Museumweek 2017: 3 domande alle #womenMW Astrid D’Eredità e Antonia Falcone

Una settimana fa si è conclusa la Museumweek 2017. Giunta alla terza edizione, la settimana dei musei su twitter ha come sempre riscontrato un grande successo di adesione da parte di musei e di addetti a lavoro, che si sono messi alla prova nel comunicare il patrimonio museale internazionale nel risicato spazio dei 140 caratteri che tutti noi conosciamo bene.

Quest’anno, per garantire un coordinamento ufficiale all’evento, Museumweek ha deciso di affidarsi a professionisti del mondo social legato alla cultura dei vari paesi aderenti con la responsabilità di coordinare le giornate e retwittare o interagire con i tweet più interessanti, più curiosi, più capaci di creare engagement e di suscitare interesse anche nel pubblico dei non addetti ai lavori il quale è, a ben vedere, il destinatario finale di tutta la Museumweek.

Ecco allora che per l’Italia sono stati coinvolti due nomi noti dell’archeologia social nonché di questo blog. Astrid D’eredità (@astridrome) e Antonia Falcone (@antoniafalcone), espertissime di social media e validissime archeologhe hanno portato alta la bandiera della Museumweek e dell’Italia. Il tema portante della settimana dei musei era, tra l’altro, la donna. Nessuno si impressionerà, dunque, se per me sono loro le vere #WomenMw della Settimana dei Musei.

Al termine della Museumweek, che se è stata impegnativa per i musei che vi hanno aderito, lo è stata a maggior ragione per coloro che dall’interno vi hanno lavorato, ho rivolto loro 3 domande, con l’intento di capire e di far capire che tipo di lavoro c’è stato dietro.

1) Com’è stato far parte del team di Museumweek?

ASTRIDExciting! Non per usare anglismi a tutti i costi ma si tratta proprio della parola più pronunciata nelle conversazioni del gruppo Whatsapp utilizzato dal team internazionale di MuseumWeek per scambiare informazioni e direttive in tempo reale. Credo renda bene l’idea del grande entusiasmo che ha animato la squadra nella preparazione dei contenuti e nella realizzazione dell’evento. Anche perché senza una spinta propulsiva di quel tipo sarebbe stato difficile reggerne i ritmi! Si tratta di un lavoro organizzato sulle 24 ore di ciascuna giornata (seguendo i fusi orari globali, dall’Australia al continente americano) e strutturato su turni precisi e abbastanza serrati. Ha richiesto molta attenzione ma ha anche regalato un’enorme soddisfazione.

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ANTONIAUn’esperienza entusiasmante, ma soprattutto formativa. Un team internazionale costituito da esperti di comunicazione museale che chattano tra loro a tutte le ore del giorno e della notte per andare incontro alle esigenze date dai fusi orari differenti; organizzazione puntuale e cadenzata di post, tweet, statistiche e tanta leggerezza. Un grande insegnamento in tema di team building: l’indiscussa leadership di Benjamin (Benita), Mar (Dixon) e degli altri coordinatori ha permesso di avere ritmi frenetici senza perdere mai di vista i momenti di ilarità e di condivisione. Fare rete in rete: un esempio da mutuare quando si lavora a progetti di comunicazione. Che dire? Ho imparato di più in una settimana di Museum Week che in ore passate a leggere manuali sull’uso dei social media per la cultura.

2) Pensate davvero che la Museumweek possa essere un buon strumento di comunicazione per i musei e che in questa settimana siano stati gettati dei “semi” buoni di comunicazione? Lavorando dall’interno, quale percezione avete avuto del modo di intendere la #museumweek dei musei?

ASTRIDA mio modo di vedere, “costringe” in qualche modo i musei ad avvicinarsi al digitale e a sperimentare le proprie possibilità in tal senso. Sappiamo che la maggior parte dei musei italiani non dispone di un’unità specifica di specialisti che si occupi di comunicazione (men che meno di social media marketing e audience development) e che queste attività, in generale, sono affidate al personale con altre qualifiche resosi disponibile a nuovi incarichi. Doversi necessariamente confrontare con le altre istituzioni può costituire, allora, un buon campo di prova per allargare il proprio orizzonte. Si fa di necessità virtù, insomma, e magari di anno in anno si migliora.
MuseumWeek è percepita e vissuta in maniera diversa a seconda dei paesi. In Francia, ad esempio, c’è grande partecipazione non solo dei musei in senso stretto ma anche di istituzioni concettualmente distanti che non ti aspetteresti mai di leggere nello stream: penso agli ottimi contenuti proposti quest’anno dalla Cour de Cassation (@courdecassation), dalla DGLFLF (@languesFR, il servizio interministeriale che regola le politiche linguistiche), e dal Ministère de l’Égalité entre les femmes et les hommes (@Egal_FH). Una visione d’insieme, quindi, non necessariamente legata all’arte e alle gallerie ma che si basa sull’idea stessa di cultura

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Una caratteristica propria dell’Italia è, invece, la tendenza degli account di taluni musei a parlare letteralmente tra di loro. Oltre ai contenuti veri e propri legati all’hashtag del giorno si assiste, talvolta, a lunghi scambi di “Grazie”, “Prego”, “Bellissimo!”, “Wow”, “Caffè?!?”, e via così. Senza voler entrare nel merito delle policy adottate da ciascuna istituzione, il mio dubbio è che questo tipo di scambi non incontri molto il favore del pubblico e non si inserisca in una strategia di comunicazione precisa. Certo fa volume e fa in modo che gli account risultino molto attivi, ma personalmente preferisco leggere post e tweet di un museo più influente che loquace.

