Homo Sapiens. Viaggio alla ricerca delle nostre radici

Questo post è una mia recensione della mostra “Homo Sapiens” che si sta svolgendo a Roma, Palazzo delle Esposizioni, e che ho pubblicato su “Indirizzi Visuali”, una piccola rivista online di informazione culturale che ancora deve crescere e deve trovare una sua identità, ma che intanto aggiunge una voce al coro dei blog di informazione culturale fatta bene, di cui in Italia abbiamo sempre e comunque bisogno.

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Ha inaugurato l’11.11.11 a Roma, Palazzo delle Esposizioni, la mostra “Homo Sapiens. La grande storia della diversità umana”. Un percorso che tocca le tappe fondamentali che da ominidi ci hanno trasformato in uomini. Con un messaggio molto importante: oggi la specie umana, e la razza umana, è una sola, ma è esistito un tempo in cui più specie di Homo convivevano. Viaggio alle radici del perché non possiamo essere razzisti…

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Il piano nobile di Palazzo delle Esposizioni a Roma ospita una mostra-evento dedicata ai nostri più antichi antenati e al percorso che da ominidi, australopitechi abitanti dell’Africa, ci ha portati ad essere uomini. La storia dell’umanità inizia con i piedi, scrisse nel 1964 André Leroi-Gourhan, antropologo tra i padri della preistoria moderna, e di fatto, senza la stazione eretta l’uomo non sarebbe tale: ed è da questo primo tratto evolutivo che si distingue l’australopiteco, il primissimo dei nostri antenati. Lo sviluppo della scatola cranica verrà poi, col tempo, nel corso del passaggio da ominide a Homo e ancora oltre, fino alla definitiva conquista di tutte le capacità cognitive e culturali con l’Homo Sapiens.

In mostra apprendiamo che dall’Africa, dove tutto ebbe inizio, partirono due grandi ondate migratorie, due momenti in cui l’Homo decise di spostarsi, a caccia di nuovi territori, di condizioni di vita migliori, seguendo magari le sue prede. La prima volta è l’Homo Ergaster, che dall’Africa passa in Eurasia, dando il via, con la prima migrazione, alle prime diversificazioni, che portano al differenziarsi di alcune specie. Così quando l’Homo Sapiens, comparso intorno ai 195mila anni fa nella valle dell’Omo, in Etiopia, a sua volta lascia l’Africa, circa 40.000 anni fa trova in Eurasia altre 4 specie umane con cui per qualche tempo convive e probabilmente in qualche caso si accoppia: l’Homo di Denisova, che vive in Siberia, l’Homo di Flores (noto col soprannome Hobbit Man), l’Homo Erectus Soloniensis in Indonesia, l’uomo di Neanderthal. È questo anzi, il nostro cugino più stretto, ma è una specie a sé, come hanno dimostrato i più recenti studi genetici condotti da quelli che vengono chiamati “archeologi del DNA”. Neanderthal: così simili, così diversi, tanto che un bel momento si estinguono, mentre l’Homo Sapiens rimane l’unico del genere Homo sul pianeta. Eppure già il Neanderthal aveva un linguaggio, aveva manifestazioni che potremmo definire “culturali”: la cura dei morti, seppelliti in posizione fetale, per esempio. Con l’Homo Sapiens però giungono a compimento quei processi che, sviluppando l’intelligenza, sviluppano tutte quelle attività che vanno sotto il nome di cultura. E ancora: l’Homo Sapiens continua ad espandersi, raggiunge l’America da una parte e l’Australia dall’altra: qui ancora ora gli aborigeni raccontano in termini mitologici quei tempi, quando gli antenati cantavano le cose ed esse prendevano forma o vita; è il Tempo del Sogno, e risale a circa 50mila anni fa.

Dalla rivoluzione neolitica in avanti, poi, è un crescendo: l’homo sapiens ormai è chiamato semplicemente uomo, si stanzia, costruisce città, crea gerarchie sociali, sviluppa sempre nuove forme di socialità e di cultura. Non esistono più specie, né razze, ma popolazioni, popolazioni che sviluppano culture diverse in rapporto agli stimoli ambientali, innanzitutto. E giungiamo a noi, alle grandi esplorazioni geografiche che portarono gli Europei a incontrare gruppi umani fino allora sconosciuti. L’impatto non è dei migliori, come la Storia ci insegna. Il razzismo nasce in quei momenti, e non si sradicherà più, fino ad oggi.

La mostra allora, attraverso questa esposizione colorata, a tratti interattiva, ricca di calchi di ominidi e di ricostruzioni, forse un po’ troppo densa di informazioni non sempre semplici, nonostante il linguaggio volutamente colloquiale, ci vuole ricordare che la storia dell’uomo è lunga, fatta di incontri, di viaggi, di contatti tra specie umane differenti. Siamo un’unica specie, figlia però di grandi diversità. Ed è proprio questo il bello della natura umana.

A margine “L’Italia nell’unità della diversità”: piccola sezione della mostra che gioca sui 150 anni dell’Unità d’Italia per ripercorrere la storia del popolamento del territorio italiano, dai primi abitatori in grotta ai Balzi Rossi e alle Arene Candide, agli Etruschi (con quella teoria tutta da dimostrare, ma dura a morire, che li vorrebbe far giungere dalla Turchia!), al formarsi dell’italiano come lingua molto prima che come nazionalità.

Allestita come se fosse stata concepita per i ragazzi delle scuole, in realtà si rivolge a tutti. Il tema educativo di fondo senza prevalere sui contenuti scientifici tuttavia si fa avvertire, continuamente, come una colonna sonora, e di fatto è lo scheletro portante intorno a cui ruota tutto il resto. Un messaggio sociale nascosto in una mostra di antropologia/preistoria. Un nuovo modo di intendere il ruolo educativo del nostro passato.

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