto (DG Musei) che aveva sposato la causa della campagna social #iorestoacasa.
Intendiamoci: quella campagna funzionò: nel mio piccolo, notai un sostanziale crescente coinvolgimento del pubblico, cioè dei follower, che in quel caso non potevano essere i visitatori: ma è stato proprio quello il momento che ha fatto capire a tutti che anche quello dei social è un pubblico – non pagante certo, ma coinvolto – dei musei. In quel momento i musei hanno capito che sui social potevano creare una community e potevano raccontarsi, diventare più trasparenti, rendersi più vicini alle persone. Cos’ha a che fare questo con gli allestimenti e con la complessità? Beh, complessità è anche voler guardare al proprio pubblico, a quale target rivolgersi (e questo in ambiente social e digitale) e a quali pubblici intercettare, quale messaggio fare arrivare nel percorso di visita, sia esso virtuale o reale (e questo riguarda gli allestimenti). Complessità è anche considerare che ogni museo ha la propria storia, storia fatta di allestimenti precedenti, talvolta ingombranti, talvolta “firmati”, talvolta vetusti. Come raccontare il perché di un museo che si rinnova, che reinventa se stesso, che rinuncia al certo per l’incerto, che sceglie di affidare il racconto a strumenti digitali, e quali strumenti sceglie e come li declina? Il caso del MUVI Appia per esempio è molto interessante, ma forse si perde un po’ di vista lo scopo, a meno che lo scopo non sia che effettivamente il visitatore virtuale si crei il proprio percorso museale e di approfondimento all’interno del Parco dell’Appia.
Musei: parola chiave: depositi
Se si parla di “Allestire l’archeologia” dai depositi bisogna partire. Sono i depositi i custodi dei reperti e di conseguenza è dai depositi che bisogna partire per disegnare il racconto che si vuole dare del museo. Se non si conosce cosa c’è nei propri depositi difficilmente si potrà allestire decentemente un museo. E poi i depositi stanno diventando sempre meno magazzini e sempre più spazi espositivi: il Parco archeologico di Paestum e Velia lo fa da anni, facendo visitare i magazzini con visite guidate. Altro è trasformare però i depositi in spazi espositivi permanenti. Al Parco archeologico di Ostia antica lo stiamo facendo, con un progetto che renderà accessibili spazi già 70 anni fa in realtà concepiti come luoghi di deposito e al tempo stesso di esposizione: mi riferisco agli Horrea Epagathiana e al Piccolo Mercato, oltre al Deposito Stucchi and more…
I depositi sono anche il luogo dove meglio si possono sviluppare i progetti di digitalizzazione del patrimonio archeologico mobile. Ma soprattutto sono i luoghi dello studio. Imprescindibile partire da essi per poter fare ricerca. Importante renderli accessibili prima ancora che ai visitatori, agli studiosi.

Musei: parola chiave: pubblico
Pubblico, pubblici, visitatori, qualunque nome vogliamo dare ai nostri interlocutori, comunque lo vogliamo declinare, è evidente che non è per noi che allestiamo i musei, ma per le persone, per la cittadinanza, per la comunità, che essa sia di prossimità o meno. Interessante – come ha fatto notare Christian Greco durante la Tavola Rotonda – che nessuno dei convegnisti abbia parlato di turismo e di turisti. Eppure anche quello dei turisti – almeno presso gli attrattori medio-grandi – è un pubblico sostanziale. Il fatto di non riferirsi ai turisti, però, ma al pubblico e alla comunità, è il segno di una volontà, da parte dei singoli musei, di voler rendere fruibili dei contenuti, degli allestimenti, che siano meditati, studiati, non fatti per essere cotti e mangiati. Non interessa ai curatori di musei il turismo mordi e fuggi e l’allestimento – o il contenuto – acchiappalike. Interessa lasciare un segno, lanciare una riflessione, creare interesse e magari anche fidelizzazione. Nel marketing si parla di buyer personas: sono le tipologie di persone – pubblico – che possiamo individuare e sulle quali le aziende costruiscono le loro campagne marketing. Per i musei non posso dire che debba essere la stessa cosa – sarebbe agghiacciante, visto che i Musei non sono aziende, non vendono prodotti, ma forniscono contenuti e occasioni di crescita culturale – ma almeno avere un’idea di chi siano le cultural personas, declinate nei 300mila visitatori l’anno, da dove vengano, quali sono le fasce d’età, quali sono le abitudini in senso culturale ma anche di vita, sarebbe un grande passo avanti. Una banalità, ma neanche più di tanto: quando nel 2018 l’all’epoca direttrice del Parco archeologico di Ostia antica, Maria Rosaria Barbera, si inventò le conferenze di “Archeologia e legalità” si era inserita in un solco che prendeva le mosse dalla famosa testata al giornalista da parte di Roberto Spada, che aveva fatto scoppiare il caso, sui media nazionali, della mafia di Ostia. Calare il museo nell’attualità contemporanea della comunità cittadina è il primo passo per stringere un rapporto saldo col pubblico di prossimità. Pubblico che a sua volta farà da ambassador presso la propria nicchia e di qui volando fino agli estremi confini del mondo.
