MUSEI PUBBLICI TECNOLOGIE. Musei e pubblico: quale racconto?

La museologia è femmina. Questa è stata l’impressione del pubblico della sessione mattutina della Giornata di Studi “Musei, Pubblici, Tecnologie”, dedicata al tema “Musei e pubblico: quale racconto?”, svoltasi a Firenze presso il Museo Novecento e organizzata da Musei Civici Fiorentin, Mus.e Firenze e Museo Novecento. Tutte donne le relatrici, provenienti da diverse esperienze, da diverse parti d’Italia, da diverse formazioni professionali, ma accomunate da un interesse comune: il rapporto tra i musei e il pubblico, anzi i pubblici, il racconto che si deve costruire, con l’aiuto delle tecnologie, ormai intrinseche e necessarie nella comunicazione museale.

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Già, le tecnologie. Ma come? Quali? Anna Maria Marras di ICOM Italia apre la giornata ponendo subito un problema di non poco conto. Le tecnologie da sole non bastano: bisogna farne un uso consapevole. Viviamo in una società liquida, dice Anna Marras, una società in movimento della quale però non dobbiamo cogliere gli aspetti negativi come fa Zygmunt Bauman, ma piuttosto coglierne le sfide e gli aspetti positivi che essa può avere in ambito museale. Per far questo le tecnologie si devono adeguare al pubblico, ma soprattutto devono essere sostenibili. Sostenibilità è la parola chiave: progettualità sostenibile, che tenga conto del ciclo di vita delle tecnologie, stimato in 4-5 anni al massimo. Cosa vuol dire allora progettualità sostenibile? Vuol dire ammortizzare i costi, valutare i costi di gestione, formare il personale, avere e usare delle linee guida, tenere uno storico delle tecnologie (dalle esperienze pregresse si impara sempre), curare la qualità dei contenuti sin dal primo momento e non sottometterli alle tecnologie via via più evolute. Il Museo Liquido è il progetto di accessibilità digitale del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari che mette in opera proprio queste premesse metodologiche. Il Museo Liquido rende accessibile online il museo; la creazione di una digital library della collezione fornita in open data completerà l’opera. Una buona pratica all’avanguardia in un museo statale: vale sempre la pena di rilevare quest’aspetto. (La presentazione di Anna Marras è già disponibile su Academia.edu)

Altro intervento decisamente illuminante è stato quello di Sarah Orlandi, anch’essa di ICOM Italia, la quale ha fatto un focus sulla presenza dei musei sul web ripercorrendo una storia del web, conducendo contemporaneamente una riflessione, ispirata dalle parole di Pierre Bourdieu, sull’approccio della gente al museo (i musei per molti rafforzano il senso di appartenenza, ma per altri aumentano il senso di esclusione) e sul senso di frustrazione che molti provano, e che è un elemento da considerare quando si progetta un percorso museale. Riflessioni che datano al 1969, ma ancora molto attuali. Partendo dal concetto di Centri d’Arte (il più famoso dei quali è il Centre Pompidou di Parigi) e passando attraverso Facebook, nato nel 2004, e la Convenzione di Faro sul valore dell’Eredità Culturale (del 2005 e non ancora ratificata dall’Italia), Sarah Orlandi mostra come le esigenze del web e della cultura vadano in una stessa direzione, quella della partecipazione. Passa poi agli aspetti più pratici: il web è aggregativo e gerarchico, e la gerarchia è una lotta per la visibilità. Condividere i propri contenuti è imprescindibile per far sentire la propria voce. In che modo il web sta cambiando la narrazione dei musei? La narrazione museale, ci dice Sarah Orlandi, è fatta da più voci, e i suoi contenuti rispondono ai criteri della multimedialità e della multimodalità, ovvero si possono condividere gli stessi contenuti in modi diversi su piattaforme diverse.