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ANTONIA: La Museum Week “costringe” i musei che aderiscono a generare contenuti di qualità, perché sono quelli che inevitabilmente diventano virali e possono portare magari un piccolo museo sconosciuto ad apparire tra i contenuti più popolari nello stream delle piattaforme social. A mio modo di vedere questa è la sua forza. Seguendo da vicino tweet e post per tutta la settimana, mi è capitato di scoprire realtà museali minori o di media entità con collezioni incredibili. Quello che fa la differenza è la capacità di presentare i contenuti con un linguaggio e gli strumenti propri di ciascun social: in questo devo dire che sono rimasta particolarmente colpita dai contenuti creati dai musei russi e orientali, in particolare su Instagram: foto accompagnate da descrizione puntuale delle opere, da aneddoti, curiosità, un modo di utilizzare la piattaforma di foto in modo didattico. Ecco, non basta una frase d’effetto, le interazioni si creano con un uso attento del content management. E su questo Benjamin e Mar sono inflessibili: la Museum Week deve dare risalto ai contenuti migliori perchè sono le storie delle opere e dei musei che devono arrivare al pubblico.

3 Quali problematiche, se ci sono, avete riscontrato e quali aspetti invece vi hanno entusiasmato?

ASTRID: Piccole sbavature: bisogna lavorare bene sugli hashtag perché il giorno previsto per #travelsMW, ad esempio, in trending topic sono finiti sia il tag giusto (al plurale) che #travelMW partito da un errore e poi spinto dalla furia dei tweet.

E sarebbe forse necessaria una programmazione più precisa da parte dei musei per evitare l’effetto “settimana corta” (tanti tweet durante la settimana e silenzio nel weekend). Ma piano piano sono sicura che si risolverà tutto: in fondo è solo la quarta edizione, la prima estesa su 75 paesi, e si può fare sempre meglio.

Ho adorato il contatto costante con il gruppo di lavoro e la scoperta di account e musei nuovi; nel corso delle edizioni precedenti ero più concentrata sulle istituzioni italiane e in particolare sulle collezioni archeologiche, quest’anno ho scoperto mondi lontanissimi e meravigliosi anche grazie al traduttore automatico dal cirillico e dal cinese!

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ANTONIAUna delle problematiche che la Museum Week si porta dietro fin dalle prime edizioni è il coinvolgimento degli utenti. Molte interazioni tra musei e addetti ai lavori, meno quelle con un pubblico più generalista, soprattutto su twitter. Quest’anno su Instagram si è notato un maggiore engagement con appassionati e curiosi, ma bisogna lavorare ancora molto su questo fronte, così come studiare una strategia più mirata per Facebook. A differenza di quello che si potrebbe credere, è la piattaforma che ha generato meno interazioni, forse perché Facebook non aiuta molto la ricerca tematica. Contenuti più mirati a sollecitare il pubblico e a ricevere risposte potrebbero favorire maggiore reciprocità. Un altro aspetto sul quale il team sta lavorando è quello di incrementare la portata della Museum Week offline: l’organizzazione di eventi nei musei in concomitanza con la MW aiuterebbe i musei a generare traffico non solo sui social ma anche nella realtà. Esempi virtuosi in questo senso sono venuti quest’anno dai Musei in Comune e da Women in the Arts. Mi ha entusiasmato scoprire le piccole storie dietro i musei, vedere i volti di chi cura le collezioni e l’inventiva di alcuni musei: quest’anno si sono visti contenuti di altissima qualità!

4 (lo so, avevo detto 3 domande) lo rifare(s)te?

ASTRID: Lo rifarei? Lo rifarò! 😉
Direi che qui ci sta bene un grazie enorme alla mitica Mar Dixon (@MarDixon) che mi ha scovata online e mi ha proposto di salire a bordo. E a Benjamin Benita (@benben71), presidente del Culture for Causes Network (@Culture4Causes), che è l’organizzazione no profit che col supporto di UNESCO promuove e realizza ogni anno MuseumWeek.

ANTONIALo rifaremo, ebbene sì! Impossibile guarire dalla dipendenza della Museum Week una volta che si passa nella stanza dei bottoni. E di questa opportunità devo ringraziare Astrid D’Eredità, partner in crime di diversi progetti di comunicazione culturale, per avermi coinvolta in questa avventura. Mai avrei pensato di poter partecipare ad un progetto internazionale di questa portata. Grazie Dottorè!

(Per saperne di più, a questo link, suggeritomi da Astrid, trovate i dati ufficiali della Museumweek)

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