Musei: parole chiave: accessibilità e sostenibilità
Fisica e cognitiva. Fin qui arrivano i finanziamenti del PNRR. Aggiungerei a questi attributi anche quello di accessibilità economica, per esempio, accessibilità a livello di orari, accessibilità che si possa declinare con sostenibilità. Accessibilità che esplora tutte le frontiere del non-normo. Che banalmente posso essere io che mi sono rotta una gamba e devo claudicare tra le sale del museo o lungo il decumano massimo a Ostia antica. Ci sono situazioni che sono oggettivamente poco trasformabili (il tema dei nuovi allestimenti entro palazzi storici/castelli è quanto mai attuale) alla luce delle esigenze di persone con disabilità motorie ad avventurarsi su per scaloni monumentali, magari elicoidali (mi viene in mente Palazzo Farnese a Caprarola, ma non è questo il punto). E quindi come ovviare al problema dell’accessibilità fisica nei Luoghi della cultura? Le istanze della tutela del monumento si scontrano con le istanze delle persone con disabilità motoria.
E invece, dal punto di visita della disabilità psichica che cosa stiamo facendo? Ecco, direi che su questo tema i Musei Italiani sono molto indietro o sono molto incolti. Se si eccettuano eventi episodici di visite con associazioni ora dell’una ora dell’altra disabilità, non esistono in ambito museale – a meno che io sappia e con la sola eccezione del Museo Omero di Ancona, che si rivolge ai ciechi – soluzioni definitive atte ad accogliere i visitatori diversamente abili.
Il PNRR da questo punto di vista ha dato un’imbeccata potente perché ha spinto i Musei a interrogarsi su come rendersi più accessibili sia dal punto di vista strutturale che dal punto di vista cognitivo. Molti, ma non tutti, tra i 38 progetti presentati sono realizzandi su fondi erogati col PNRR, più o meno ambiziosi, più o meno innovativi (di nuovo, non entro nel merito); emerge la volontà di fare, usare i fondi e di osare nuove soluzioni e questo è sicuramente un bene dopo decenni di sonnolenza e di – in molti casi – indolenza.
Musei: parola chiave: progettualità
Un progetto parte sempre da un quadro esigenziale. Voglio fare un paragone azzardato: nell’ambito dei lavori pubblici prima ancora di avviare la progettazione si fanno le indagini preliminari: possono essere a seconda dei casi archeologiche, geologiche, strutturali, in modo che, quando si redige il progetto, si ha chiaro il quadro di partenza e di riferimento e non si fanno errori sostanziali al momento dell’esecuzione.
Un progetto di allestimento di museo non può non partire dal quadro esigenziale. Non può non prevedere indagini preventive. Alcuni dei 38 musei hanno svolto indagini sul proprio pubblico e sulla base di quello (v. Museo archeologico Nazionale di Reggio Calabria) hanno elaborato una mappa cognitiva, che è alla base del nuovo percorso di visita. Sempre in Calabria, ma a Sibari, l’allestimento #inprogress prevede un forte coinvolgimento del pubblico, grazie a una strategia comunicativa che gioca sia sull’organizzare eventi onsite che con una buona comunicazione online. Altri musei, come il museo di Altino, ha guardato fuori da se stesso, diventando ecosistema con l’ambiente circostante. Anche il Museo archeologico nazionale di Venezia ripensa se stesso e il suo allestimento (e percorso di visita) dopo aver ascoltato i visitatori e dopo aver misurato sulla propria pelle la pesante presenza del Museo Correr con cui al momento condivide l’ingresso.