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Maria Rosa Sossai pone l’accento sul museo come luogo ad alto potenziale comunitario e sottolinea il rapporto contrastato tra il pubblico e l’istituzione-museo. Gli esempi che porta di installazioni e di progetti di arte contemporanea vanno proprio nella direzione del museo come luogo di comunità. Per contro, sottolinea come, soprattutto per l’arte contemporanea, esporre in un museo opere concepite in un dato momento per una comunità equivale a trasformarle in relitti che si svuotano di significato (fra gli esempi “Reframe” di Ai Weiwei: la serie di gommoni rossi posti sulla facciata di Palazzo Strozzi che attualmente ospita la mostra “Libero” dell’artista cinese).

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La Cappella dei Magi in Palazzo Medici Riccardi
La Cappella dei Magi in Palazzo Medici Riccardi

Perla Gianni Falvo ci accompagna nel nostro cervello, letteralmente: ci parla delle neuroscienze e dell’apporto che lo studio dei neuroni, delle sinapsi, dell’intelligenza emotiva e dei flussi di informazioni possono dare alla costruzione di percorsi e racconti museali. Parla di comunicazione aumentativa, disciplina preziosa per la comunicazione multimediale. Questa premessa scientifica è necessaria a Perla Gianni Falvo per presentare la musealizzazione della Cappella dei Magi in Palazzo Medici-Riccardi: un’esperienza che unisce realtà aumentata, esperienza immersiva e racconto multimediale che già da qualche anno è fruibile a Palazzo Medici-Riccardi a Firenze. Non è dunque un progetto innovativo oggi, dato che è già datato, ma rimane comunque una realizzazione da prendere come esempio per le tecnologie messe in campo e per i risultati di comunicazione raggiunti.

Ho parlato delle esperienze positive. Devo rilevare invece una nota a mio parere negativa o, meglio, stonata. L’intervento di Maria Vittoria Marini Clarelli della Direzione Generale Educazione e Ricerca del MiBACT, la quale, abbandonando il discorso sulle tecnologie, si è focalizzata sui musei, nei quali ha distinto uno spazio della memoria, individuato nel deposito, che è il “luogo del passato destinato al futuro”, e lo spazio dell’attenzione, individuato nell’esposizione permanente, dove sono esposti gli oggetti ritenuti meritevoli di attenzione. A proposito dell’esposizione, la Marini Clarelli distingue 3 momenti: l’ostensione, ovvero l’oggetto esposto in sé, l‘esplicazione, ovvero il modo in cui il museo avvia il processo di interpretazione degli oggetti, l’implicazione, cioè la fase interpretativa del visitatore, destinatario finale dell’esposizione. Due aspetti mi hanno lasciato perplessa dell’intervento della Marini Clarelli: innanzitutto parlare di ostensione mi porta immediatamente, semanticamente parlando, alla sfera del sacro, col rischio di considerare l’oggetto esposto degno di contemplazione da parte del visitatore, contemplazione che pone automaticamente una barriera; in secondo luogo proprio il percorso dell’ostensione-esplicazione-implicazione porta a mettere su due piani distinti il museo e il visitatore. Non leggo un dialogo, non leggo nulla di ciò che è stato ravvisato negli interventi precedenti, focalizzati sulla centralità del pubblico. L’ostensione di un oggetto, sia esso opera d’arte o frammento di ceramica comune romana, implica invece una distanza tra il museo che espone e il visitatore che passivamente fruisce. Magari sono malpensante, ma a sentire quest’intervento mi è sembrato di tornare indietro di 20-30 anni e che venissero sconfessati tutti gli altri interventi. La cosa che mi dispiace di più è che questa è la voce di un funzionario del MiBACT. Cosa posso dire? Speriamo che col tempo anche il Ministero segua la scia delle nuove istanze che provengono dai professionisti dei musei: il Museo Liquido del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari è un esempio positivo e la speranza è che altri musei statali (e non solo) seguano l’esempio.

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