Progettualità è anche allestire una mostra che sia un’anteprima del museo che verrà: è il caso del futuro Museo Nazionale di Veroli (FR) che oggi è aperto al pubblico nella forma di una mostra temporanea, “Antichi popoli italici: gli Ernici, i Volsci e gli altri” a sua volta nata da una ricognizione dei materiali archeologici conservati nei depositi di vari musei del territorio e del Museo Nazionale Romano, mai esposti al pubblico e relativi proprio ai popoli italici che vivevano in questo territorio e che se non fosse per i reperti e i contesti archeologici rinvenuti in scavo, conosceremmo solo attraverso la lente, cioè le fonti, dei conquistatori/romanizzatori Romani.
Vediamo che la progettualità prende due vie: quella dell’allestimento ex-novo (Veroli, San Casciano dei Bagni, Real Albergo dei Poveri, Museo archeologico nazionale della Laguna di Venezia) laddove un museo non esisteva; quella del riallestimento di percorsi museali talvolta talmente storicizzati da parere intoccabili, anche perché “firmati” da nomi importanti della museologia italiana. In questo secondo caso è stato interessante un accenno di dibattito, subito sopito, tra difensori degli allestimenti tradizionali e difensori, al contrario, della necessità di ripensare scelte allestitive ormai desuete. La domanda di base è: perché riallestire un museo? Un vezzo del direttore? O piuttosto un’esigenza nata dal voler esporre in forme nuove, secondo nuove narrazioni, più adeguate alla società contemporanea, quei reperti che poi – se pensiamo alle opere identitarie – saranno sempre le stesse? Ci sono strumenti, tecnologie, soluzioni, che solo 20 anni fa erano impensabili e che oggi consentono di restituire racconti – del territorio, del sito, del museo – che sono adeguate a chi le recepisce oggi. E si torna al concetto di pubblico, ai pubblici, alle persone, alle comunità cui il museo si rivolge. Con una consapevolezza (ben espressa da Christian Greco in Tavola Rotonda): tra 50 anni (ma pure tra 30) chi verrà dopo di noi guarderà ai nostri allestimenti, che oggi ci sembrano – e probabilmente sono – il non plus ultra, con lo stesso distacco e lo stesso senso di obsolescenza con cui noi oggi guardiamo agli allestimenti degli anni ’70 (ma pure degli anni ’90).
Eppure, sempre Christian Greco auspica, bisogna preservare memoria degli allestimenti, sia dei musei che delle mostre. Nei cataloghi non bisogna solo pubblicare saggi e schede delle opere, ma anche i progetti di allestimento, delineando le motivazioni che hanno condotto verso una scelta piuttosto che un’altra. E questa devo dire che è una cosa che il Museo Ostiense (di prossima riapertura con rinnovato allestimento) ha fatto, pubblicando sul Bollettino di Archeologia Online nel 2021 il progetto allestitivo e tutta la ratio scientifica e culturale alla base delle nuove scelte.
Come al solito ho scritto troppo, raffazzonato e male. Ma la carne al fuoco in questi giorni di convegno è stata molta e c’è voluto tempo per metabolizzarla e per metterla a sistema.
“Allestire l’archeologia” è stato un convegno epocale, a detta di molti. Sarebbe molto riduttivo dire che è stata una vetrina per i musei che hanno ricevuto fondi dal PNRR e non solo e devono quindi rendere grazie. Non è così. Piuttosto, è la fotografia di un Sistema Museale Nazionale che sta crescendo, si sta formando come organismo che condivide finalità e obiettivi, che usa questo come spazio di confronto e di ascolto. Auspico, ma non solo io, che occasioni di incontro di questo tipo possano ripetersi con cadenza regolare, almeno ogni due-tre anni, in modo da dare il tempo a quelli che sono ancora solo progetti di concretizzarsi e di far sì che chi non era pronto questa volta possa però portare il suo contributo la prossima.







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